Isolare la democratica Taiwan, la strategia dei piccoli passi di Pechino

Generale Giuseppe Morabito membro del Direttorio della NATO Defence College – Per decenni, la posizione dell’Occidente e le sue grandi democrazie nei confronti della Cina Popolare si è basata sul cercare di contrastare un’unica, drammatica eventualità: un’invasione armata della Repubblica di Cina-Taiwan. Gli analisti hanno definito due possibilità di azione da parte di Pechino , la prima potrebbe iniziare da un blocco formale delle acque circostanti l’isola oppure procedendo a un esplicito atto di guerra che, come logico, scatenerebbe una risposta altrettanto esplicita. Tale eventuale aggressione è una possibilità reale, e questa continua minaccia suggerisce al governo di Taipei di non abbassare la guardia. Per tutto il mondo occidentale e le sue industrie è vitale poter commerciare con Taiwan e poter importare i semiconduttori prodotti sull’isola che sono il 60% della produzione mondiale e il 90% dei più avanzati tecnologicamente.

Concentrando l’attenzione sulla possibile prossima possibile aggressione, la stessa apparrebbe agli analisti della regione sempre meno probabile . Secondo molti Pechino avrebbe intrapreso, già da tempo, una strategia più economica che, grazie alla possibilità di negare qualsiasi coinvolgimento, corrobora la falsa lettura di essere una superpotenza stabile e pacifica. Tale atteggiamento (che non appare assolutamente credibile) appare in linea con i tempi lunghi che contraddistinguono, da sempre, la storia del pensiero dominante in Cina Popolare.

Al di sotto della soglia di una guerra esplicita, Pechino tenta/può alterare gradualmente le realtà strategiche: nave dopo nave, licenza dopo licenza, narrazione dopo narrazione, senza mai oltrepassare la soglia che giustificherebbe una reazione decisa da parte della democratica Taiwan (la conoscenza della democrazia da parte di quasi 24 milioni di taiwanesi irrita da sempre il Partito Comunista cinese).

Una strategia asimmetrica e graduale, che non si dichiara mai guerra aperta, ma può comunque raggiungere gran parte degli obiettivi di una guerra e cioè: ottenere una erosione della sovranità, costringere gli avversari a divenire dipendenti, confrontarsi con coalizioni frammentate e passare a una lenta ridefinizione dei ruoli decisionali in aree politiche e persino geografiche contese. L’innovazione attuale più significativa della politica estera della Cina Popolare di questi ultimi anni è l’integrazione della coercizione nella cosiddetta “zona grigia di Pechino” e della leva geo economica in un’unica strategia costruita lentamente al fine di per modificare il comportamento della controparte senza richiedere di raggiungere il possibile scenario di un conflitto aperto.

Secondo il Think Tank RUSI di Londra, ogni strumento coercitivo di Pechino sarebbe oggi sia modesto sia negabile singolarmente. Un’azione di disturbo in una pattuglia della guardia costiera, una licenza di esportazione negata a singole aziende o paesi, la neutralizzazione economica (non fisica per ora) di membri dell’élite opposta, non sono atti che, presi singolarmente, costituiscono un casus belli.

Applicati insieme e con “la pazienza cinese” su un lungo arco temporale, questi accadimenti modificano la situazione strategica della regione, rendendo al contempo la rappresaglia politicamente scomoda o economicamente dolorosa per tutti tranne che per la Cina Popolare.

Se la soluzione strategica è una guerra cinetica, la risposta è la deterrenza: una forza di Pechino sufficiente, posizionata abbastanza in avanti, da far apparire l’invasione impossibile da sconfiggere. Se la minaccia è una continua campagna di coercizione, la deterrenza rimane necessaria, ma è ben lungi dall’essere sufficiente. La risposta taiwanese e la strategia del “porcospino” (essere cosi decisi e efficienti nella difesa al punto di scoraggiare un assalitore per le perdite da sostenere per effettuare un attacco vincente) non potrebbero bastare.

Recentemente, navi della guardia costiera cinese che operano intorno a Taiwan hanno trasmesso messaggi alle navi mercantili rivendicando la giurisdizione sulle acque da sempre taiwanesi. Un gruppo d’attacco di portaerei non può dissuadere Taipei da rivendicare i suoi diritti, ma tali incidenti ricorrenti vengono accolti con condanna e, nella migliore delle ipotesi, con contromisure forse non sufficienti in un prossimo futuro. La concessione controllata e mono direzionale delle licenze per le terre rare, l’ultimo strumento di pressione della Cina Popolare, non viene dissuaso da un trattato di mutua difesa (con gli USA) e persino le alleanze per la sicurezza economica. Quando la Cina Popolare ha implementato controlli restrittivi sulle licenze per le terre rare nel 2025, ha innescato gravi problematiche nella catena di approvvigionamento anche per le industrie europee.

