Editoriale – Nella Via Crucis al Colosseo il Papa porta la croce «scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani»

Questo editoriale esce in coincidenza del Venerdì Santo e in occasione della prima Via Crucis presieduta da Papa Leone XIV, nato Robert Francis Prevost, che reggerà personalmente la croce al Colosseo lungo tutte le quattordici stazioni.

Proprio quella croce, che è «scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani», ma che è diventata segno universale di dolore e quindi significativa per tutti, non credenti compresi.

Nella prima lettera che Paolo di Tarso invia ai Corinzi è spiegata molto bene la prospettiva cristiana incentrata sulla crocifissione.

«Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio.

Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini».

Nel gesto che viene compiuto dal Papa e che è stato proposto in tutte le chiese del mondo nei venerdì di Quaresima, c’è l’essenza del messaggio cristiano e quindi della Chiesa stessa.

È paradossale che, in un mondo come l’attuale in cui sembra non esserci più posto per l’esperienza cristiana, la Chiesa non demorda e trovi il coraggio di annunciare che Gesù Cristo, il suo Dio, è morto in croce per salvare l’umanità intera.

In una società che ha dimenticato, o finge di non conoscere, la differenza tra bene e male, la Chiesa non teme di occuparsi dell’uomo.

Vengono in mente le parole del poeta e critico statunitense Thomas Eliot (Saint Louis, Missouri, 1888 – Londra 1965), che in “Cori da La Rocca” così scrive: «La Chiesa deve edificare di continuo, perché è continuamente minata dall’interno e attaccata dall’esterno. Perché questa è la legge della vita: e dovete ricordare che in tempo di prosperità il popolo dimenticherà il Tempio, e in tempo di avversità gli sarà contro».

Una Chiesa destinata a camminare in un mondo che la osteggia simile agli albatros, che per raggiungere la meta sono sempre costretti a volare controvento.

Papa Leone affronterà la sua prima Via Crucis manifestando il suo instancabile impegno per la pace e come figlio di Sant’Agostino accentuerà la natura missionaria della Chiesa.

In Leone XIV tutto parla di pace: nel suo stemma spicca un giglio in una campitura d’azzurro, colore che richiama le altezze dei cieli e si caratterizza per la sua valenza mariana, mentre nell’altra campitura, di colore bianco, si staglia l’emblema dell’Ordine agostiniano, un cuore ardente trafitto da una freccia.

Tale figura rappresenta simbolicamente le parole di Sant’Agostino riportate nel libro delle Confessioni: «Hai ferito il mio cuore con il tuo amore».

Anche il suo motto “In caritate et veritate” (nella carità e nella verità) richiama il pensiero di Sant’ Agostino per il quale «non esiste verità senza amore né carità senza verità» e, nel contempo, riprende l’ enciclica “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI segnando un filo rosso di continuità con il ministero del Pontefice tedesco.

Papa Prevost celebra una Pasqua gravata da profondi conflitti.

Mentre il pontificato di Leone XIII (Gioacchino Pecci 1810 – 1903) è stato investito nella questione sociale, quello di Leone XIV è coinvolto nella questione umana immersa com’è in un tempo segnato da droni, intelligenza artificiale e indifferenza verso il trascendente.

Papa Prevost afferma che la pace non è solo diplomazia, ma una vera teologia del disarmo.

In questa prima Via Crucis collegherà la sofferenza dei popoli oppressi dalla guerra a quella di Cristo e mostrerà come la croce che attraverserà tutte le stazioni non debba essere simbolo di rassegnazione, ma segno di speranza per l’umanità intera.

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