Una “fede sveglia” davanti alla guerra: la lezione di realtà del Patriarca Pizzaballa

Domenica 15 marzo alle ore 18.00 il Centro Culturale di Milano ha ospitato un incontro in diretta sul proprio canale YouTube per riflettere sulla situazione in Medio Oriente, tra guerra, informazione e responsabilità religiosa e politica. Al dibattito hanno partecipato il Patriarca di Gerusalemme dei Latini Pierbattista Pizzaballa, collegato da Gerusalemme, Michele Brignone Direttore ricerche Fondazione Oasis e Martino Diez Direttore scientifico della Fondazione. A moderare l’incontro è stato Alessandro Banfi, direttore della comunicazione della Fondazione Oasis.

Ad aprire l’incontro è stato Camillo Fornasieri del Centro Culturale Milano, che ha richiamato le parole pronunciate dal Papa durante l’Angelus della stessa mattina. Il Pontefice ha invitato a recuperare uno sguardo capace di leggere la realtà culturale e politica senza superficialità, ricordando che la fede non è un salto nel buio, ma un’intelligenza della realtà che permette di vivere con maggiore consapevolezza. L’invito è quello di custodire una “fede sveglia”, capace di non smarrirsi davanti alla complessità del presente.

Nel suo intervento, il cardinale Pizzaballa — alla sua prima partecipazione pubblica dopo lo scoppio della guerra tra Iran e Stati Uniti — ha ribadito con forza che ogni guerra porta con sé solo morte e distruzione. Nel linguaggio cristiano, ha sottolineato, la guerra non apre alcuna possibilità positiva. Richiamando l’appello del Papa al cessate il fuoco, il Patriarca ha riconosciuto che parole simili rischiano spesso di cadere nel vuoto, ma ha insistito sulla necessità di continuare a ripeterle: solo mantenendo viva questa richiesta si può continuare a credere in un futuro diverso.

Interpellato dal moderatore sul linguaggio politico e religioso utilizzato nei conflitti, Pizzaballa ha ricordato che dietro le guerre si nascondono quasi sempre interessi materiali e geopolitici. L’uso del nome di Dio per giustificare la violenza, ha affermato, rappresenta uno dei peccati più gravi. Per questo è urgente cambiare il linguaggio pubblico e smettere di strumentalizzare la religione. Non esistono nuove crociate, ha ribadito il Patriarca: Dio è dalla parte di chi soffre e muore, in ogni parte del Medio Oriente. I conflitti possono assumere una veste religiosa, ma spesso si tratta di una strumentalizzazione che ha poco a che fare con la fede autentica.

Gran parte della discussione si è concentrata sulla situazione nei Territori palestinesi. Secondo Pizzaballa, il ruolo dell’informazione è decisivo nei contesti di guerra, ma nel caso di Gaza reperire notizie affidabili è stato spesso estremamente difficile. I giornalisti, ha osservato, hanno una responsabilità importante: non solo raccontare i fatti, ma aiutare a interpretarli in modo corretto e critico.

La realtà della Striscia di Gaza resta drammatica. Circa il 53% del territorio è sotto controllo israeliano, mentre Hamas mantiene una presenza significativa. Sebbene l’emergenza alimentare sia meno acuta rispetto ai momenti più critici del conflitto, la popolazione continua a vivere una situazione gravissima: circa due milioni di persone sono sfollate, la ricostruzione non è ancora iniziata e la maggior parte delle infrastrutture è distrutta. Mancano medicinali, solo 36 ospedali risultano funzionanti e gran parte della popolazione vive in tende, mentre scuole e servizi essenziali sono stati devastati. Il processo di pace resta bloccato: Hamas non consegna le armi, Israele non si ritira e i confini restano chiusi.

Anche in Cisgiordania la situazione appare in progressivo deterioramento. Crescono le tensioni con i coloni israeliani, mentre nuove misure legislative fanno temere ulteriori restrizioni per la popolazione palestinese. Il sistema amministrativo del territorio resta diviso nelle tre aree stabilite dagli accordi precedenti: l’Area A sotto controllo palestinese, l’Area B con amministrazione civile palestinese e sicurezza condivisa, e l’Area C sotto pieno controllo israeliano. Tuttavia nuove disposizioni, soprattutto sul catasto e sulla gestione del territorio, alimentano il timore di un ampliamento dell’influenza israeliana anche nelle aree teoricamente sotto amministrazione palestinese. Nel frattempo continuano le difficoltà per la comunità cristiana: i titoli di studio delle scuole cristiane palestinesi non sono riconosciuti in Israele e i pellegrinaggi, che avevano appena ripreso dopo anni difficili, risultano di nuovo interrotti.

Lo sguardo si è poi allargato alla crisi regionale. Secondo Brignone, la situazione iraniana mostra segnali di tenuta del regime, anche alla luce dell’ipotesi di successione alla guida suprema che vedrebbe coinvolto il figlio di Ali Khamenei, figura vicina agli ambienti militari della Repubblica islamica. Al momento non emergono indicazioni di un possibile collasso del sistema politico iraniano. Piuttosto, ha osservato Brignone, l’attenzione militare sembra concentrarsi sempre più sul controllo dello Stretto di Hormuz, nodo strategico fondamentale per il traffico energetico mondiale. Gli obiettivi del conflitto sembrano dunque spostarsi: non si parla tanto di cambio di regime o di questione nucleare, quanto di garantire il passaggio nello stretto. Un’operazione complessa, anche per la possibile entrata in scena degli Houthi e per il rafforzamento della presenza militare statunitense nell’area.

Infine Martino Diez ha analizzato la situazione del Libano, inizialmente considerato un fronte secondario ma ormai diventato centrale nel conflitto regionale. Nelle ultime settimane circa 700 mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Anche se si arrivasse a una soluzione nella crisi dello Stretto di Hormuz, il conflitto tra Israele e Hezbollah rischia di proseguire. Israele, ha spiegato Diez, sembra ormai orientato a uno scontro diretto con il movimento sciita e non esclude un’occupazione militare del sud del Libano fino al fiume Litani.

Hezbollah, mai completamente disarmato e rafforzatosi nel tempo come attore militare e politico, ha ripreso negli ultimi mesi a riarmarsi. L’escalation è stata aggravata dagli eventi successivi all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha ridisegnato gli equilibri regionali. Oggi il Libano dispone formalmente di istituzioni statali complete, ma la fiducia tra Israele, Hezbollah e lo Stato libanese resta minima. I bombardamenti sempre più intensi hanno già provocato nuove ondate di sfollati e spinto migliaia di persone a fuggire dalle aree di confine.

Il governo libanese continua a chiedere un cessate il fuoco e la smilitarizzazione di Hezbollah, ma la prospettiva di una de-escalation appare ancora lontana. In questo scenario complesso e instabile, la regione sembra muoversi lungo una linea sempre più fragile, dove diplomazia, informazione e responsabilità morale restano elementi decisivi per evitare un’ulteriore espansione del conflitto.

Didascalia: Card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini

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