Gerusalemme, il dolore e la solitudine nella città santa

“Cosa resta di Gerusalemme quando la violenza colpisce persino l’intoccabile? In questa testimonianza raccolta da Adriana Sigilli, titolare di Diomira Viaggi, emerge il ritratto di una città sospesa e ferita. Dalla cronaca dell’aggressione a una suora francese sul Monte Sion alla quotidiana ostilità che colpisce le comunità cristiane, la lettera scava nelle crepe di una fiducia spezzata dopo il 7 ottobre. Un’analisi lucida e dolente sulla solitudine dei religiosi che custodiscono i Luoghi Santi e sulla responsabilità di non restare spettatori di fronte all’indifferenza.”

C’è un luogo, a Gerusalemme, in cui amo fermarmi. È il Monte Sion, dove si trova il Cenacolo: il luogo in cui per noi cristiani nasce tutto. La memoria dell’Ultima Cena, il dono dell’Eucaristia, l’inizio della Chiesa. Un luogo che dovrebbe custodire silenzio, rispetto, preghiera. E invece, proprio lì, in questi giorni, una suora francese è stata aggredita, da un ebreo. Questo fatto mi ha profondamente sconcertata. Forse, per la prima volta, ho provato paura e mi sono sorpresa a
pensare: quante volte sono passata da lì.

Perché qui non è stata colpita soltanto una persona. È stata colpita una donna. È stata colpita una suora. E, insieme a lei, è stato colpito anche ciò che rappresenta. Non è stato riconosciuto il suo ruolo, la sua presenza, il senso stesso della sua vita consacrata. E tutto questo è accaduto in un luogo così centrale, così sacro per la nostra fede. È questo che inquieta di più: quando non si riconosce più nemmeno ciò che dovrebbe essere intoccabile. Quella suora camminava semplicemente per la sua strada. E oggi questa frase “camminava per la sua strada” sembra quasi un privilegio. Negli ultimi anni ho camminato tante volte per quelle stesse vie. Le ho viste cambiare. Le ho viste svuotarsi. Gerusalemme è diventata una città ferita, silenziosa, sospesa.

Dopo il 7 Ottobre e la guerra a Gaza, qualcosa si è spezzato in modo ancora più profondo: non solo la sicurezza, ma la fiducia. Non solo il dialogo, ma la possibilità stessa dell’incontro. Il paese è chiuso. E dentro questa chiusura cresce una solitudine che si allarga come una crepa. Il quartiere cristiano resta sempre più isolato. Le vie che una volta erano attraversate da pellegrini da tutto il mondo oggi sono vuote. E in questo silenzio emergono storie che si vedono poco, ma che raccontano molto. Sono quelle degli ordini religiosi, delle comunità che da sempre custodiscono i Luoghi Santi. Comunità nate per accogliere, per incontrare, per vivere di relazioni. Oggi si ritrovano sole. Senza pellegrini. Senza sostegno. Senza quella presenza che non è solo spirituale, ma anche vitale. Molte case religiose vivono una difficoltà concreta. Comunità piccole, spesso anziane, rimaste isolate. Suore che hanno dedicato la vita all’accoglienza oggi non hanno nessuno da accogliere. Religiosi che hanno sempre vissuto nel servizio custodiscono spazi vuoti.

E, nonostante tutto, restano. In silenzio. In preghiera. È una solitudine che non fa rumore. Ma pesa. Nel frattempo, cresce qualcosa di più sottile. Un’ostilità quotidiana, strisciante. I cristiani vengono percepiti sempre più come estranei. Come presenze tollerate, quando va bene, o come intrusi. A volte come bersagli. Non per quello che facciamo. Ma per quello che siamo . E allora accade che lungo la Via Dolorosa, vicino alla Porta di Damasco, o nel quartiere armeno, gruppi di giovani passino correndo, sputando, insultando. “Maiali”. Un insulto che umilia, che resta addosso. Le prime volte non capivo. Poi ho capito. E quello che colpisce di più non è solo il gesto. È l’età: bambini, ragazzi, spesso accompagnati da adulti. Segno che qualcosa si è incrinato prima: nell’educazione, nello sguardo insegnato verso l’altro.

Qualche settimana fa, durante un incontro del Rossing Center, è stato presentato un dato: nel 2025 si sono raccolte denunce e registrati 155 episodi di abusi contro cristiani, tra violenze fisiche e verbali. Numeri che non sorprendono chi vive Gerusalemme. Ma che dovrebbero interrogare tutti. E poi resta quell’immagine. Una suora spinta a terra. Colpita. Calciata. E attorno, quasi niente.

Qualcuno passa. Qualcuno guarda. Qualcuno tira dritto. Qualcuno cerca invano di aiutare. Mi ferisce la violenza. Ma forse ancora di più mi ferisce l’indifferenza. Perché l’aggressione a una suora è una ferita alla dignità di una vita consacrata. Una vita donata a Dio e agli altri. E tutto questo accade a Gerusalemme. La città santa. Qui, dove dovrebbe risuonare la preghiera, oggi si sente troppo spesso il rumore dell’odio. Si ha la percezione che questa guerra sia entrata
nella normalità. Come se fosse diventata una regola. Un’abitudine. E quando la violenza diventa normale, accade qualcosa di ancora più grave: non la si riconosce più come ingiusta. Non si vede più l’altro. Non si riconosce più il volto del prossimo. Ed è questa la ferita più profonda. Gerusalemme è sempre stata una città difficile. Ma oggi sembra mancare qualcosa di essenziale: una visione, un coraggio condiviso di ricomporre. Si vive di reazione impastata di rabbia e si perde l’umanità.

L’aggressore è stato arrestato. Forse sarà processato. È giusto. È necessario. Ma non basta. Perché il vero rischio è un altro: abituarsi. Abituarsi all’odio. Abituarsi alla violenza. Abituarsi all’indifferenza. E a questo non possiamo cedere. Non possiamo permetterci di diventare spettatori. Non possiamo restare in silenzio. Non possiamo accettare che Gerusalemme, la città santa diventi il luogo in cui tutto è permesso. Noi abbiamo una responsabilità. Di dire che
questa non è normalità. Di dire che questa non è giustizia. Di dire che questa non è la strada. Come ha ricordato il Cardinale Pierbattista Pizzaballa nella sua lettera pastorale : “I cristiani non odiano. Questa è la nostra testimonianza, ed è già una profezia.”

Gerusalemme è fatta per l’incontro, e finché ci sarà anche una sola voce che lo ricorda, anche una sola vita che lo testimonia, anche un solo gesto che va controcorrente, la speranza non sarà sconfitta. (Adriana Sigilli)

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