Con l’inizio del nuovo anno scolastico, non mancano gli auguri e i consigli da parte delle Istituzioni per un percorso formativo ricco di successi, accompagnato da una nuova riforma appena approvata. Ma mentre l’attenzione si concentra spesso sul mondo della scuola, viene naturale chiedersi: quale realtà vivono oggi i giovani che frequentano le università? In un’epoca in cui la digitalizzazione avanza a ritmi vertiginosi, come si rapportano questi ragazzi con la tecnologia? Sono davvero in grado di affrontare criticamente il flusso costante di informazioni che ogni giorno arriva dalle piattaforme digitali, oppure rischiano di esserne sopraffatti?
Per approfondire queste tematiche e comprendere meglio l’universo giovanile universitario, abbiamo intervistato il tenente colonnello Diego Spadafora, ufficiale dell’Aeronautica Militare attualmente in servizio presso il Comando Squadra Aerea di Milano. Giornalista pubblicista, esperto in informazione e comunicazione istituzionale in ambito militare, ha all’attivo numerosi articoli pubblicati sulla Rivista Aeronautica e, nel 2021, ha pubblicato il volume “1° Reparto Manutenzione Velivoli – 1981-2021: 40 anni di ingegno al servizio del volo”, edito da Difesa Servizi SpA. Oltre all’impegno militare e divulgativo, il ten. col. Spadafora è anche professore a contratto presso l’Università del Piemonte Orientale, dove tiene il corso “Leadership e assertività: una combinazione vincente”. Un’occasione preziosa per riflettere sul rapporto tra formazione, senso critico e partecipazione sociale delle nuove generazioni.
Tenente Colonnello, lei unisce due mondi diversi ma complementari: quello militare e quello accademico. In che modo questa duplice esperienza influisce sul suo modo di comprendere e giudicare i giovani?
Le Forze Armate e l’Università sono due istituzioni fondamentali dello Stato che pur essendo molto diverse per natura e finalità, operano entrambi sinergicamente in ambiti cruciali della società. Il mondo militare è caratterizzato da una struttura gerarchica finalizzata a garantire la sicurezza nazionale, contribuire al mantenimento dell’ordine pubblico e intervenire in situazioni di emergenza, sia a livello nazionale che internazionale. Nel nostro ambito la disciplina, la responsabilità e il comando sono valori centrali e ogni azione è orientata all’efficacia operativa. L’Università ha il compito di formare le nuove generazioni di cittadini con una preparazione culturale, tecnica e scientifica in modo che possano contribuire alla crescita sociale ed economica del paese. La possibilità di poter essere inserito in entrambi gli ambiti mi consente di combinare i principi e gli ideali di entrambi le istituzioni giungendo ad una visione più ampia e bilanciata. Se da un lato c’è la disciplina, il senso del dovere e dell’onore, un’alta specializzazione orientata a scenari specifici, dall’altro si privilegia la libertà accademica, lo sviluppo del pensiero critico, la ricerca, il dialogo e il confronto tra opinioni. Questa dualità consente di avere parametri di confronto più inclusivi e meno vincolati a schemi rigidi è pertanto valutare i giovani da un punto di vista di competenza etica, potenzialità trasformative e sensibilità relazionale. Si tratta di apprezzarne le competenze reali e trasferibili, non solo quelle teoriche, come l’inclinazione alla leadership, la capacità decisionale nonché l’attitudine ad agire e adattarsi in contesti dinamici. Un approccio olistico quanto umanistico che è ancorato a solidi valori ma altrettanto aperto ai mutamenti e alle complessità della società moderna.
Che implicazioni scorge tra il mondo degli studenti e quello dei social media?
