All’intelligence della Repubblica Popolare Cinese sono pervenuti i profili, con i relativi incarichi, di 5.000 agenti della Digos (Divisione investigazioni generali e operazioni speciali). Entrare in possesso della mappa completa degli addetti alla sicurezza del nostro Paese (conoscendo nomi, mansioni e luoghi operativi), alle Autorità di Pechino è servito soprattutto per avere notizie ed informazioni sui dissidenti cinesi rifugiati in Italia.
Il danno al nostro Paese è molto grave. Il Viminale, oltre a proteggere l’incolumità di cinquemila “agenti bruciati”, è costretto a sostituirli nel più breve tempo possibile, con costi economici e, ancor di più, umani.
Come mai coloro che protestano perché il Governo italiano decide di partecipare da osservatore al Consiglio della pace (Board of Peace) fingono di non accorgersi, né si allarmano, della carsica penetrazione nel nostro Paese delle Autorità di Pechino?
Da quando a Washington governano i repubblicani in Italia ha ripreso vigore quell’ “antiamericanismo” che per tanti anni è stato un caposaldo, un mantra, del Partito comunista e che oggi fa battere il cuore a tanti aderenti al Pd e ai 5stelle.
L’opposizione è molto critica nei confronti dell’Amministrazione Trump, giudicata imperialista, ma non si scandalizza del subdolo e silenzioso colonialismo del governo cinese. L’élite assestata al potere in Cina, una dittatura di stampo maoista, è ben consapevole che nessun Paese straniero, neppure gli Stati Uniti, le muoverà guerra. Chi temere allora, se non il popolo? O meglio, quella parte di popolo che, come in tutte le dittature, non gode dei privilegi concessi alla nomenclatura.
Un’implosione potrebbe però mutare gli equilibri interni al “Regno di Mezzo”.
Ecco perché il regime di Xi Jinping è interessato a tenere sotto controllo i dissidenti ovunque essi si trovino. In patria, almeno per ora, non ci sono problemi perché gli oppositori finiscono nei “laogai” (campi di lavoro forzato).
I dissidenti riparati all’estero, invece, potrebbero rappresentare un pericolo; le loro idee potrebbero contagiare quella parte di popolo ancora non totalmente allineato ai vertici di Pechino. Non è casuale che proprio in Cina si sia così febbrilmente sviluppata la tecnologia utile al controllo sociale: video, smartphone e App per il riconoscimento facciale. A ben riflettere gli italiani che simpatizzano con il sistema cinese, anche inconsapevolmente, sono attratti da un modello autoritario.
Stupisce quindi che, proprio costoro, critichino gli Stati Uniti a trazione trumpiana, una grande nazione che non spedisce gli oppositori politici in campi di lavoro forzato e che soprattutto, ogni quattro anni, chiama i cittadini a scegliere da chi farsi governare.
Si può nutrire grande simpatia e stima per la Cina e la sua plurimillenaria cultura, ma non si deve cadere nell’errore di dimenticare che resta la più temibile dittatura al mondo. I tecnocrati globalisti di Davos sono attratti dal modello cinese che vorrebbero imporre anche ai popoli europei. Le Amministrazioni Clinton, Obama e Biden hanno avvallato il globalismo trovando nelle sinistre europee un convinto appoggio.
Il vento che sta ora soffiando in Europa, portato dall’accresciuto numero di conservatori, mira invece ad azzerarlo. Gli europei sono ora chiamati a decidere se stare con Trump, che si oppone al globalismo, o con Xi Jinping che lo promuove.
La Chiesa, come si evince dagli insegnamenti dei suoi ultimi pontefici (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Papa Francesco e Leone XIV), avversa il globalismo perché si fonda su un’ideologia esclusivamente economica e materialista; quindi contro l’uomo.
I documenti del Concilio, di cui è stato di recente celebrato il sessantesimo anniversario (1962-1965), sono molto espliciti perché mettono al centro la dignità della persona e, in ossequio al principio di sussidiarietà, la solidarietà tra istituzioni e Stati.
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