Ci sono ferite che il tempo non riesce a rimarginare del tutto, storie che restano sospese tra il dovere della memoria e la nitidezza del dolore. Tra gli anni ’70 e ’80, la Lombardia ha vissuto una stagione d’ombra, segnata dal dramma dei sequestri di persona. Un’epoca rivissuta sabato 28 Marzo tra le mura della Sala Veratti di Varese, restituita al suo splendore dall’ANC e trasformata per un giorno in un luogo di profonda riflessione collettiva.
La mostra “I sequestri di persona in Lombardia”, curata dal Brigadiere Capo Massimo Meloni, non è stata solo un’esposizione di documenti, ma un viaggio nell’abisso. Attraverso le parole del Generale dei Carabinieri Emanuele Garelli, della magistrata Carmen Manfredda e dello scrittore Massimiliano Comparin, guidati dal giornalista Tommaso Guidotti, il pubblico ha potuto toccare con mano la complessità di quegli anni “di piombo e d’angoscia”.
L’incontro si è aperto con una nota intima e potente: il ricordo del Prof. Roberto Leonardi, presidente dell’ANC di Varese. Nelle sue parole è riaffiorata l’immagine del padre, maresciallo dell’Arma, che tornava a casa portando negli occhi il peso insostenibile di indagini giocate sul filo del rasoio. Era il silenzio di chi sapeva che ogni minuto perso poteva costare una vita.
In sala, le cronache dell’epoca hanno restituito volti e nomi a quel dolore. Come quello di Pietro Fiocchi, strappato alla sua vita sull’uscio di casa, caricato a forza su una 124 gialla e prigioniero per sei lunghissimi mesi prima della liberazione.
La dottoressa Manfredda ha ricostruito il clima di un’epoca tecnologicamente lontana ma umanamente logorante. In un mondo senza cellulari, il fulcro del dramma erano le cabine telefoniche: luoghi gelidi dove si consumavano le trattative, dove il respiro dei familiari si scontrava con la voce dei rapitori.
Il Generale Garelli ha invece dato voce ai “Giaguari”, gli uomini dell’ombra. Uomini che vivevano di appostamenti e intuizioni, operando in un sistema dove i riscatti milionari non erano solo il prezzo di una libertà, ma il carburante che alimentava l’ascesa delle narcomafie, trasformando i soldi dei sequestri nel mercato dell’eroina e della cocaina.
Ripercorrere oggi quelle storie significa riconoscere il debito che abbiamo verso chi ha lottato per riportare la legalità nelle nostre strade. Dietro ogni fascicolo, dietro ogni “tavola” esposta alla Sala Veratti, c’è una famiglia che è rimasta sospesa, una vita che è cambiata per sempre e un sistema democratico che ha dovuto imparare a resistere alla ferocia.