I social media sono un elemento fondamentale della società moderna e il loro uso ha plasmato definitivamente diversi aspetti della nostra vita quotidiana. La loro diffusione ha trasformato il nostro modo di comunicare ma anche di lavorare, imparare e interagire. L’utilizzo dei social genera implicazioni diverse e complesse a seconda del modo in cui vengono utilizzati infatti, se da un lato emergono rischi nella gestione delle relazioni sociali con lo sviluppo di ansia e insicurezza o un calo di attenzione, e quindi di rendimento, dall’altro offrono opportunità di connessione, condivisione crescita personale e nuovi metodi di studio. Un uso consapevole e moderato dei social, la partecipazione reale a contesti sociali e l’acquisizione di un livello adeguato di alfabetizzazione digitale possono contribuire al corretto e proficuo utilizzo di questi ambienti. Per quanto riguarda gli studenti devo dire che ho notato, classe dopo classe, un mutamento costante dell’utilizzo del cellulare e dei social. Il primo anno di docenza in università, dieci anni fa, ho trovato i profili dei ragazzi su Facebook dove condividevano foto e esperienze e tendenzialmente erano ancora alla ricerca di like poi, dall’anno successivo, erano passati in blocco su Instagram dove pubblicavano foto di viaggi o concerti. Con il passare degli anni, ho visto via via la diminuzione dell’interesse a seguire spasmodicamente le attività dei social fino ad arrivare quasi al completo disinteresse limitandosi negli ultimi due anni a utilizzare essenzialmente Linkedin per proporsi nel mondo lavorativo.
Si parla sempre più frequentemente di “dipendenza da social” e di “asservimento digitale”. Sono espressioni esagerate o reali?
Sullo specifico argomento non ho particolari elementi di valutazione, ma penso possa considerarsi una questione reale che merita attenzione. Personalmente ritengo che alcuni sintomi connessi a una dipendenza siano visibili nei comportamenti che osserviamo quotidianamente come, ad esempio, il continuo uso del cellulare sui mezzi pubblici o mentre si cammina per strada, il continuo controllo di notifiche ogni volta si senta un bip o un ronzio. Sul concetto di asservimento digitale credo questo sia riferito all’uso dei social quale coperta di Linus per soddisfare i bisogni emotivi o di riconoscimento ricercando like e feedback. Sono convinto del fatto che le nuove generazioni abbiano un rapporto molto più equilibrato delle precedenti nell’uso dei social e del cellulare, sono più attenti alla loro privacy e hanno una maggiore consapevolezza sociale. Vogliono vivere in modo più autentico e significativo, anche se in un mondo sempre più connesso, combinando il mondo digitale con l’impegno in progetti sociali o culturali che diano senso alle loro azioni.
Lei crede che i social stiano limitando la capacità dei giovani di pensare in modo autonomo?
La natura dei social media è la voracità, sono concepiti per favorire il continuo rapido consumo di informazioni, spesso superficiali o artefatte, che non stimolano alcun tipo di riflessione riducendo la capacità di comprendere e analizzare criticamente i contenuti. Altro elemento da non sottovalutare sono gli algoritmi delle piattaforme che creano delle bolle informative ad hoc basate sugli specifici interessi degli utenti limitando le altre opinioni e favorendo la radicalizzazione delle opinioni. Un uso dei social media in questi termini, senza le necessarie contromisure, può sicuramente influenzare la capacità dei giovani, e non solo, di pensare in modo autonomo perché ci si confronta con concetti confezionati e semplificativi, anche su questioni complesse, che sono finalizzati alla costruzione di una dicotomia di si e no o giusto sbagliato. Questo sistema genera opinioni polarizzate senza possibilità di riflessione critica.
Quali sono, a suo avviso, i segnali più evidenti di questo condizionamento?
