Oltre il silenzio di Betlemme: la speranza incrollabile delle famiglie cristiane

Un’accorata testimonianza che intreccia il tempo della raccolta delle olive, la fede e il dolore quotidiano delle comunità in Terra Santa. Nella sua lettera, Adriana Sigilli, titolare della Diomira Viaggi, condivide le immagini e le emozioni del suo recente ritorno a Betlemme: dai campi della Cisgiordania alle strade silenziose della città della Natività, l’appello a non dimenticare chi resiste con coraggio e l’invito a tornare pellegrini per portare vicinanza e sostegno concreto.

“Cari amici,

quest’anno anche in Terra Santa il raccolto delle olive  è abbondante. Per le famiglie palestinesi, raccogliere le olive è molto più di un lavoro: è una tradizione che si tramanda da generazioni, un momento in cui si ritrovano intorno agli alberi piantati dai padri e dai nonni. Ogni ulivo racconta una storia, custodisce ricordi e testimonia il legame profondo di queste famiglie con la propria terra.

Ogni volta che penso all’ulivo, mi torna alla mente il ramoscello portato dalla colomba a Noè dopo il diluvio: un piccolo segno che annunciava la possibilità di ricominciare. Oggi, in Palestina, quel ramoscello mi parla del desiderio di tante persone di vivere senza paura, lavorare i propri campi e crescere i figli in pace.

L’ulivo mi riporta anche ai luoghi della nostra fede. Nell’orto del Getsemani, ai piedi del Monte degli Ulivi, Gesù visse le ore più dolorose prima della Passione. Ogni autunno, i frati francescani e i volontari raccolgono le olive di questo luogo santo. Dai frutti si ricava un olio prezioso, legato anche alla tradizione liturgica della Chiesa. Mi colpisce sempre questo legame tra la terra, il lavoro delle mani e la fede che continua a vivere nelle nostre comunità.

Eppure, proprio nei giorni della raccolta, arrivano notizie dolorose da diversi villaggi della Cisgiordania: contadini ostacolati, raccolti sottratti, ulivi danneggiati o bruciati. Le violenze di alcuni coloni e le restrizioni trasformano un momento che dovrebbe essere di festa in un tempo di paura. Non viene distrutto soltanto il frutto di mesi di lavoro, ma anche una fonte di sostentamento e una parte della storia familiare. Un ulivo impiega anni per crescere e può vivere per secoli. Pensare che venga abbattuto o bruciato significa pensare a tutto ciò che viene strappato anche alle generazioni future.

Mi sembra profondamente ingiusto che persone che desiderano soltanto coltivare la propria terra e vivere del proprio lavoro debbano affrontare tutto questo. E questa difficoltà non riguarda soltanto i contadini: è il riflesso di una sofferenza più grande, che coinvolge tante famiglie e si fa sentire anche a Betlemme, una città a cui sono profondamente legata.  La conosco, la amo e ogni volta che ci torno sento quanto sia speciale. Qui il Natale non è soltanto una ricorrenza: è una storia viva, una fede che attraversa le generazioni. Eppure, da quasi tre anni, la vita della città sembra rimasta sospesa. Vederla così, con tante attività chiuse e poche persone nelle strade, mi addolora profondamente.   Nell’ultimo mese sono arrivati piccoli gruppi di pellegrini da Paesi lontani. Il loro passaggio ha riportato un po’ di movimento nelle strade, ma sono ancora troppo pochi per sostenere un’economia che vive in gran parte del turismo religioso. Durante il mio recente pellegrinaggio ho visto con i miei occhi alberghi chiusi e negozi silenziosi. L’albergo che ci ha ospitati aveva riaperto soltanto per accogliere il nostro gruppo. Quando siamo partiti, ha richiuso le porte e i dipendenti sono rimasti nuovamente a casa. Questa immagine mi è rimasta dentro: dietro quelle porte chiuse ci sono persone, famiglie che sono rimaste nuovamente senza lavoro.

Molti cristiani vorrebbero continuare a vivere nella terra in cui sono nati, dove hanno costruito le loro famiglie e custodiscono la propria fede. Ma senza lavoro e senza prospettive, alcuni sono costretti a pensare all’emigrazione, sperando di offrire ai figli un futuro più sicuro. È doloroso immaginare che proprio chi vorrebbe restare sia spinto ad andarsene. A tutto questo si aggiungono le restrizioni alla libertà di movimento. Quando Betlemme viene chiusa, anche chi ha un permesso per lavorare a Gerusalemme può non riuscire a raggiungere il posto di lavoro. Per famiglie che già faticano ad arrivare alla fine del mese, perdere anche una sola giornata di guadagno può diventare un problema serio. 

Qualche giorno fa ho parlato con una mamma, le sue parole mi hanno colpita perché raccontavano una paura che va oltre le difficoltà quotidiane: il timore che il conflitto, l’odio, le discriminazioni e l’isolamento finiscano per entrare nel cuore dei suoi figli.

Mi sono chiesta quanto coraggio serva per essere genitori in una realtà così difficile. Mentre cercano di proteggerli, queste mamme e questi papà devono anche trovare il modo di spiegare ciò che accade, senza lasciare che la paura diventi l’unico sentimento con cui i bambini imparano a guardare il mondo.

Molte famiglie, insieme alle scuole cristiane, si impegnano a offrire ai più piccoli occasioni di gioia, amicizia e incontro. Cercano di insegnare loro che l’altro non è necessariamente un nemico e che si può scegliere di non rispondere all’odio con altro odio. È una lezione preziosa, che noi adulti dovremmo ascoltare con attenzione.

Vorrei che ogni bambino potesse andare a scuola, giocare, fare progetti e sognare il proprio futuro senza essere costretto a crescere nella paura. Per questo credo sia importante non lasciare sole queste famiglie e continuare a mantenere vivi i legami tra le nostre comunità. Anche tornare a Betlemme come pellegrini può essere un gesto concreto di vicinanza. Significa aiutare le attività a ripartire, incontrare le persone e far sentire loro che non sono state dimenticate. Per me, tornare a Betlemme non significa soltanto visitare il luogo in cui è nato Gesù, ma anche incontrare i cristiani che oggi vivono lì e condividono con noi la stessa fede.

In questo ottobre porto con me immagini diverse: gli ulivi carichi di frutti, la sofferenza dei contadini, le strade silenziose di Betlemme e le mamme che, nonostante tutto, continuano a insegnare ai figli ad amare. Penso a queste famiglie e mi domando quanto sia difficile conservare la speranza quando il presente è così incerto. Eppure, proprio nelle loro fatiche, vedo una forza che merita di essere riconosciuta e sostenuta.

La mia preghiera è che la raccolta delle olive possa tornare a essere una festa, che i pellegrini ritornino numerosi a Betlemme e che chi oggi vive nell’incertezza possa ritrovare serenità e lavoro.

Il ramoscello portato dalla colomba a Noè continua a ricordarmi che anche dopo le prove più dure può aprirsi una strada nuova. Vorrei che i bambini di Betlemme, nella terra in cui è nato Gesù Bambino, potessero crescere senza lasciare che l’odio e la paura prendano il posto della fiducia, della gioia e dell’amore.

È questo il desiderio che porto nel cuore: che la pace non resti soltanto una parola nelle nostre preghiere, ma diventi una realtà concreta nella vita di ogni giorno. Un caro saluto e vi aspetto in Terra Santa” Adriana Sigilli

didascalia: Ulivi al Getsmani foto di A. Sigilli

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