Gerusalemme: il battito del cuore dietro le porte chiuse

In questa intensa testimonianza, Adriana Sigilli, titolare della Diomira Viaggi, ci conduce nel cuore ferito della Città Santa. In un momento in cui il suono delle campane e dei richiami alla preghiera è sovrastato dallo stridore delle sirene, il racconto si sofferma sul paradosso di una Gerusalemme “blindata” nei suoi luoghi più sacri. Dalle porte chiuse del Santo Sepolcro alla spianata di Al-Aqsa, l’autrice esplora il dolore di una fede ostacolata, ricordandoci però che, anche dietro i catenacci serrati, la preghiera non si ferma. Un testo che invita a guardare oltre il conflitto, verso quella luce che, dalla tomba vuota, continua a parlare di una speranza che non si arrende.

Cari amici,

Gerusalemme, e’ sempre stata una citta’ di suoni speciali. Il richiamo del muezzin della Moschea di Al-Aqsa, i canti degli ebrei che
accolgono lo Shabbat, il suono delle campane del Santo Sepolcro che richiama i fedeli alla preghiera. Suoni e voci diverse, intrecciate, capaci di raccontare l’anima profonda di questa citta’. In questi ultimi giorni, questi suoni sono stati soppraffatti, dal terribile e stridente suono delle sirene che ti avvertono di correre al riparo. Un suono che attraversa le strade, entra nelle case, si insinua nei pensieri.

Nella parte moderna della citta’ la vita continua, forse a metà, ma le auto scorrono, gli uffici restano aperti, i bar questa mattina erano affollati di gente. Tra un’allerta e l’altra che arriva sul telefonino, moltissime persone, giovani, famiglie, mamme con i bambini nel passeggino, affollano i supermercati per gli ultimi acquisti prima della chiusura, cosi’ che non possa mancare nulla per lo shabbat . La storia e’ diversa nel cuore di Gerusalemme , nella citta’ vecchia, tutto si è fermato. La vita di chi abita in citta’ vecchia e’ blindata, non c’e’ nessuno nei vicoli, tutti i negozi sono chiusi, nonostante siano giorni di festa per i musulmani. Le porte della Basilica del Santo Sepolcro sono chiuse.

Chiuse non solo ai pellegrini che già da tempo mancano, ma anche per chi, qui vive, prega, appartiene alla citta’ santa. Non si può nemmeno accedere al piazzale, non si può sostare, non si può entrare. E questo, per chi ama questo luogo, è una ferita silenziosa, profonda. Perché il Santo Sepolcro non è semplicemente una basilica. È il luogo. Il luogo dove tutto è accaduto. Qui c’è il Calvario, il luogo della morte di Gesù . Qui c’è la tomba. Una tomba vuota, e proprio per questo piena di senso. Una tomba che continua a parlare di resurrezione, di vita, di speranza che non si arrende.

Qui Gesu’ Cristo e’ Risorto! Essere a Gerusalemme e non poter entrare al Santo Sepolcro è come essere a casa e non poter varcare la soglia. È una privazione che tocca il cuore della fede, il bisogno più intimo di fermarsi, di pregare, di consegnare ciò che siamo: la fatica, il dolore, le attese. E questa chiusura dei luoghi santi non riguarda solo noi cristiani.

La Moschea di Al-Aqsa è stata chiusa, qualcosa di rarissimo nella storia recente, impedendo ai musulmani di vivere pienamente il Ramadan,e di celebrare la seconda festa piu’ importante dell’Eid al Fitr, dove rompono il digiuno.E anche il Muro Occidentale, luogo sacro per il popolo ebraico, non è accessibile. Le tre grandi vie della preghiera, qui, si sono trovate improvvisamente interrotte. E allora la domanda nasce, forte: perché proibire proprio questo? Perché impedire l’accesso alla preghiera nel cuore della città, quando tutto il resto, fuori dalle mura, continua seppur con fatica a vivere? Gerusalemme è sempre stata, almeno nel sogno più profondo dell’umanità, una casa per tutti. Una città capace di custodire le differenze, di accogliere le fedi, di tenere insieme ciò che altrove si divide. Un possibile modello per il mondo. Per questo, una chiusura così non è solo una misura: è un segno.

Un segno che fa male. Un segno che interroga. È il segno di qualcosa che lentamente si sta incrinando: non solo gli equilibri politici o sociali, ma il respiro stesso della vita religiosa. È il segno di una guerra che non si limita ai confini o ai fronti, ma entra nei giorni sacri, li attraversa, li ferisce. È il segno di un Ramadan vissuto a porte chiuse, di uno Shabbat segnato dalla paura, di una Quaresima che si avvia verso la Settimana Santa con un senso di smarrimento. È il segno di una fede che viene ostacolata proprio nei luoghi in cui dovrebbe essere custodita. Eppure, proprio mentre le porte del Santo Sepolcro restano chiuse, dentro qualcosa continua. Dentro, la preghiera non si ferma.

Nel cuore della Basilica, le comunità che custodiscono il Santo Sepolcro, francescani, greci e armeni , continuano a vegliare e a pregare. I frati della Custodia di Terra Santa, che vivono nel convento all’interno della Basilica, mantengono fede, insieme alle altre comunità, a quella realtà unica e fragile che è lo status quo: un equilibrio antico, fatto di tempi, spazi e liturgie condivise, che garantisce da secoli la continuità della preghiera.

E così, mentre fuori si chiude, dentro si apre. Mentre fuori si tace, dentro si intercede. Mentre fuori cresce la paura, dentro qualcuno continua a portare davanti a Dio il dolore del mondo intero. Forse è proprio questo il mistero più grande di Gerusalemme: quando tutto sembra spegnersi, c’è sempre una luce che resta accesa. E allora sì, le porte oggi sono chiuse. Ma la preghiera no. E finché ci sarà qualcuno che, dentro quelle mura, continuerà a pregare per tutti, nessuna chiusura potrà davvero spegnere la speranza. Perché da quella tomba vuota, la vita ha già vinto. Sempre. Adriana Sigilli

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