Per ottenere le autorizzazioni necessarie all’esportazione di questi materiali critici, le singole ambasciate e i governi nazionali dell’UE sono state costrette e impegnarsi in una competizione di lobbying con Pechino, spesso sfruttando i legami bilaterali per ottenere “licenze generali” per i loro settori tecnologici. Gli strumenti che Pechino ora predilige sono calibrati precisamente per togliere spazi alla politica economica di Taiwan che, da sola, è troppo debole per reagire. Nel complesso, tuttavia, queste azioni sono sufficientemente ampie da rimodellare il panorama strategico secondo il progetto di Pechino. La tentazione è, infatti, quella di considerare ciascuna di esse come un fastidio isolato. Logicamente è proprio per incoraggiare tale errata interpretazione che la strategia è stata concepita per fiaccare ‘economia di Taiwan,

La contesa dei diritti marini e’ l’esempio più lampante delle azioni di Pechino nel Mare Cinese che si stanno materializzando intorno a Taiwan. All’inizio di Giugno 2026, la guardia costiera di Taiwan ha segnalato quella che ha descritto come la prima operazione coordinata tra una nave della guardia costiera cinese e una nave oceanografica per esercitare pressione sulle isole Pratas, controllate da Taiwan, nel nord del Mar Cinese Meridionale. Il pattugliatore cinese ha trasmesso via radio nella zona che “il futuro di Taiwan risiede nella riunificazione nazionale” e che stava conducendo operazioni di applicazione della legge della Cina Popolare. Taipei ha accusato Pechino di aver diramato una “falsa interpretazione” della giurisdizione e la situazione di stallo è durata circa 34 ore. Giorni dopo, la Cina Popolare ha inviato la sua più grande nave pattuglia nelle acque a est di Taiwan, citando come pretesto i colloqui sui confini marittimi tra Giappone e Filippine: la prima volta che ha utilizzato tali colloqui per affermare la giurisdizione della guardia costiera in un teatro in cui la sua presenza era stata storicamente limitata.

Nel complesso, la Cina Popolare ha esercitato una pressione costante nella zona contro Taiwan per circa un decennio, utilizzando migliaia di incursioni militari, marittime e informatiche non belliche quasi quotidianamente. Le operazioni prevedono voli di routine nella Zona di Identificazione della Difesa Aerea, pattuglie della Guardia Costiera di Pechino e infiltrazioni di droni civili volte a logorare/testare le difese di Taiwan senza scatenare un conflitto aperto, ma cercando di far apparire una normalità la presenza delle forze di Pechino. Analizzati singolarmente sembrano singoli episodi di poco conto: nessun colpo sparato, nessuna vittima, una nave respinta, una situazione di stallo conclusa. Viste tutte insieme in serie: sono tutt’altra cosa. Le disabitate isole Pratas (rivendicate dalla Cina Popolare) si trovano a più di 800 km da Taipei e sono conseguentemente scarsamente difese tanto e’ vero che nella prima metà del 2025, navi di Pechino avevano già violato le acque territoriali taiwanesi in diverse occasioni spesso con i sistemi di identificazione automatica disattivati per eludere il tracciamento.

Ogni incursione aumenta strategicamente la familiarità degli equipaggi cinesi con le acque che un giorno potrebbero dover controllare e diventano elementi di esperienza che potranno essere successivamente e eventualmente utilizzate come prova di giurisdizione effettiva. In fondo, normalizzano la presenza cinese in modo che l’eccezionale diventi routine. La stessa logica si estende sotto la superficie. Nel Febbraio 2025, Taiwan ha fermato un’imbarcazione con equipaggio cinese sospettata di aver tranciato un cavo di comunicazione sottomarino, un atto che non poteva dimostrare in modo definitivo essere deliberato e quindi non poteva punire direttamente.

Il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino ha dichiarato che non si trattava di una “questione di affari esteri”, indicando che la Repubblica di Cina-Taiwan fa parte della Cina Popolare – un ulteriore passo per rafforzare lo schema secondo cui le “questioni” di Taiwan per Pechino sono da considerare interne. Ambiguità e negabilità sono al centro di queste operazioni. Una tattica che non può essere attribuita in modo chiaro non può avere una risposta altrettanto chiara, e l’avversario è costretto a scegliere tra una reazione eccessiva e conformarsi alla situazione. C’è anche una logica di prova generale in atto.

L’attività di “applicazione della legge” della guardia costiera della Cina Popolare intorno a un’isola remota è il fondamento di un assedio, un regime di un tipo di interdizione che un giorno potrebbe essere imposto a Taiwan senza il presupposto legale di un blocco dichiarato. Inquadrare ogni azione come normale attività di polizia piuttosto che come coercizione militare è un esercizio deliberato di ciò che gli strateghi cinesi chiamano guerra legale: stabilire, attraverso la ripetizione, un vocabolario e un corpus di “precedenti” che ridefiniscono la coercizione come un fatto legalmente autorizzabile. Più spesso Pechino agisce come se avesse già giurisdizione, più crea l’apparenza di averla, e più difficile diventa per gli altri sostenere il contrario .

Le guerre Russia/Ucraina e USA/Iran e il coinvolgimento, a vari livelli, dei paesi europei e del Medio Oriente stanno facilitando la politica espansionistica di Pechino. Purtroppo manca la dovuta attenzione a quanto avviene nella regione che rimane vitale per l’economia mondiale.

didascalia: Generale Giuseppe Morabito membro del Direttorio della NATO Defence College

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