La fragilità emotiva delle nuove generazioni è un tema molto attuale e complesso, i social media giocano un ruolo significativo in questo contesto poiché offrono un palco dove le aspettative e le pressioni sociali risultano fortemente amplificate. I giovani sono costantemente esposti a immagini e narrazioni che raccontano di storie di successo e producono la percezione di una realtà irrealizzabile che può generare stati di ansia e insicurezza. Molti giovani sviluppano una dipendenza dalla validazione esterna, sono alla ricerca costante di approvazione e commenti positivi per le loro identità online e ciò che postano e questo li rende vulnerabili al verificarsi di situazione sfavorevoli. Altro aspetto negativo è la continua esposizione a un flusso di informazioni frammentate e sensazionalistiche sulle varie piattaforme che riduce, per quantità e complessità, la capacità di analisi critica e aumenta le difficoltà nel comprendere la realtà dalla disinformazione.
Esistono giovani capaci di resistere a queste dinamiche? Quali caratteristiche li distinguono?
Come detto prima le giovani generazioni sono in grado di sviluppare una maggiore consapevolezza digitale e porsi in modo più equilibrato nell’uso dei social, in questo modo tendono a essere più selettivi sulle fonti delle informazioni e a valutare criticamente ciò che leggono rendendosi più capaci di resistere alle dinamiche di condizionamento della rete. Le competenze digitali acquisite negli ambiti scolastici consentono di avere una maggiore consapevolezza dei rischi digitali e di assumere comportamenti più responsabili nelle interazioni online ponendo più riguardo ai rapporti con gli altri e facendo anche più attenzione alla protezione della propria privacy. Questo nuovo approccio li aiuta a evitare la disinformazione e a sviluppare un pensiero critico e autonomo.
In che modo la formazione militare aiuta (se lo fa) a sviluppare un pensiero più libero e indipendente rispetto al mondo digitale?
Il mondo militare e quello digitale sembrano concettualmente agli antipodi, ma in realtà ci sono elementi del primo che possono contribuire nello sviluppo di un pensiero autonomo, libero e indipendente rispetto alle dinamiche spesso asfissianti del mondo digitale.
La formazione militare si basa su valori e principi di riferimento che sostengono la crescita individuale e rafforzano un senso di identità. Questo aiuta i giovani militari nell’auto strutturazione di una bussola valoriale che orienta il pensiero e il comportamento limitando l’influenza del conformismo digitale. Disciplina, autocontrollo e gestione dello stress sono fattori che consentono maturare capacità di scelte indipendenti e consapevoli senza farsi travolgere dalla frenesia digitale e dalla sovrabbondanza di informazioni. L’addestramento sul campo è finalizzato a fare rapide analisi e assumere decisioni efficaci anche in situazioni complesse e mutevoli, si esercita il pensiero critico che permette di non accettare passivamente le informazioni ma a valutare le fonti e ragionare in modo indipendente. Altro aspetto fondamentale è saper lavorare in gruppo, ciò richiede empatia, ascolto, capacità di mediazione e un confronto costruttivo con opinioni diverse. Si tratta di far emergere quelle soft skill impossibili da sviluppare in ambito digitale.
L’università aiuta a formare una coscienza critica digitale?
L’università rappresenta un ambiente privilegiato per la formazione di una coscienza digitale, infatti attraverso corsi e percorsi formativi mirati, gli studenti possono acquisire le competenze necessarie per utilizzare le tecnologie in modo consapevole, etico e responsabile con una partecipazione attiva e informata nella società digitale.
Come possiamo aiutare le nuove generazioni a distinguere tra ciò che sono e ciò che mostrano di essere attraverso la Rete?
