Dalle grida gioiose dei bambini che tornano a scuola a Gerusalemme al silenzio impolverato delle vie di Betlemme. Adriana Sigilli, titolare di Diomira Viaggi, ci invia una testimonianza potente e attuale dalla Terra Santa. In un mosaico di emozioni tra il ricordo della Shoah e le ferite aperte della guerra in Libano, Adriana ci ricorda che ricostruire la pace non è un’utopia, ma un atto di coraggio quotidiano che parte dai piccoli gesti.
Cari amici,
il 14 Aprile 2026 per me, è stata davvero una giornata particolare, segnata da tanti eventi, diversi tra loro ma profondamente intrecciati. Questa mattina, in citta’ vecchia a Gerusalemme, si sentivano le voci dei bambini che
tornavano a scuola. Le scuole cattoliche hanno riaperto dopo questo lungo periodo di chiusura a causa della guerra. Un suono bello, vivo, che sa di ripartenza, di normalità ritrovata. Il ritorno a scuola non è solo un segno di normalità: è un diritto fondamentale, che nessuno dovrebbe mai violare. Ogni bambino ha diritto a un banco, a un quaderno, a
un futuro che non sia segnato dalla paura. In questa terra ferita, vedere i bambini tornare a scuola è già un piccolo atto di pace. Poi, alle dieci in punto, tutto si è fermato. Una sirena ha iniziato a suonare .
Un suono diverso da quelli ascoltati nei giorni scorsi, e’ Yom HaShoah, la Giornata della Memoria. Per due minuti, la città si è immobilizzata: le auto ferme, la gente immobile per strada. Anch’io mi sono fermata, con il fiato sospeso. Poi il mio pensiero è andato subito ai bambini. A quei piccoli che, proprio nel loro primo giorno di ritorno a scuola, hanno sentito quella sirena. Mi sono chiesta quanta paura, quanto smarrimento possano aver provato nei loro cuori.
Riparto da Gerusalemme verso Betlemme. Sono molte vicine, ma il check-point 300 è ancora chiuso, e per entrare bisogna fare lungo giro. Una strada che pesa, non solo per la distanza, ma per quello che racconta. Gerusalemme e Betlemme restano unite da un filo invisibile, fatto di fede, storia e speranza che nessun confine può spezzare. Tra le due
citta’ corre una strada breve, ma oggi carica di distanza. Eppure, spiritualmente, restano una sola terra, un solo respiro. Gerusalemme custodisce la memoria della Passione, della Resurrezione, Betlemme quella della nascita: due misteri che insieme raccontano la speranza dell’umanità.
A Betlemme la via principale dove ci sono tanti alberghi è desolante. Strutture chiuse da oltre due anni e mezzo. Negozi di souvenir con le serrande abbassate, mai più rialzate. Piccoli bar, attività familiari, oggi ancora chiusi. La polvere sui vetri racconta un tempo sospeso, quasi dimenticato. Eppure, qualcosa resiste.
La via della Stella, che conduce alla piazza della Mangiatoia, è ancora attraversata dai colori delle bandierine degli ortodossi siriaci. Segno della festa di sabato scorso, quando Betlemme ha accolto il fuoco santo arrivato da Gerusalemme, per la pasqua ortodossa. Una festa vera, piena di gioia. Ma guardando la città oggi, sembra già lontanissima. Anche la Basilica della Natività è vuota. E il contrasto si fa ancora più forte tornando a Gerusalemme. Questa sera la città è piena di vita: strade affollate, locali pieni, famiglie che passeggiano, bambini che giocano. Una città che ha ripreso il suo ritmo.Tra qualche giorno ci sara’ la maratona di Gerusalemme.
A Betlemme, invece, il silenzio. Poca gente, poche voci. Una città rimasta ferma, ancora orfana dei pellegrini. E lungo quelle stesse strade, tra alberghi chiusi e vetrine impolverate, compaiono i manifesti elettorali . A Betlemme il sindaco deve essere cristiano. Un dettaglio che racconta identità, storia, ma anche fragilità. Al termine di questa giornata ho pensato con più chiarezza: questa guerra ha creato due volti diversi : il volto di una città, Gerusalemme, che prova a ripartire, a vivere, a respirare normalità. E il volto della città di Betlemme che resta sospesa, ferita, in attesa. Nel frattempo, per tutta la giornata, sul telefono arrivano gli alert dal nord, dal confine con il Libano. Segni che la guerra non è finita, che continua, e che tanti bambini in Libano non potranno tornare a scuola!.
E allora sì, in mezzo a tutto questo, una certezza resta: dobbiamo insistere, ogni giorno, a ricostruire la pace. La pace non è un’idea astratta: è una responsabilità concreta, che passa dalle scelte di ciascuno di noi. In questa terra ferita, continuare a crederci non è ingenuità, ma un atto di coraggio. E forse tutto riparte proprio da un bambino che torna a scuola, da una città che prova a rialzarsi, da un cuore che, nonostante tutto, sceglie ancora la pace. Adriana Sigilli
