Israele il diritto, la convivenza, la pace (parte prima)

Questo racconto nasce da un viaggio diretto dello scrivente in Israele, tra la Galilea, il Golan, la Giudea e i territori palestinesi. Un percorso fatto di incontri, dai vertici diplomatici presso la Nunziatura Apostolica e il Patriarcato Latino di Gerusalemme, fino alla testimonianza del dolore dignitoso di un padre druso a Majdal Shams, passando per la varietà di fedi che si intrecciano su tutto il territorio. In una terra dove la realtà va letta “tra le righe” dei checkpoint e delle apparenze, queste riflessioni vogliono aiutare a comprendere la complessità del presente: uno sforzo umano per conciliare le diversità e far prevalere la luce sul pregiudizio.

“Auguri di un felice e luminoso Hannukkah”: è questo l’augurio scambiato nel mondo in occasione della festa ebraica della luce (Festa delle luci): dura 8 giorni e la prima sera, chiamata Erev Chanukkah, inizia al tramonto del 24 del mese di kislev (dicembre).

La festività, durante gli otto giorni, è caratterizzata dall’accensione dei lumi di un particolare candelabro a nove bracci chiamato chanukkià. La festa ricorda il miracolo della durata dell’olio della Menorah dopo la riconquista del Tempio di Gerusalemme e la riconsacrazione dell’altare nello stesso Tempio avvenuta nel 164 a.C., nelle prime fasi della rivolta maccabea contro l’Impero seleucide.

Tali informazioni (qui riportate cioè su un quotidiano – in questo caso Vareseinluce.it) non vogliono essere una ‘lezione’. Tutt’altro. Servono per contestualizzare e aiutare a comprendere le vicende del nostro tempo e, in particolare, di questi giorni.

E’ ancora vivo infatti lo sgomento per la strage antisemita sulla spiaggia di Sidney (Australia) di domenica 14 dicembre, ormai conosciuta come la ‘strage di Hannukkah’: esito di un attentato di persone radicalizzate e ispirate all’ISIS, sostenuto da ideologie violente motivate da rancore. Tenebre dell’odio contro la luce della convivenza: come se si affermasse l’impossibilità di intravedere una possibile via d’uscita.

Ricorrenza dell’Hannukkah che veniva celebrata, appena qualche giorno prima, in Galilea, ad Haifa, con immersione notturna nella Hag ha-Haghim (“La Festa delle Feste”) di ebrei, cristiani e musulmani per le rispettive festività (Hanukkà-Natale-Ramadhan), sotto il maestoso profilo dei giardini e del Mausoleo Bahai, illuminato sontuosamente. Un tripudio di luci, di colori, di suoni, attorniati dai simboli rispettivi (il candelabro a nove luci, l’albero di Natale, la mezza luna), sotto una spendente luna nel cielo notturno di Haifa. Insomma, un esempio di convivenza e festa; la vittoria della luce sulle tenebre dell’odio. Almeno in quella occasione, ma dunque possibile!

A seguito del viaggio in Israele (Galilea, Golan, confini con Libano, con Siria e Giordania, Gerusalemme, Betlemme, ed altri, e territori anche ‘palestinesi’), compiuta recentemente dallo scrivente, è possibile raccontare tante realtà di quella terra.

Il racconto su certi Paesi nel mondo, soprattutto quelli ‘a rischio’, può essere fatto, generalmente, stando davanti a un computer oppure ‘provando’ e ‘constatando’ le cose. In questo secondo caso il racconto implica la necessità anche di ‘leggere tra le righe’ quello che appare. E quello che ‘appare’ può essere l’esteriore tranquillità, ad esempio la visione di militari, adulti e giovani (donne e uomini) in mezzo alla gente ed al traffico quotidiano, che trovi al supermercato o davanti alle ‘porte’ della Città Santa, o Luoghi Santi Musulmani del Monte del Tempio.

Perché occorrere distinguere le cose: la cittadinanza (israeliana, ma infuturo anche palestinese?), l’etnia, la confessione religiosa. Così che può esserci l’israeliano arabo (oppure palestinese) di confessione cristiana (non islamico), proprio come il gruppo di persone incontrate durante la visita, a Tabgha al santuario del Primato di Pietro, sulla sponda nord-occidentale del Lago di Tiberiade.

E’ il bello della varietà e dello sforzo umano di conciliare le diversità e le convivenze, possibili ma non in contrasto. Ciò dimostra che l’importante è l’intenzione e l’animo e non l’imposizione, la quale genera violenza, odio, pregiudizi, guerra.

Quello che ‘appare’, circolando nello Stato d’Israele, sono i continui controlli eseguiti nello spostamento tra territori di amministrazione israeliana e territori palestinesi (comunque Stato israeliano), dove anche le targhe dei taxi sono diverse. Quello che ‘appare’ è inoltre l’immagine e i comportamenti delle persone: i ‘palestinesi’, ad esempio, in assenza di turismo (causato anche dai cosiddetti ‘timori’ che gli occidentali coltivano) hanno poco reddito e l’imprenditorialità non è così evoluta: così, in caso di arrivo di turisti (quei pochi), ‘assaltano la diligenza’ con assillanti richieste di venderti qualcosa.

