fonte: https://www.anvgd.it/gli-esuli-istriani-traditi-dal-trattato-di-osimo/
a cura di Renzo Codarin –Presidente Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia – Il governo italiano si era più volte pubblicamente impegnato a rivendicare i propri diritti nei confronti della ex Zona B del Territorio Libero di Trieste, dalla quale si era riversata l’ultima ondata dell’Esodo istriano, soprattutto a Trieste, dopo che era stata assegnata all’amministrazione civile jugoslava per effetto del Memorandum di Londra del 5 ottobre 1954.
Ancor prima gli istriani che sopportavano l’amministrazione militare jugoslava sui distretti di Capodistria e di Buie, ma anche coloro i quali già erano in esilio, avevano accolto con speranza la Dichiarazione tripartita di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia del 20 marzo 1948, con cui si riteneva opportuno il ritorno dell’Italia in tutto il T.L.T. Invece il 26 ottobre 1954 l’amministrazione civile italiana tornò solamente a Trieste e nella Zona A, lasciando tuttavia ancora aperta la definizione di un confine internazionalmente riconosciuto. L’Italia aveva dalla sua parte il diritto internazionale, la Jugoslavia aveva il controllo di un territorio che aveva ormai assimilato alle istituzioni politiche ed economiche della dittatura comunista di Tito. L’Italia dimostrava di saper tutelare le minoranze nazionali nell’ambito delle Regioni autonome, la Jugoslavia teneva sotto controllo le rivendicazioni identitarie ed autonomiste della comunità italiana autoctona attraverso l’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume (guai a nominare la presenza italiana in Dalmazia), che era una diretta emanazione del Partito Comunista Jugoslavo. Rappresentanti eletti nei consessi democratici italiani dell’associazionismo giuliano-dalmata in esilio cercavano di tener desta l’attenzione dell’opinione pubblica, ma di fatto solamente il Movimento Sociale Italiano (che era estromesso dall’arco costituzionale) con finalità anticomuniste e singoli rappresentanti democristiani, liberali o socialdemocratici si dimostravano sensibili. Tito rivendicava spesso e volentieri il possesso definitivo della Zona B (venendo puntualmente smentito dalla diplomazia italiana), ma sfruttava le agevolazioni nella circolazione con la Zona A per sostenere il commercio ed i traffici.
D’altro canto Josip Broz detto Tito era colui il quale attuava la via jugoslava al socialismo tramite l’autogestione, ma stringeva accordi militari con Grecia e Turchia che facevano parte della NATO. Lo statista croato si proclamava leader dei Non Allineati nell’ambito della Guerra Fredda, ma dopo l’avvio del processo di destalinizzazione aveva ristabilito buoni rapporti con l’Unione Sovietica, al punto da consegnare ai sovietici il leader della rivolta ungherese del 1956 Imre Nagy, che aveva chiesto asilo politico presso l’ambasciata jugoslava di Budapest. Lo spregiudicato Tito tuttavia non era immortale: nato nel 1892, negli anni Settanta era plausibile ritenere che fosse prossimo alla fine e la rivolta studentesca di Zagabria aveva dimostrato che il suo regime era traballante. Attendere la scomparsa del padre-padrone della Jugoslavia, che non aveva individuato nessun successore al vertice della dittatura, e riaprire la questione della Zona B da una posizione di forza era l’auspicio degli esuli istriani.
Ben altre erano le prospettive nell’Italia del compromesso storico: i socialisti ammiravano l’autonomismo jugoslavo da Mosca; i comunisti celebravano Tito vecchio combattente partigiano; la FIAT ed altre aziende italiane lavoravano a prezzi stracciati con la Jugoslavia; ambienti atlantici premevano per aiutare il regime titoista a stabilizzarsi perché aveva ancora un ruolo nelle dinamiche della Guerra Fredda; l’Ostpolitik della Germania federale aveva aperto nuove relazioni con l’Europa orientale oltre la cortina di ferro e la Conferenza di Helsinki aveva chiesto il rispetto dei diritti civili ai regimi comunisti, ma anche ribadito l’intangibilità dei confini.
La Farnesina sapeva che c’erano margini di trattativa, ma la fretta di chiudere la questione del confine orientale fece aprire al Presidente del Consiglio Aldo Moro un canale alternativo di dialogo con Belgrado, che fu affidato al dirigente del Ministero dell’Industria Eugenio Carbone, fedelissimo moroteo nonché affiliato alla loggia massonica P2, il quale portò al Trattato di Osimo. Quella che era la linea di demarcazione tra Zona A e B del mai costituito Territorio Libero di Trieste diventò confine, all’insaputa ed in spregio dei triestini e degli esuli istriani. Esuli di prima e seconda generazione piansero amaramente, portarono civilmente in piazza la loro protesta e assieme a tante altre componenti della società civile giuliana sostennero il progetto civico della Lista per Trieste ed i rappresentanti della Democrazia Cristiana che ebbero il coraggio di opporsi a quella che era la linea ufficiale del principale partito italiano.
A 50 anni da quel 10 novembre 1975, guardiamo alle nuove prospettive di collaborazione transfrontaliera, ma non dimentichiamo la parte economica di quel Trattato ancora da rispettare e ricordiamo i nostri vecchi sussurrare tra le lacrime «Ci hanno tradito di nuovo».
didascalia: Renzo Codarin –Presidente Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia
