Editoriale – Troppi “artisti” pesano sul contribuente italiano

L’esclusione dai finanziamenti pubblici del documentario “Giulio Regeni, tutto il male del mondo’” ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica la questione dell’impegno che lo Stato dovrebbe assumersi per sostenere il cinema italiano.

Prima cerchiamo di capire come funziona il sistema di finanziamento pubblico e poi facciamo qualche ragionamento sulla sua legittimità. La forma principale di sostegno è il credito d’imposta: il produttore riceve un credito fiscale pari a una percentuale dei costi di produzione che può utilizzare per pagare debiti fiscali, contributi ai dipendenti o IVA.

Sono poi previsti contributi selettivi (assegnati a progetti di particolare qualità artistica o giovani autori) e automatici (basati sui risultati ottenuti dai film in termini di incassi, premi in festival e vendite internazionali).

Tra il 2017 e il 2025 per il cinema sono stati erogati 7 miliardi di euro, quasi il doppio di quanto complessivamente stanziato, in 14 anni, per tenere in esercizio l’ Ilva di Taranto alla quale sono stati versati 4 mld.

A tutto dovrebbe esserci un limite. Qui non si tratta di governi di centrodestra o di centrosinistra, di modello di società conservatrice o progressista, per capire che buttare soldi nella cosiddetta “settima arte” potrebbe essere tollerabile in periodi di abbondanza, ma negli attuali risulta inaccettabile.

Si obietta che il cinema, per l’intrinseco valore culturale di cui è portatore, deve essere comunque sostenuto. Balle. Il film è un prodotto e come tale resta sul mercato se vale. “Buen Camino” di Checco Zalone ha incassato oltre 76,3 milioni di euro nei primi due mesi di programmazione diventando la pellicola con il maggiore incasso di sempre nella storia del cinema italiano.

Sono gli spettatori a decretare il successo di un’opera, non i critici ideologizzati che tirano l’acqua mulino, qualche volta loro, più spesso del padrone per il quale lavorano. Artisti come Maurizio Crozza e Andrea Pucci riempiono i teatri ovunque si esibiscono. I loro spettatori mettono mano al portafoglio e pagano il biglietto per vedere i loro spettacoli. Se ne sono capaci facciano altrettanto quella pletora di attori, registi, scenografi etc. che si ergono a maestri del cinema, ma che campano esclusivamente per le fiction prodotte dalla Rai.

Questi sedicenti “portatori di cultura”, in comparsate nei talk show della stessa emittente pubblica che dà loro lavoro, pontificano come se fossero grandi personaggi dello schermo, senza per altro essere mai stati convocati neppure per una particina da qualche importante produzione internazionale.

Non si è obbligati a fare l’attore, il regista o lo sceneggiatore. Le professioni artistiche hanno larghissimi margini d’insuccesso e chi le intraprende sa di doversi accollare certi rischi. Se hai consenso di pubblico puoi anche diventare un divo. Diversamente ti esponi alla povertà, ne prendi atto e cambi mestiere. Non puoi pretendere che le tasse dei tuoi concittadini finiscano nelle tue tasche solo perché sei un artista e, per di più, con la pretesa di godere di un alto tenore di vita.

Eh no, alla popolarità (e ai privilegi ad essa connessi) ci arrivi se è apprezzata la tua arte e non grazie a un sistema governato dalla politica che elargisce denaro pubblico. È ora di finirla con lo Stato mammone che assicura greppie per categorie di intellettuali, o presunti tali, che si ergono a dispensatori di cultura. Non spetta allo Stato fare il produttore cinematografico.

Mario Cecchi Gori e suo figlio Vittorio, Luigi De Laurentis e suo figlio Aurelio, i fratelli Carlo ed Enrico Vanzina si sono sempre assunti il rischio di produrre film. Attori, registi, sceneggiatori e gli altri professionisti del mondo della celluloide trovano facilmente lavoro,se qualificati.

È tutto quel sottobosco cinematografaro di “amici degli amici” che gravita nell’area politica a pesare sulle tasche degli italiani. Ci sono stati ministri della Cultura, tutti di area di sinistra, che si sono mostrati molto generosi nel sostenere cineasti dichiaratamente progressisti. Insomma, una partita di giro: io ti dò soldi (non miei) e tu sostieni il mio partito. Et voilà, i giochi(ni) sono fatti.

Contribuente italiano quando ti sveglierai? Discorso analogo si può fare per il mondo del giornalismo ne riparleremo.

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