La Basilica di Sant’Ambrogio questa sera, venerdì 5 Dicembre alle ore 18.00, ha accolto un folto pubblico per assistere alla lettura della lettera alla città dell’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, in occasione della celebrazione del patrono Sant’Ambrogio nell’omonima Basilica a lui dedicata.
Presenti numerose autorità istituzionali: il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, il sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia Raffaele Cattaneo, il prefetto di Varese dottor Salvatore Pasquariello, il questore di Varese Carlo Ambrogio Mazza, il Comandante Esercito Lombardia Generale di Brigata Carmine Sepe, oltre a numerosi Sindaci del territorio diocesano.
La cerimonia ha visto la partecipazione anche di Mons. Giorgio Spada, parroco di Campione d’Italia, cappellano delle Forze di Polizia delle province di Como e Varese e Canonico Maggiore Onorario della Basilica di Sant’Ambrogio.
Nel giorno di Sant’Ambrogio, patrono della città, l’Arcivescovo Mario Delpini ha consegnato alla comunità milanese una lettera intensa e diretta, una sorta di “diagnosi civile” articolata in cinque punti, che fotografa i rischi di crollo della nostra casa comune e indica la via per una possibile ricostruzione. L’immagine che Delpini utilizza come filo rosso è quella della casa che sembra vacillare, minacciata da fratture sociali, economiche e culturali ormai sotto gli occhi di tutti. Pur evitando toni catastrofisti, l’Arcivescovo invita a una presa di coscienza realistica: ci sono crepe profonde e ignorarle sarebbe irresponsabile. Di seguito, i cinque segnali d’allarme individuati nella lettera alla città.
1. Una generazione che teme il futuro
Il primo allarme riguarda la crisi demografica e la difficoltà dei giovani a immaginarsi adulti. Delpini descrive un clima sociale che non trasmette fiducia, che impone ai ragazzi un elenco continuo di “devi” e “dovresti”, generando sfiducia e senso di inadeguatezza. Accanto a giovani impegnati e generosi, cresce una fascia che si rifugia nello sballo, nella dipendenza, nella fuga dalla realtà. Una deriva che, avverte l’Arcivescovo, troppi ancora non vedono nella sua gravità.
2. Le città che non vogliono più cittadini
Il secondo segnale riguarda l’emergenza abitativa. A Milano, sempre più persone – famiglie, lavoratori, studenti – si vedono respinte da affitti inaccessibili o dalla scelta di lasciare gli appartamenti vuoti per guadagnare di più con gli affitti brevi. “La città non vuole cittadini”, denuncia Delpini, ricordando il paradosso di comunità che poi si lamentano della mancanza di personale nei servizi essenziali.
3. Un welfare che mostra crepe profonde
Il terzo punto tocca il sistema sanitario, tra eccellenze riconosciute e crescenti disuguaglianze di accesso. Preoccupano le liste d’attesa, la pressione sui lavoratori della sanità – talvolta fino alla violenza –, l’accento sempre più marcato sulla sanità privata e l’impoverimento del “prendersi cura”. Delpini richiama l’attenzione sul rischio di una società in cui curare significhi solo guarire, dimenticando chi non può più guarire. —
4. Le carceri: un’emergenza ignorata
Il quarto segnale riguarda la situazione del sistema penitenziario, definito “intollerabile”. Sovraffollamento, degrado, mancanza di percorsi di reinserimento, presenza crescente di persone con patologie psichiatriche: tutto ciò, osserva Delpini, non rieduca e non protegge, ma genera ulteriore violenza. La repressione senza prevenzione e reinserimento diventa una crepa pericolosa della casa comune.
5. Un capitalismo che alimenta l’individualismo
L’ultimo campanello d’allarme riguarda Milano come capitale finanziaria. Delpini denuncia le distorsioni di una finanza “che fa soldi con i soldi”, ignorando la funzione sociale dell’economia. La città, dice l’Arcivescovo, è diventata troppo spesso territorio appetibile per investitori senza scrupoli o per il riciclaggio di denaro illecito. Una dinamica che accentua le disuguaglianze e mette a rischio la fiducia reciproca, fondamento di ogni comunità.
“Io mi faccio avanti”: la risposta possibile alla diagnosi severa, Delpini affianca una visione di speranza: uomini e donne che “si fanno avanti”, assumendosi la responsabilità di aggiustare la casa comune. Coppie di sposi, sindaci, educatori, forze dell’ordine, professionisti, imprenditori, giovani, semplici cittadini: una coralità di storie e impegni quotidiani che dimostrano che la città è ancora viva. Per l’Arcivescovo, non è l’assenza di problemi a garantire il futuro, ma la presenza di persone capaci di fare la loro parte senza rassegnarsi. E il messaggio si allarga a tutti: la casa non cade, se c’è chi sceglie ogni giorno di sostenerla con onestà, competenza e speranza.
La conclusione della Lettera si apre alla storia e al presente. Scrive lo storico Cesare Pasini: «Ambrogio vive in un tempo in cui sconfitte clamorose, violenze fratricide dentro la famiglia imperiale e nello scontro con usurpatori diffondono segnali di allarme, con la percezione dell’imminente crollo dell’Impero Romano. Di fatto poi l’Impero continuò ad essere potente, ricco, e anche aggressivo e corrotto. Una lezione si può certo raccogliere – prosegue Pasini – Roma è minacciata dalla corruzione di cittadini disonesti e incompetenti ma Roma sopravvive perché ci sono cittadini onesti disposti al sacrificio».
Anche Milano, oggi, percepisce talvolta il rischio di un crollo imminente della sua civiltà. Delpini invita però a capovolgere la domanda: il declino è davvero un destino inevitabile? Oppure ci sarà ancora una volta una generazione capace di farsi avanti per aggiustare il mondo? Per Sant’Ambrogio, ciò che sostiene la città è la fede: porre Cristo come fondamento, pietra angolare che permette non solo di resistere alle tempeste, ma di ritrovare vita, serenità e speranza. Quella stessa fede – insieme al coraggio civile di ogni uomo e donna di buona volontà – è per Delpini la via per trasformare le crepe in ricostruzione, le paure in responsabilità, il rischio di crollo in un futuro ancora possibile.






