Editoriale – Referendum: Di Pietro docet

Mercoledì 18 Marzo Antonio Di Pietro, ex magistrato e politico, intervistato da Radio24, la radio de Il Sole 24 Ore, ha spiegato le ragioni per cui votare “Sì” al referendum di domenica e lunedì prossimi.

Incalzato dalle domande del giornalista conduttore, ad un certo punto, in un impeto incontenibile, ha sbottato in una frase il cui senso è stato: il cittadino non si faccia fregare votando “No” perché la richiesta di riforma della giustizia, implicita nel referendum, va proprio a suo vantaggio.

Per farsi meglio comprendere Di Pietro s’è posto poi la domanda pleonastica: ci si rende conto del tumulto interiore che patisce un cittadino quando, mettendo piede nell’aula di un Tribunale, percepisce di avere di fronte un pubblico ministero (che lo accusa) e un magistrato (che lo giudica), solidali tra loro in quanto colleghi abituati a frequentarsi e a lavorare sotto lo stesso tetto?

È incontestabile che tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti esista un rapporto di colleganza e commistione che mette in crisi la terzietà del giudice e la sua autonomia di giudizio.

Tutto il mondo occidentale ha sistemi giuridici in cui le carriere dei magistrati sono separate proprio per scongiurare affinità o prossimità inappropriate.

I giornalisti dovrebbero essere tra i più edotti in materia perché, dopo quasi 50 anni dall’istituzione del loro Ordine (N.69/1963), nel 2011 è stata approvata una legge (14 Settembre N. 148) che fa chiarezza sulle competenze dei consiglieri in materia di sanzioni disciplinari.

In pratica fino all’approvazione di questa legge i giornalisti eletti nel Consiglio regionale, prima predisponevano il capo d’incolpazione a carico del collega reo di avere infranto una regola del codice deontologico e subito dopo lo sanzionavano.

Di fatto i membri del Consiglio assumevano contemporaneamente le funzioni di pubblico ministero e di Collegio giudicante. In rarissime occasioni il fascicolo con le carte per l’incolpazione veniva trasferito ad altro Ordine per il giudizio di merito.

Superfluo soffermarsi sugli abusi a cui tale prassi si esponeva. Consigli molto politicizzati sono sempre stati estranei a sanzioni comminate sulla base di pregiudizi, avversioni o invidie? Dal 2011 il legislatore è intervenuto ed ha saggiamente corretto tale anomalia sottraendo ai Consigli il potere di giudicare.

Di fatto ora è il Consiglio di disciplina territoriale (Cdt) – previsto dalla citata Legge 9/2011 N.148 –, l’organo competente per l’istruzione e la decisione delle questioni disciplinari relative agli iscritti all’ Ordine, il quale opera in autonomia e indipendenza rispetto al Consiglio dell’Ordine, rispettando i principi di terzietà, imparzialità e trasparenza.

Il Cdt è formato da consiglieri nominati dal presidente del Tribunale del capoluogo di regione, tra una lista di persone proposta dal corrispondente Consiglio dell’Ordine. Il presidente del Consiglio di disciplina territoriale è il consigliere con maggiore anzianità d’iscrizione all’albo. Il segretario è invece il consigliere con minore anzianità d’iscrizione all’albo.

Purtroppo il referendum è stata l’ennesima occasione di scontro tra Governo e opposizione. A prescindere dalla propria convinzione politica il cittadino si deve chiedere se la Giustizia (quella con la “G” maiuscola) meriti o non meriti di essere riformata. Se è persuaso che meriti farà una croce sul “Sì”, diversamente la farà sul “No”.

Per quel che ci riguarda Di Pietro docet.

Didascalia: Statue che raffigurano l’accusa e la difesa

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