Quella che segue è una lettera intensa e profondamente umana scritta da Adriana Sigilla di Diomira Viaggi, che in questi giorni si trova a Betlemme. Non è un’analisi politica né un resoconto giornalistico, ma una testimonianza diretta di vita quotidiana in una terra ferita dalla guerra. Attraverso immagini semplici e potenti, Adriana racconta la paura, l’incertezza e la tensione che attraversano le strade e le case della città. Ma insieme al dolore emergono anche la forza delle famiglie, la resilienza della comunità e la sorprendente capacità dei bambini di trasformare il rumore della guerra in storie e simboli. È una riflessione che invita a non restare spettatori silenziosi, ma a custodire lo sguardo umano su una terra che, prima di essere teatro di conflitti, è la Terra della speranza e della promessa. Una voce accorata che ci ricorda quanto, anche nel buio più fitto, possa restare accesa una luce di pace.
Carissimi,
cosa significa vivere oggi a Betlemme? Le difficoltà non sono solo titoli nei telegiornali. Sono il risveglio al mattino con il rumore dei missili che attraversano il cielo. Strumenti di distruzione e di morte che passano sopra le nostre teste come un vento impetuoso che irrompe nelle case e nella quotidianità. Non li vedi sempre. Ma li senti. E quando li senti, il cuore si ferma per un istante. Siamo tornati indietro nel tempo, come nelle guerre passate. Si fanno scorte di cibo. La benzina non arriva più, ed è difficile trovarla.
Chi ne possiede un po’ la conserva come un bene prezioso, nel caso ci fosse un’emergenza. Ma dove si va? La città è blindata. I posti di confine tra Betlemme e Gerusalemme sono quasi tutti chiusi. Anche le “porte gialle”, le nuove barrire attorno alla città sono deserte. Pochissimi possono entrare o uscire, solo chi ha un permesso. La tensione è altissima. Si percepisce nell’aria. Anche i giovani soldati hanno paura. Ragazzi poco più che ventenni, con l’arma in pugno, sempre puntata verso chi deve passare. Basta un piccolo movimento, un gesto frainteso, un passo non compreso, e l’allerta sale. In un attimo la tensione può trasformarsi in aggressività. È questa paura dell’aggressività, oltre al rumore della guerra, che genera ansia profonda. Non solo il fragore dei missili, ma l’imprevedibilità dei gesti, la fragilità umana da una parte e dall’altra. Eppure, dentro tutto questo, la gente non vuole lasciarsi rubare la vita. Oggi dei genitori festeggeranno il primo compleanno di Sofia. Un anno.
Nata durante questa guerra. Una torta, una candela, un sorriso che resiste. Un piccolo spiraglio di normalità in tempo di guerra. Qui si impara a custodire la vita più di ogni altra ricchezza. Si impara che gustare un attimo di pace è il dono più grande che si possa ricevere. Betlemme è la città del Natale. È il cielo che ha visto brillare la stella. È il cielo che ha indicato ai Magi la via verso la grotta dove è nato Gesù. Quel cielo, che ha custodito una luce di speranza per l’umanità intera, oggi è costantemente violato. Razzi e missili attraversano l’aria sopra la nostra terra. E ogni volta il pensiero corre: dove andranno a colpire? A chi toccherà questa volta? A Betlemme non ci sono rifugi come a Gerusalemme. Le famiglie restano in casa. Si stringono. Rafforzano l’abbraccio della famiglia, l’abbraccio della comunità.
Si aspetta. C’è sempre questo senso di attesa: che il minuto dopo sia migliore di quello che stiamo vivendo ora. Un’attesa carica di paura, ma anche di una speranza ostinata che non vuole spegnersi. La guerra non è solo una questione geopolitica. Entra nei sogni. Entra nei disegni dei bambini. Ieri ho parlato con una mamma. Cercava di lenire la paura del suo bambino raccontandogli una storia sulle rive del mare, sulle onde azzurre e cristalline. Voleva portarlo lontano, almeno con l’immaginazione. Ma lui l’ha interrotta: «Ho un’altra storia da raccontarti, mamma». Ha preso un foglio. Ha disegnato delle ali sotto le sue scarpine. «Vedi?
Con queste posso volare e saltare questo muro”. Nel disegno c’era un muro grande. E oltre il muro, un drago. Anzi, una flotta di draghi enormi. «Questi draghi ci svegliano al mattino. Fanno un rumore fortissimo. Fanno tremare la casa. Fanno paura. Come faccio a combattere questo drago? Perché io voglio saltare il muro». Non ha disegnato missili. Ha disegnato draghi. Poi ha aggiunto: «Intorno ci sono tante facce. Tanta gente che ci guarda. Ci guarda in silenzio». Forse oggi i supereroi non hanno mantelli. Forse i supereroi sono questi bambini.
Restano. Resistono. Trasformano il rumore della guerra in un mostro da affrontare con la fantasia. Forse siamo chiamati a esserlo anche noi. Non per combattere con le armi, ma per non restare spettatori silenziosi. In questi giorni il rumore delle armi sembra coprire tutto. Ma non può coprire il grido dei bambini, il pianto delle madri, il silenzio ferito delle pietre di Betlemme e di Gerusalemme. La Terra Santa non è solo un luogo di conflitto.
È la terra dove Dio ha scelto di farsi vicino. La pace non è ingenuità. È resistenza. È restare umani quando tutto spinge alla disumanità. Può il cielo della Stella essere per sempre coperto dal rumore delle armi? Io credo di no. Perché la luce che ha brillato una volta su questa città non può essere cancellata dai razzi. Può essere oscurata, ferita, offesa. Ma non cancellata. Qui si spera in una cosa semplicissima: un attimo di pace per poter giocare in pace. È una richiesta immensa nella sua semplicità.
Continuiamo a pregare. Continuiamo a sostenere questa terra. Continuiamo a credere che il cielo di Betlemme tornerà a essere solo cielo. E che la paura non avrà l’ultima parola. (Adriana Sigilli)
