Editoriale – Il Natale di don Mazzolari, nel ricordo di don Cecchin: “L’uomo è l’assente più doloroso del presepe”

C’è un ricordo che Monsignor Franco Cecchin, già Prevosto di Lecco e oggi assistente diocesano della Pastorale della Terza Età della Diocesi di Milano, custodisce come un piccolo tesoro. È il giorno in cui, a cinque anni, nella mano della madre, Rosa, fu accompagnato fino alla porta della canonica di Bozzolo. Davanti a lui c’era don Primo Mazzolari, figura profetica del cattolicesimo, il prete che avrebbe segnato la sua storia personale.

«Voglio fare la comunione», chiese il piccolo Franco. Don Primo sorrise, ma gli promise che, se l’anno successivo, avesse riformulato la richiesta con la stessa decisione avrebbe provveduto lui stesso «a prepararlo per ricevere Gesù». Entrambi furono di parola e il piccolo Franco, il 3 Aprile 1950, ricevete l’Eucaristia con un anno d’anticipo rispetto ai suoi coscritti. «Quel giorno – ricorda oggi il Sacerdote – capii che volevo diventare come lui. Non so se ci sono riuscito, ma prete sono diventato».

Nel racconto di Monsignor Cecchin, Mazzolari non è stato solo il “parroco di Bozzolo”, il profeta che parlava di poveri, giustizia, libertà religiosa, anticipando il Concilio, era un uomo profondamente innamorato di Gesù e radicalmente immerso nella storia, convinto che il Vangelo dovesse abitare le strade, le case, persino la politica.

Credeva in una Chiesa dialogante, nella Messa come incontro vivo della Famiglia di Dio, dove non c’erano spettatori, ma persone che camminavano insieme nella vita di tutti i giorni.

Nel volume “Il Natale di don Primo Mazzolari” (La Locusta), un libro che ha raggiunto dieci ristampe e continua a toccare il cuore di molti, c’è una pagina che riflette particolarmente questo tempo: il presepe senza uomini.

Mazzolari immagina un presepe pieno di angeli, fiori, stelle. Ma davanti alla culla di Gesù manca l’uomo. Proprio lui, colui per il quale Dio si è fatto bambino. «Ecco il tragico del nostro Natale», scriveva. «L’uomo non capisce oggi, come non capiva allora».

È un’immagine potente, che parla di un’umanità assente: distratta, orgogliosa, incapace di compassione. Un’umanità che non sente più la propria miseria come luogo dove Dio può entrare, che non riconosce nel fratello il volto di Cristo.

Nelle parole di Mazzolari c’è una lucidità che permea: la denuncia dell’indifferenza verso chi soffre, del benessere chiuso in se stesso, del sapere piegato al profitto, del lavoro che perde il cielo, delle famiglie che dimenticano l’anima dei figli. È come se il presepe diventasse uno specchio. Chi può entrarvi, se non si lascia toccare dalle lacrime del mondo? Chi può avvicinarsi al Bambino, se non sente il desiderio di restituire vita, tempo, denaro, amore?

Per Mazzolari Gesù è ancora solo. Non perché manchino il bue o l’asinello, ma perché manchiamo noi. Il Natale chiede presenza, non decorazioni. Eppure il messaggio di Mazzolari non è mai disperato. Semmai è un invito. Un richiamo dolce e fermo a tornare al centro, a riprendere posto accanto alla culla: come madri che riscoprono la grandezza della maternità, come padri che custodiscono un’anima prima di uno stomaco, come pastori che alzano lo sguardo, come Magi che cercano ancora.

È il desiderio di un “Natale dell’umanità”, quando il mondo intero ritroverà la strada verso quel Bambino. Un messaggio che risuona ancora oggi attuale più che mai: quel presepio “vuoto” parla più di mille parole: ci ricorda che il Natale non ha bisogno di spettatori, ma di cuori capaci di accogliere; che la salvezza non si impone, ma si offre; che Dio non entra nel mondo attraverso il rumore, ma attraverso il silenzio condiviso dei poveri. È come se Mazzolari ci dicesse che, per incontrare davvero il Bambino, occorre prima fare spazio dentro di noi, eliminare ciò che è superfluo, deporre maschere e pretese.

Le pagine natalizie di don Primo, proprio per questa capacità di andare all’essenziale, restano tra le più belle scritte nel nostro Paese: delicate ma esigenti, poetiche ma profondamente incarnate. Leggerle significa essere accompagnati a contemplare il Natale non come un evento lontano nel tempo, ma come un fatto che continua ad accadere ogni volta che l’uomo accoglie la luce

Condividi:

Post correlati