D’Annunzio accolse l’appello dell’italianità fiumana

Fonte: https://www.anvgd.it/dannunzio-accolse-lappello-dellitalianita-fiumana/

di Lorenzo Salimbeni – Fin dai suoi statuti medievali era evidente l’appartenenza all’area linguistico-culturale italiana. Fiera della sua autonomia, rimase al di fuori del dominio della Repubblica di Venezia che controllava Istria e Dalmazia. Stabilì invece un legame con l’entroterra magiaro, diventando lo sbocco al mare di Budapest, ma sulle carte geografiche, in qualsiasi lingua redatte, il suo nome era sempre inequivocabilmente Fiume.

Eretta Porto franco dall’Austria nel 1719, passata attraverso l’esperienza napoleonica delle Province Illiriche, Fiume fu definitivamente assegnata all’Impero asburgico al Congresso di Vienna. Nella turbolenta Primavera dei popoli militari fiumani dislocati in Ungheria fiancheggiarono la rivolta contro il dominio austriaco mentre nel ventennio successivo Fiume si trovò sotto amministrazione croata. La riorganizzazione degli assetti amministrativi del 1867 che portò alla ridefinizione della compagine asburgica in Impero austro-ungarico, Fiume fu riconosciuta come corpus separatum della componente ungherese della duplice monarchia, riconquistando le sue autonomie ed il rispetto delle sue peculiarità. Una città di matrice italiana in cui affluivano tedeschi e ungheresi, convivevano croati autoctoni ed una radicata comunità ebraica. La fine del XIX secolo rimane così alla storia come l’idillio magiaro, un periodo di buon governo che contribuì a plasmare la fiumanità, laboratorio culturale mitteleuropeo. Avvicinandosi però l’inizio del Novecento anche l’amministrazione ungherese risentì dei crescenti nazionalismi e si avviò un processo di magiarizzazione che compromette le autonomie cittadine e l’identità italiana: la classe dirigente autonomista e lealista venne messa in discussione dalle nuove generazioni, che si riconoscevano nella causa irredentista per ribadire l’italianità di Fiume. Nacqe in tale contesto la Giovine Fiume, che fin dal suo nome dimostrò la natura mazziniana dell’irredentismo locale: non nazionalismo prevaricatore, bensì un percorso di redenzione in armonia con la liberazione di altri popoli oppressi.

Al momento dello scoppio della Prima guerra mondiale saranno numerosi i giovani fiumani che esfiltreranno per non essere arruolati nell’imperialregio esercito e combattere invece in seguito per l’annessione di Fiume all’Italia, ignari che nel Patto di Londra in base al quale il Regno sabaudo era entrato nel conflitto, la città liburnica non era compresa tra le rivendicazioni: Ipparco Baccich, Mario Angheben e Annibale Noferi furono i caduti fiumani più celebri.

Il 16 ottobre 1918 l’imperatore Carlo d’Asburgo emanò il proclama che voleva riorganizzare lo Stato su basi federali, ma fu generalmente interpretato come un via libera per le diverse tendenze separatiste, in Ungheria in primis. Durante una delle ultime sedute del Parlamento magiaro il deputato fiumano Andrea Ossoinack rivendicò l’autonomia e l’italianità di Fiume ed il 30 ottobre 1918 il Consiglio Nazionale Italiano dichiarò l’annessione all’Italia. Nel dopoguerra un presidio di truppe interalleate fu dislocato a Fiume, contesa tra l’Italia ed il neonato Regno di Serbi Croati e Sloveni: la brigata Granatieri di Sardegna solidarizzò così tanto con le rivendicazioni dei connazionali al punto da venire trasferita in Friuli. Dai suoi ranghi provenivano i giurati che si impegnarono a dare Fiume all’Italia e convinsero Gabriele d’Annunzio a compiere l’impresa. 200 granatieri con pochi automezzi furono il nucleo attorno cui si raccolsero a patire da Ronchi altre centinaia di volontari, irredentisti e disertori che il 12 settembre 1919 entrarono a Fiume al seguito di colui il quale divenne subito il Comandante di Fiume italiana.

Una sedizione militare secondo alcuni, un’ultima azione di volontari nella tradizione garibaldina risorgimentale secondo altri, oppure un nuovo sfogo della megalomania del poeta-soldato d’Annunzio. Si trattò certo di un gesto clamoroso, ma che voleva rispondere ad un appello degli italiani di Fiume espresso in base al principio di autodeterminazione dei popoli che il Presidente statunitense Wilson aveva indicato come uno dei pilastri su cui costruire le nuove relazioni internazionali. Una risposta anche alla storia di Fiume, di lingua e cultura italiana nei secoli, che nel momento del trionfo degli Stati nazionali sugli Imperi multinazionali chiedeva di far parte dello Stato unitario italiano.

didascalia: Lorenzo Salimbeni

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