I nostri giovani sono molto meglio di quanto tendenzialmente le generazioni più vecchie li percepiscono. I ragazzi sono la raffigurazione del tempo e della società che vivono con le loro certezze e le loro ambizioni, ma anche con le loro paure e i loro grandi dubbi, incarnando quel costante cambiamento generazionale che si riflette in ogni aspetto della loro vita. Rispetto al passato hanno un chiaro quadro di riferimento valoriale in cui le persone, le loro interazioni, anche digitali, e il loro benessere hanno una maggiore importanza. Ciò di cui hanno bisogno i più giovani potrebbe essere un aiuto per sviluppare un rapporto autentico, consapevole e responsabile con il mondo digitale con particolare attenzione alla distinzione tra le identità online e quelle reali. Ritengo sia un processo che debba coinvolgere molti attori, le famiglie in primis e poi la scuola che devono attivare confronti e percorsi formativi per far acquisire le competenze digitali necessarie per gestire la tecnologia e non esserne succubi. Alcuni aspetti da prendere in considerazione sono la promozione di un uso moderato e consapevole dei social, incentivare la partecipazione a contesti e confronti sociali offline, sviluppare il senso del dubbio stimolando la riflessione critica e creare percorsi di alfabetizzazione digitale per capire come riconoscere fake news e gestire il confronto online con gli altri utenti.
Lei è ottimista o pessimista sul futuro dei giovani in relazione alla loro autonomia di pensiero?
La mia opinione è caratterizzata da un equilibrio tra ottimismo e realismo. Da un lato riconosco le sfide significative che i giovani affrontano nell’era digitale, come la frenetica infodemia cui son sottoposti, la pressione dei social media che propone modelli filtrati e di successo e la difficoltà, aumentata con l’avvento dell’IA, nel distinguere la realtà dalla finzione. Dall’altro, sono ottimisticamente consapevole delle risorse e delle potenzialità che le nuove generazioni sono in grado di esprimere per sviluppare un pensiero critico e autonomo. La cronaca e numerosi studi evidenziano un crescente interesse dei giovani per temi come la sostenibilità, la giustizia sociale e l’innovazione, molti di loro stanno dimostrando una forte volontà di influenzare il futuro in modo costruttivo impegnandosi in iniziative sociali o ambientaliste che promuovono un cambiamento positivo. Tuttavia, è fondamentale che ricevano un adeguato supporto educativo e etico per affinare le loro capacità di pensiero critico, la coscienza del giusto e dello sbagliato e le abilità per navigare consapevolmente nel mondo digitale. In sintesi, sebbene le sfide siano importanti, credo che con il giusto supporto e adeguate opportunità i giovani possano sviluppare e mantenere una solida autonomia di pensiero, diventando così protagonisti di un futuro, il loro futuro, in modo più consapevole e responsabile.
Un messaggio diretto ai ragazzi: come si può essere veramente liberi in un mondo digitale che spinge verso l’omologazione?
Viviamo in un mondo digitale che inevitabilmente tende a farci conformare, ci stimola a seguire mode e tendenze e ci induce a rispondere continuamente agli stimoli che origina. Ma fare tutto quello che altri fanno per imitazione o semplificazione non può essere considerata una libertà consapevole, la vera libertà è fare ciò che riteniamo utile o giusto per noi pensando con la nostra testa e scegliendo autonomamente. Per essere liberi in un mondo di omologazioni è necessario sviluppare una coscienza critica, questo significa imparare a riconoscere le influenze e le pressioni che riceviamo e capire quando stiamo agendo per imitazione e non per scelta autentica. Inoltre, potrebbe essere utile imparare a gestire il nostro rapporto con la tecnologia in modo meno remissivo iniziando a avere momenti off line, disattivare le notifiche non necessarie e smettere di guardare continuamente gattini, cani o foto e video di vacanze di qualcun altro. Sono piccoli gesti che pian piano possono aiutarci a limitare il nostro isolamento mentale e sociale, costruire una visione personale e indipendente della realtà a mantenere il controllo del nostro tempo evitando di essere manipolati da algoritmi e contenuti superficiali. Come si suol dire la libertà è il risultato di un esercizio quotidiano, il mero accesso alla tecnologia non è garanzia di progresso se questa non è utilizzata in modo consapevole e responsabile, una buona lettura, una riflessione condivisa o un dialogo restano la miglior medicina per mantenere allenata la nostra mente nell’evitare di omologarci a qualcuno o qualcosa restando fedeli ai nostri valori e soprattutto a noi stessi.
