Editoriale – I pellegrinaggi risorsa fondamentale per la sopravvivenza dei cristiani in Terra Santa

La tragedia che da oltre due anni si consuma a Gaza e in Israele ha duramente colpito anche la comunità cristiana che, anno dopo anno, s’è vertiginosamente assottigliata. I cristiani nei territori palestinesi sono passati da circa il 2 per cento nel 2000 all’1 per cento nel 2013; e la quota di cristiani arabi nella popolazione israeliana è diminuita dall’80,5% nel 2010 al 75,8% nel 2021, anche a causa di bassi tassi di natalità e matrimoni tardivi.

Se questa tendenza non s’arresta è facile intuire che i cristiani in Terra Santa sono destinati a scomparire.

Che cosa può fare un credente che si riconosce nella Chiesa cattolica? Molto, se ascolta il grido dei Francescani che da oltre 8 secoli sono presenti nei Luoghi Santi i quali, sostengono che, «per quanto ne si voglia ammirare la bellezza, non sono semplici pietre. Essi sono piuttosto la manifestazione, le orme del passaggio di Dio in questo mondo, l’eco delle parole del Signore che ci ha parlato per mezzo dei profeti e degli apostoli, che si è fatto “carne”, uomo come noi, abitando in mezzo a noi.

Esse sono pietre che hanno ascoltato la voce e bevuto il sangue del nostro Salvatore. Ora, quella parola di Dio e quel sangue versato, bisogna coglierli e conservarli perché formino parte della vita di ogni cristiano». Se il lavoro dei figli di San Francesco in Terra Santa è sempre stato «captare la voce che scaturisce da quelle pietre, comprenderne il messaggio e divulgarlo», il credente deve sentire l’obbligo di affiancarsi a loro e sostenerli.

È esemplare l’opera di assennata comunicazione su quanto avviene in Medio Oriente, che il cardinale Pierbattista Pizzaballa, da 5 anni patriarca Latino di Gerusalemme, dopo essere stato 12 anni Custode di Terra Santa, svolge in prima persona o attraverso le pubblicazioni francescane, tra le quali spicca il documentato bimestrale “Eco di Terrasanta”, diretto dal competente giornalista Giuseppe Caffulli.

I media più importanti del mondo, che sappiamo essere controllati da lobby ostili al cristianesimo, polarizzano l’attenzione su ciò che accade a Gaza e zone limitrofe, ma si guardano bene dal documentare gli effetti, chiamiamoli collaterali, prodotti dagli eventi lì scaturiti dal 7 Ottobre 2023.

Di fatto la maggior parte dei cristiani rimasti a Gerusalemme, a Betlemme o a Nazareth, per citare i luoghi in cui sono più presenti, lavorano nell’ambito del cosiddetto turismo religioso.

Svolgono cioè attività di piccolo commercio come la produzione e vendita di oggetti come rosari, croci e articoli vari artigianalmente ottenuti dalla lavorazione del legno ed in particolare dell’ulivo.

Gli acquirenti principali di tali manufatti sono i pellegrini che si recano in Terra Santa. Il drastico calo del loro numero ha letteralmente tolto il sostentamento a migliaia di persone.

Adriana Sigilli che con eroico coraggio non ha smesso di promuovere pellegrinaggi con la sua organizzazione, Diomira Travel di Pessano con Bornago (Milano), dice che «ogni pellegrino, ogni pellegrinaggio in Terra Santa, è un piccolo passo che aiuta ad aprire nuovi sentieri di pace, dialogo e condivisione».

Quanto sono lontani i tempi in cui, nel 2000, prima della seconda “intifada” (protesta dei palestinesi) scoppiata nel mese di Settembre, gli italiani che erano sbarcati all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv erano stati poco meno di 150.000.

In quegli anni di pace avevano prosperato tutti gli israeliani appartenenti alle tre principali religioni monoteiste. Il flusso di turisti che visitavano Israele, quasi tutti per motivi religiosi e spirituali, garantiva ampie risorse con benefici per albergatori, ristoratori, commercianti e l’intero indotto legato al turismo.

Anche se precaria va sostenuta la pace/tregua tra israeliani e palestinesi, raggiunta con la mediazione del presidente Trump.

Tornare in Terra Santa è certamente un modo per corroborare lo sforzo in atto di pacificare due popoli, ma soprattutto di aiutare i cristiani che vivono in grande sofferenza.

Ad una manciata di chilometri da Gerusalemme c’è Neve Shalom (Oasi della pace), un villaggio cooperativo rurale abitato da arabi palestinesi ed ebrei israeliani. Sono una cinquantina di famiglie che dal 1972, anno in cui hanno cominciato a vivere insieme, intendono dimostrare che è possibile la coesistenza pacifica tra ebrei e palestinesi sulla base di una mutua accettazione.

Ecco enfatizzando esperienze come Neve Shalom contribuirebbe, forse, a svelenire il clima di violenza in cui da troppo tempo è immersa la Terra Santa.

Condividi:

Post correlati