A poco più di un anno dal suo insediamento nella basilica di sant’Ambrogio (avvenuto il 6 Settembre 2024) abbiamo avvicinato don Mauro Malighetti, prevosto di Merate, dopo Lecco il più importante centro della provincia, per chiedergli un bilancio della sua esperienza. Don Mauro, 62 anni, ha una lunga esperienza pastorale: ordinato sacerdote nel 1988, ha iniziato il suo ministero come vicario presso la Parrocchia Prepositurale SS. Pietro e Paolo di Luino, dove è rimasto fino al 2000. Successivamente ha ricoperto il ruolo di vicario a Sant’Andrea a Milano, per poi diventare prevosto e decano di Primaluna, in Valsassina, dal 2004 al 2015. Prima di arrivare a Merate, per 10 anni, è stato parroco e responsabile della Comunità Pastorale “Santa Caterina” a Besana in Brianza.
Originario di Lecco ha respirato, fin da bambino, l’effervescente clima produttivo della Brianza ed è da questo luogo che partiamo per intervistarlo.
Don Mauro, basta percorrere la statale 36 per rendersi conto che l’intera Brianza è costellata di piccole e medie aziende, di negozi d’artigiani e dei più svariati insediamenti produttivi. I suoi laboriosi cittadini, i brianzoli, sono anche degli attenti fedeli?
Certamente sì, nonostante le difficoltà di una vita sempre più complicata.Anche in questo lembo di terra lombarda non mancano indifferenza, superficialità, così come le preoccupazioni. Va però pure sottolineato che c’èuna rinnovata attenzione verso il fenomeno religioso e la fede. Non si tratta di un dato misurabile come si potrebbe fare con un termometroper la febbre, ma ciò che si può osservare è una riscoperta e un maggiore approfondimento delbisogno di spiritualità.
Ci avviciniamo al Natale e la metropoli lombarda, una volta la “città con il cuore in mano” dalla quale probabilmente anche molti suoi parrocchiani si sentono attratti, si presenta come un gigantesco, quanto anonimo, paese dei balocchi. A Merate i cittadini conservano ancora quell’afflato spirituale che la Nascita di Gesù ispira, o sono completamente omologati al frastuono materialista di Milano?
L’aria che si respira è la stessa, ma nelle piccole città benché Merate abbia più di 15 mila abitanti, si avverte ancora in modo forte la presenza del Natale, anche nella sua dimensione più tradizionale. Anzi, si può parlare di una vera e propria riscoperta: durante l’anno la partecipazione tende talvolta a diminuire, ma nel periodo natalizio le chiese tornano a riempirsi. Questo è senza dubbio un segno positivo.
C’è un Natale, aldilà di quelli della sua infanzia, che ricorda con piacere? Un Natale “segno visibile”, che magari ha potuto cogliere nei suoi fedeli?
Sono prete da 37 anni e ho vissuto molti Natali, in luoghi diversi: dal Luinese alla città di Milano, poi Primaluna, a Besana Brianza e oggi qui a Merate. Posso dire che ogni Natale ha un suo fascino particolare, soprattutto per l’attenzione, la generosità e la commozione che suscita. Èqualcosa che nasce probabilmente dal bambino di Betlemme, capace di toccare il cuore dell’uomo anche quando questo sembra distante o superficiale. Non c’è un Natale più speciale degli altri, ma ogni volta che mi preparo a celebrarlo mi accorgo di questi segni: più attenzione verso gli altri e un cuore che si fa più buono. Ed è davvero molto bello.
Lei ha sempre mostrato grande sensibilità e attenzione per il mondo delle missioni. Ha lanciato qualche nuova iniziativa per aiutare confratelli impegnati nell’evangelizzazione di comunità in Paesi lontani?