Quello che ‘appare’, visibilmente, è l’incontro – pure – con la parte della popolazione israeliana che professa una visione molto conservatrice della fede ebraica, anche giovanissimi, distinguibili per l’abbigliamento tipico e le usanze. Può costituirsi un dialogo tra le diverse ‘visioni’ dell’ebraismo (ma ciò vale anche per altri gruppi sociali) così da poter sfociare in una comprensione che oggi appare non semplice?

E a proposito di gruppi (etnie, religioni) non possiamo dimenticare la popolazione drusa. La salita a Majdal Shams, villaggio druso (sul confine col Libano) colpito da missili di Hezbollah (gruppo paramilitare sciita libanese), ha offerto il commovente incontro con Rabeea ibn Saleeh, i cui due figli furono colpiti dal missile che il 27 luglio 2024 uccise o ferì un folto gruppo di giovanissimi amici nel campo di calcio. Non furono sufficienti gli 8 secondi per rifugiarsi in zona sicurezza: il missile era partito proprio dietro la collina di confine. Rabeea è papà di Ameer Rabeea Abu Saleeh di 16 anni, perito insieme ad altri undici amici: dolorosamente provato, il padre (di credenza drusa) invocava – durante il nostro incontro – unicamente solidarietà, pace e perdono. Un esempio di come il male può essere vinto proponendo il bene. Ma quanti altri, visto il profondo dolore, ne sarebbero capaci?

Al Kibbutz Sasha, a un km e mezzo dalle case del confinante Libano, Angelica, docente universitaria e residente nel kibbuz, ci mostrava la parete bombardata della sala teatrale (sempre con razzi provenienti dal vicinissimo Libano). Testimonianza preziosa la sua quando rivelava il male della ‘ragion di stato’ messo in evidenza da una amica libanese la quale ammetteva dolorosamente l’impossibilità di continuare a parlarsi perché “i libanesi non possono parlare con gli israeliani!”.

La permanenza in territorio israeliano ha offerto la possibilità di altri incontri e di altre visite, quelle ovviamente relative ai luoghi della fede (in Galilea: Cafarnao, Nazareth, Magdala, ecc.) ma anche altri incontri, alcuni inaspettati ma fortunati.

Dopo la visita all’Heptapeghé l’incontro con l’Arcivescovo melchita di Acri-Haifa, Msgr. Yousef Matta: tale fortunato evento può essere accomunato con gli appuntamenti successivi avuti con il Patriarcato Latino di Gerusalemme (colloquio col Vicario Generale Mons.William Hanna Shomali, in assenza temporanea del Patriarca Mons. Pierbattista Pizzaballa), e con il Nunzio Apostolico in Israele e Cipro e Delegato Apostolico a Gerusalemme e in Palestina, Mons. Adolfo Tito Yllana (rappresentante diplomatico della Santa Sede).

Significativi e importanti tali incontri, che consentono di percepire a che punto sono i rapporti tra le parti in causa, a livello religioso e a livello diplomatico. Approfondiremo l’argomento più avanti, in questo ed altro articolo.

Visite a Magdala (Cafarnao) e Valle del Giordano, con sosta al punto (ritenuto) del Battesimo di Cristo: zona palestinese ma accesso non condizionato.

A Rehovot, più a ovest, la visita all’Istituto Weizmann (colpito da missili il 15 giugno 2025): uno dei centri di ricerca più importanti del mondo e una delle più prestigiose università israeliane, interamente dedicata alla ricerca scientifica. Visita alla vicina casa-museo di Haim Weizmann (statista, biochimico e leader sionista israeliano di origine russa, che fu presidente dell’Organizzazione Sionista e in seguito primo presidente di Israele).

A Betlemme, col tassista (palestinese) Mahmud, che ci parlava della sua famiglia, visita alla Basilica della Natività e al Campo dei Pastori, con l’incontro di un gruppo di cattolici africani e africane del Congo, dalle vesti straordinariamente variopinte.

A Gerusalemme visita al Muro Occidentale del Tempio e dei quartieri della Città Vecchia. Senza dimenticare la visita a Notre Dame of Jerusalem (ove si trova il grandioso dipinto della Pentecoste, un affresco sulle quattro alte pareti di un grande salone).

Da ultimo, la visione di tutta Gerusalemme dall’alto: più che l’immersione nella storia, una contemplazione, in un colpo d’occhio, delle vicende dell’umanità e della ‘consistenza’ delle religioni monoteiste!

Non poteva mancare la (ormai tradizionale) visita agli amici della famiglia Katz e cordiali conversazioni su vari argomenti ‘italo-israeliani’.

Ma gli incontri più qualificanti sono stati quelli con le anzidette Istituzioni religiose: il Patriarcato Latino e, successivamente, la Nunziatura Apostolica. Temi: i rapporti interreligiosi e il problema della convivenza.

Viaggio fortunato quello fatto in Israele: la fortuna cioè di avere a fianco mons. Pierfrancesco Fumagalli, Dottore Emerito della Biblioteca Ambrosiana di Milano, e ‘Consultore della Commissione della S. Sede per i rapporti religiosi con l’Ebraismo’.

Ma l’intero argomento sul contenuto delle posizioni al riguardo lo affronteremo in un secondo articolo, che seguirà. Come pure la valutazione dei giudizi che il mondo contemporaneo sembra dare sullo Stato d’Israele e sull’antisemitismo dilagante. ./.

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