La guerra silenziosa del petrolio. La guerra aperta del Mar Rosso come se non bastasse quanto avviene nel Golfo Arabico

Generale Giuseppe Morabito membro del Direttorio della NATO Defence College – Per gli esperti del settore la prossima guerra del petrolio doveva essere silenziosa. Le ultime 48 ore in Yemen l’hanno resa rumorosa e l’hanno accelerata in modo assoluto.

Il mercato petrolifero si aspettava una lenta riduzione della disciplina OPEC+ (le regole che regolano il cartello dei paesi esportatori per controllare offerta e prezzi), non un attacco diretto alle sue condotte vitali. E invece sabato 12 Settembre due colpi coordinati hanno cambiato lo scenario: le milizie dei terroristi Houthi sostenute dall’Iran hanno completamente conquistato l’intera costa yemenita sul Mar Rosso, compreso il porto di Mocha e la zona strategica di Khaled bin Walid e puntato le loro le batterie missili su Bab el-Mandeb, lo stretto di 30 km dove passa il 12% del commercio mondiale. Nelle stesse ore, sono partiti droni che secondo Riad dal territorio iracheno hanno colpito l’oleodotto Est-Ovest saudita, l’infrastruttura da 5 milioni di barili al giorno che collega i giacimenti orientali a Yanbu sul Mar Rosso e che permetteva all’Arabia di bypassare lo Stretto di Hormuz, attualmente chiuso a causa del conflitto USA-Iran.

Quanto precede indica chiaramente che Riad sta per attraversare una crisi importante essendo costretta tra due golfi non utilizzabili dalle petroliere amiche. Riad ha chiesto a Washington raid aerei congiunti sullo Yemen. La risposta di Trump è stata negativa. Trump ha smentito tensioni definendo il Principe saudita “un buon amico” e dicendo che “andrà tutto bene”, ma ha confermato che non vuole essere coinvolto in un altro conflitti in Yemen prima delle elezioni di Mid-Term di novembre .

A Washington si e’ deciso di mantenere solo il blocco navale sui porti meridionali iraniani e l’inasprimento delle sanzioni. Mentre gli Houthi stessi negano qualsiasi contatto con gli USA l’Arabia Saudita oggi agisce da sola: (129 attacchi aerei in 48 ore con F-15 e Typhoon decollati da Khamis Mushait e Taif contro sette governatorati yemeniti – Taiz, Marib, Hodeidah, Al-Jawf, Saada, Amran, Hajjah).

Si sarebbero contati poco meno di cento morti solo a Taiz dal 3 settembre secondo fonti governative yemenite. Le Guardie della Rivoluzione iraniane definiscono quanto avvenuto un “trionfo divino” in quanto le operazioni degli Houthi avrebbero fatto pendere la situazione nella regione la bilancia a favore di Teheran, ‘

Quanto avvenuti è definito l’OPEC-minus (anche in versione militare) perché’ ognuno dei paesi della regione andrebbe per la sua strada. I propositi iniziali vedevano contenere le quote di produzione, dopo che per tre anni Riad ha tolto volontariamente 1-2 milioni di barili per tenere Brent a 80 dollari, ma ogni giorno che passa e al momento ogni barile tolto è stato venduto da USA, Brasile, Guyana, Canada e Argentina (+3 milioni dal 2023), mentre Iraq e Kazakistan producono 200-400mila barili sopra quota e la Russia che ha bisogno di ogni dollaro disponibile vende quanto può a chi si offre.

Gli Emirati hanno creato il precedente pericoloso nel 2023: minacciava di uscire da OPEC e ottenne una quota da 3 a 3,5 milioni. Tutti vogliono fare lo stesso, dal Venezuela che vuole passare da 0,9 a 2,5-3 milioni se Trump riapre ai capitali, all’Iraq che dipende dal petrolio per il 90% delle entrate.

La capacità inutilizzata saudita di 3 milioni di barili, celebrata come asset strategico, era diventata capacità che non genera fatturato. Ora è diventata capacità che non può nemmeno uscire fisicamente dal paese. Il potere OPEC non è mai stata la capacità saudita di tagliare, ma di nonN tagliare ma oggi Riad non può né tagliare né non tagliare in sicurezza.

L’effetto immediato appare Brent a 99,11$ (+2,18%), WTI a 94,42$ (+3,2%), massimi dal 24 luglio. Goldman Sachs alza target a 85$ a dicembre e 80$ nel 2027, prevedendo interruzioni fino al 2027. Ad esempio c’è l’effetto immediato della Cina Popolare ha già rincarato benzina e diesel.

Per Suez un blocco riuscite degli Houti verrebbe definito quale un colpo di grazia perché’ il traffico era stato già a -60% dal 2024 per gli attacchi degli stessi Houthi. Al momento confermato che gli Houthi sono arrivati a controllare Mocha, nessuna assicurazione coprirà il transito anche se il Canale è fisicamente aperto. Le petroliere saudite dirottano su Capo di Buona Speranza: +12 giorni, +40% costi. L’Arabia Saudita era diventata dipendente al 100% dal Mar Rosso dopo la chiusura di Hormuz e ora che il Mar Rosso è sotto controllo degli Houthi si rischia un tracollo economico.

La crisi di Hormuz e Mar Rosso oscura temporaneamente le pressioni interne OPEC+, ma non le elimina, le rinvia e le rende più esplosive. Quando il prezzo crollerà di nuovo per oversupply, e crollerà perché USA e Guyana non smettono di produrre, Riad dovrà decidere se: vale la pena tenere in piedi l’OPEC atteso che dovrebbe e anche difendere da sola militarmene l’ultima via d’uscita del suo petrolio. Per gli esperti del settore, la futura guerra silenziosa del petrolio ( 2027-2030) da parte saudita non sarà più solo rifiutare un taglio di produzione ma lasciare risalire la produzione da 9 a 10,5 milioni e potrebbe dover farlo mentre impegna miliardi di dollari in una guerra aerea (per ora condotta da sola) contro il terroristi che sta occupando tutta la costa dello Yemen.

L’OPEC+ sta diventando OPEC-minus: un nucleo saudita che fa il vero bilanciamento militare ed economico, mentre un gruppo largo tratta gli obiettivi come impegni politici flessibili. La vicenda emiratina è il precedente, il Venezuela il campanello, l’Iraq la prova del fuoco. Lo Yemen è la prova che il cambiamento è già iniziato. Non servirà uscire dall’OPEC per cambiare il mercato. Basterà smettere di proteggerlo. 

Il nostro paese, oltre al mercato petrolifero e sue fluttuazioni, e ‘interessato al libero accesso del traffico navale a Suez perché Genova, Salerno e Tieste sono gli importanti porti di arrivo delle navi mercantili che utilizzano lo stretto per le merci dirette in Italia ed Europa. Per questo l’Italia giustamente mantiene una presenza strategica a Gibuti attraverso la Base Militare Italiana di Supporto (BMIS), attiva dal 2014, che fornisce supporto logistico per le operazioni nel Corno d’Africa e Oceano Indiano. Le attività includono la formazione delle forze locali (MIADIT Somalia), supporto all’operazione UE “Aspides” per la sicurezza marittima e cooperazione sanitaria.

Gibuti con circa cento militari italiani attivi nella BIMS si affaccia sulla sponda africana dello stretto di Bab el-Mandeb. Una posizione strategica ma che potrebbe divenire anche bersaglio dei terroristi Houti (definiti proxy iraniani). Mantenere l’attenzione appare d’obbligo.

didascalia: Generale Giuseppe Morabito membro del Direttorio della NATO Defence College 

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