Editoriale – Quei giornalisti progressisti che chiamano la Rai  “Telemeloni”

Il cittadino, anche quello più distratto e meno attento alle vicende della cosa pubblica, non può non essersi chiesto perché le élite politiche, economiche e culturali di vario genere siano interessate a controllare l’informazione.

Chi è perché ripiana i conti dei giornali che sono quasi tutti in deficit? Come mai un imprenditore di successo e importante come l’avvocato Gianni Agnelli non si è mai dato pena dei disavanzi accumulati per anni da “La Stampa”, il giornale di famiglia?

La risposta è semplice e, se era logica per lui, lo è altrettanto per chi oggi è nella sua stessa situazione. 

Un paio di miliardi di lire all’anno per mantenere in vita quel quotidiano (che i torinesi hanno sempre chiamato “la busiarda”) erano un costo insignificante rispetto al vantaggio che la Fiat poteva trarre dalla pubblicazione di qualche editoriale indirizzato al governo.

In quegli anni per far capire a chi sedeva a Palazzo Chigi come dovevano essere assecondati gli interessi della Fiat, si faceva firmare qualche articolo al direttore de “La Stampa” e il messaggio era prontamente recepito.

Era quello il periodo in cui solo con l’avallo dell’Avvocato si diventava direttore del “Corriere della Sera”, del “Sole 24 ore”, giornale della Confindustria e, ovviamente, de “La Stampa”.

Oggi nulla è cambiato. Il sistema di controllo dell’informazione, per quanto riguarda il nostro Paese, è saldamente nelle mani di una ristretta oligarchia di editori.

A parte due piccole schegge (le testate “Il Fatto Quotidiano” e “La Verità”), i soggetti principali che offrono la dose di narrazione quotidiana d’ammannire agli italiani sono i media di Cairo Editore, del Gruppo Mediaset, del Gruppo Angelucci e la Rai, il cosiddetto servizio pubblico.

Su quest’ultima, “mamma Rai”, vogliamo ora intrattenere il lettore. Osservazione preliminare: solo la Rai rende un servizio pubblico? Il resto dell’intero apparato mediatico che fa? Vende noccioline? 

Solo i telegiornali del centro di produzione di Saxa Rubra a Roma fanno informazione a beneficio di tutti i cittadini?

Se così fosse dovremmo aspettarci una narrazione dei fatti a 360 gradi con approfondimenti equilibrati soprattutto per quanto riguarda il dibattito strettamente politico.

Purtroppo così non è. L’esempio più lampante è l’informazione che passa da Rai News 24, la testata preposta alle informazioni, 24 ore su 24, con le notizie dell’ultimo minuto, urgenti e di grande rilevanza (le “breaking news”).

La rassegna stampa mattutina di questa testata contempla la lettura dei quotidiani che, guarda caso, sono sempre “La Repubblica”,  “Corriere della sera”, “La stampa”, “Il Fatto Quotidiano” e, di tanto in tanto, “Avvenire”, “Il foglio” e “Il Manifesto”.

Al telespettatore vengono propinati lunghi brani di articoli firmati da giornalisti ed opinionisti sempre critici dell’operato del governo e dei partiti che lo sostengono.

Altro che tele Meloni. Rai News 24 è testata visibilmente schierata contro la maggioranza di governo. Per fornire una corretta informazione, tanto più sapendo di lavorare in un’azienda pubblica come la Rai, chi conduce la rassegna stampa, se legge un brano di giornale critico nei confronti del governo, deve sentire il dovere di leggerne un altro di segno opposto, citando entrambe le testate, quella che accusa e quella che difende.  

Due settimane prima che gli autotrasportatori scendessero in piazza nel Sud Italia, Rai News 24, con una encomiabile insistenza, è andata a presidiare i luoghi dove ancora nessuna protesta si era manifestata. Gli inviati in loco mostravano ai colleghi in sede il loro stupore perché ancora nessuno si decideva a protestare. 

Questo non è servizio pubblico; questo è uso di telecamera e microfono pubblici non per documentare un evento, ma per sostenere una propria testi. 

Alla crisi della stampa concorrono troppi giornalisti che, non attenendosi ai fatti, propongono sovente tesi di parte con commenti di poco spessore. 

Inutile affermare che non si vendono più i giornali perché gli italiani non leggono e si limitano a compulsare le notizie sui social. Un esamino di coscienza in proposito non guasterebbe.

Dice un antico proverbio: «chi è causa del suo mal pianga sé stesso».

didascalia: immagine IA

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