Editoriale – S’inventano un nemico per perpetrare il proprio potere

Guido Crosetto, ministro della Difesa, torna a parlare di leva militare su base volontaria ed è subito dibattito. La proposta è, come egli stesso ha annunciato, di aumentare l’organico di almeno altri 10.000 militari in servizio permanete effettivo per rendere sempre più aggiornato l’Esercito.

Già oggi indossare la divisa è una scelta personale; ragione per la quale non si capisce in che cosa consista la novità, fermo restando che può essere davvero necessario aumentare il numero di soldati per tutelare le infrastrutture del nostro Paese.

Il punto, però, è un altro e cioè la motivazione con la quale si sostiene che debbano essere rafforzate le Forze armate: l’imminenza di una guerra che ci sarebbe mossa dalla Russia. L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del Comitato militare della Nato, conferma che il nostro Paese è già coinvolto «in una nella guerra ibrida scatenata da Mosca». Per fortuna molti altri suoi colleghi hanno posizioni meno allarmiste e, consapevoli di che cosa provocherebbe una guerra, evitano di agitare l’opinione pubblica.

I Russi saranno imperialisti (come gli americani, i cinesi e, come fino a che hanno potuto, lo sono stati gli inglesi, i francesi e i tedeschi), ma non sono stupidi. Mosca possiede il territorio più vasto del mondo, fertilissimo e ricco di materie prime; soprattutto sa di non avere un numero di soldati in grado di tenere sotto controllo 450 milioni di cittadini dell’Unione europea.

La domanda allora che ci dobbiamo porre è: a chi interessa alimentare la paura di un conflitto in Occidente?

Da troppo tempo l’Ue, Italia compresa, sta tenendo i propri cittadini in stato di allerta perenne. Il motivo conduttore è: prepariamoci alla guerra perché Mosca è pronta ad aggredirci. Dopo il terrorismo, il covid, l’emergenza climatica è l’ora della guerra. L’importante è tenere i popoli sotto pressione.

Grazie a Robert Kennedy Jr., segretario del ministero della Salute e dei servizi umani degli Stati Uniti d’America, sappiamo chi ha generato e lucrato sul covid. Uno degli scandali più gravi dell’intera umanità perché costato la vita a migliaia di persone. La signora Von der Leyen e accoliti sono ancora lì al loro posto e pontificano in un Parlamento europeo composto da una qualificata rappresentanza di gretti politicanti, grandi egoisti e straordinari pusillanimi.

Adesso ci chiediamo chi sta guadagnando dalla guerra. L’esperienza insegna che l’operaio, l’impiegato, il contadino, lo studente, chiamati a combattere, si augurano solo di tornare a casa vivi. Nell’uccidere il nemico non traggono alcun vantaggio. Chi invece li manda al fronte ha enormi interessi, che nella maggior parte dei casi si traducono in giganteschi benefici economici.

Non è difficile immaginare a chi giovi oggi un conflitto. Le élite di Gran Bretagna, Germania, Francia sono in crisi e il dollaro sta perdendo il primato come moneta di scambio.

Una bella guerra, anche se non vinta, aiuta a non perdere il potere: al termine del conflitto una popolazione stremata e ridotta di numero risulta meglio controllabile da parte della nomenclatura che, aggiudicandosi pure la ricostruzione materiale, può addirittura accrescere i privilegi acquisiti.

Et voilà! facciamo questa guerra così sistemiamo tutto e continuiamo a dominare. Qualche anno fa Massimiliano Italiano, nel libro “La Fiat al fronte” (Edizioni Phasar), ha documentato le fortunate origini della casa automobilistica di Torino.

Prima della Grande Guerra la Fiat si muoveva in difficili e modestissime acque e, spiega Italiano, «solo agli anticipi ottenuti con le ordinazioni militari (autocarri, ambulanze, camion per parchi fotoelettrici e persino vetture adibite alla sintesi dell’idrogeno per i dirigibili), l’allora Fiat-San Giorgio riuscì ad estinguere il proprio mutuo acceso con la Cassa di Risparmio di Torino, nonché a sovvenzionarsi per l’acquisto delle materie prime e dei macchinari necessari alla costruzione dei vari mezzi e strumenti bellici commissionati.

Nel 1918 la Fiat contava 40.510 dipendenti, i tre quinti del settore metalmeccanico dell’intero Piemonte, tanto da far scrivere al “Journal of Transport History” che «era particolarmente degna di nota l’espansione industriale italiana».

Papa Leone XIV è tenacemente orientato a sostenere l’unità dei cristiani che, insieme, possono dare un grande contributo nella ricerca della pace. Il suo viaggio apostolico in Turchia e Libano è stato un segnale forte per tutti i credenti, che ora sono chiamati ad agire senza timidezze.

I cattolici devono fare la loro parte. Potrebbero, per esempio, cominciare a costituire dei gruppi di pressione, delle lobby, per favorire l’ascesa nelle istituzioni di persone capaci di contrastare le élite guerrafondaie e di smascherare i traffici di coloro che traggono vantaggi dalle guerre. Ai vertici della politica vanno mandate persone probe e timorate di Dio.

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