Sì, dal 2013 ospito durante le vacanze natalizie e pasquali, seminaristi provenienti da tutto il mondo. Con molti di loro, diventati sacerdoti, sono ancora in contatto. Ho anche compiuto viaggi in Venezuela, in Messico e in India per accompagnare questi seminaristi, oggi preti. Da questo punto di vista, sono molto attento a sostenere i loro studi nei Paesi di origine e soprattutto a coltivare un’amicizia capace di aprire lo sguardo sulla realtà della fede. Una fede che non si chiude nella città di Merate, nella nostra Lombardia o nella nostra Italia, ma che si apre a un orizzonte molto ampio. Èun’esperienza davvero molto arricchente. Per questo credo che, anche nella vita ordinaria,non si possa prescindere da un’attenzione missionaria. Ho avuto due zie,suore missionarie della Consolata, entrambe scomparse. Una aveva trascorso più di 40 anni in Kenya,al punto, come lei stessa diceva, «da sentirsi più africana che italiana».
Avrebbe mai immaginato un’Italia e un’Europa così distratte e lontane dalla fede in Dio?
Non l’avrei mai immaginato, ma sono convinto che, nonostante tutto, la grazia di Dio e la Provvidenza ci accompagnino. È vero, però, chedobbiamo metterci del nostro; come dice un vecchio adagio: «Aiutati che il ciel ti aiuta». Se non compiamo noi per primi un passo per recuperare le radici culturali della nostra identità che,piaccia o non piaccia,sono radici cristiane, rischiamo di perdere molto. È stato infatti il cristianesimo adevangelizzare l’Europa. Se non recuperiamo queste radici, la nostra fede si assopisce e la nostra realtà si disperde in tanti rivoli; e allora non dovremmo stupirci se altre religioni sembrano imporsi. Al contrario, occorre riprendere con semplicità, entusiasmo e una certa determinazione le nostre radici culturali: sono quelle che ci rendono forti di fronte al mondo e alle sfide che esso ci propone.
Il v.presidente Usa è un convinto difensore della famiglia e dei valori giudaico-cristiani; a terminare la guerra in Ucraina ci sta provando l’inquilino della Casa Bianca. Noi europei abbiamo scordato quanto dobbiamo, anche di benessere economico, alla spiritualità e al lavoro del monachesimo occidentale ed oggi a rivalutare quell’immenso patrimonio culturale sono i politici trumpiani. Non le sembra paradossale?
Sì, viviamo in un contesto in cui il paradosso ci accompagna in molti ambiti. Proprio per questo è necessario che, con umiltà e semplicità, il Vecchio Continente torni a valorizzare alcuni principi che, ahimè, oggi sembrano essere stati abbandonati o relegati in secondo piano. Penso innanzitutto all’identità dell’uomo. Oggi ci si chiede: che cosa è diventato l’uomo, che cosa è davvero? Se non recuperiamo la sua dignità — non come semplice risposta a un bisogno esteriore, ma come identità unica e irripetibile — emergono inevitabilmente i paradossi che osserviamo. È proprio l’uomo, la persona,che deve tornare al centro di ogni nostra azione: politica, sociale, pastorale e di fede.
Un americano sul soglio di Pietro: chi l’avrebbe mai immaginato? La sua elezione a pontefice potrebbe essere segno che la Provvidenza divina sia già all’opera nel momento di maggiore visibilità nel mondo della distruttiva opera di satana?
La Provvidenza, col tempo, ci aiuterà a comprendere il significato di un Papa statunitense. È certamente un uomo che, con la sua semplicità, ma anche con la sua tenacia e una fine capacità pastorale, ci sta riportando alla dimensione più profonda del nostro cammino di fede. Il tentatore, infatti, si insinua in ogni spiraglio di distrazione ed è proprio per questo che credo che la Provvidenza abbia posto quest’uomo come segno in continuità con alcune scelte di Papa Francesco, ma anche con elementi di discontinuità nel modo di vivere il cammino di fede e l’azione pastorale della Chiesa. È, in ogni caso, un chiaro segno della Provvidenza che ci invita a risvegliarci.Non possiamo andare avanti come se nulla fosse accaduto, né come se nulla potrà mutare in futuro.
didascalia: da sin. Papa Leone XIV, don Mauro Malighetti
