Editoriale – Da Lecco l’esempio lampante che vada rivista la legge per eleggere i sindaci

La Commissione “Affari costituzionali” sta procedendo alla definizione di una nuova legge elettorale il cui testo dovrà tenere conto di una serie di emendamenti prima di essere definitivamente approvata.

L’obiettivo della nuova legge è di dare stabilità al governo premiando con una solida maggioranza di seggi chi esce vincitore dalla contesa elettorale, purché superi il 42 per cento di consensi in entrambi i rami del Parlamento.

Si vorrebbe inoltre dare ai cittadini la possibilità di scegliere il nome del leader, impresso sulla scheda elettorale, con cui le coalizioni o il singolo partito si presentano agli elettori.

In pratica si ribadisce il principio fondamentale di una democrazia: vince chi ottiene un voto in più degli avversari politici.

Il legislatore ha lo sguardo rivolto al 2027, ma sarebbe oltremodo importante se riuscisse a dare un occhio anche al sistema elettorale attualmente in vigore per eleggere i sindaci.

Proviamo a spiegarci meglio alla luce dei risultati delle recenti elezioni amministrative, dopo il ballottaggio, nelle quali il centrosinistra ha prevalso in tre capoluoghi su sei, Agrigento, Chieti e Trani; e il centrodestra in altri tre: Macerata, Arezzo e Lecco.

Proprio quest’ultima città è il caso emblematico che meglio di qualsiasi altro spiega le ragioni dell’urgenza di modificare la normativa con cui si designa il primo cittadino.

Lunedì 8 Giugno, Filippo Boscagli, a capo di una coalizione di centrodestra, ha prevalso sul concorrente di centrosinistra, il sindaco uscente, Mauro Gattinoni, che era succeduto a Virginio Brivio, primo cittadino per due mandati consecutivi a capo di giunte di centrosinistra.

Appena avuto certezza dell’esito positivo, come registrato dalle cronache locali, Boscagli ha avuto un gesto di grande nobiltà e di alto spessore umano dedicando immediatamente la vittoria a Beppe Ciresa, che cinque anni fa, pur raccogliendo nelle due tornate più voti di Gattinoni, era stato sconfitto per 17 voti.

Proprio il caso Ciresa è un’ulteriore conferma della necessità di modificare la legge per designare i sindaci.

Un semplice esempio numerico ci aiuta a spiegare su cosa si fonda il nostro convincimento.

Nei Comuni con più di 15.000 abitanti, il sindaco viene eletto al primo turno solo se un candidato ottiene la maggioranza assoluta dei voti validi, cioè più del 50 per cento.

Se nessun candidato raggiunge questa soglia, si va al ballottaggio tra i due candidati sindaco che hanno preso più voti.

Ora supponiamo che il candidato A nella prima tornata abbia ottenuto 3.000 voti e il candidato B 2.500, su 8.000 votanti. Due settimane dopo con un’affluenza ai seggi minore, cioè con 6.000 votanti, il candidato B ottiene sempre 2.500 voti e il candidato A 2.450. Sindaco sarà eletto il candidato B, che ha prevalso al ballottaggio. Complessivamente, però, in entrambe le tornate, questo ha ottenuto 5.000 preferenze, ben 450 in meno rispetto al concorrente che ne ha ottenute 5.450 (3.000 alla prima tornata e 2.450 alla seconda).

Quanti sindaci sono stati eletti con un numero di voti inferiori (complessivamente raccolti nelle due tornate) al loro competitore?

Se il ballottaggio ha una “ratio legis”, anche il computo dei voti che concorrono a designare il primo cittadino deve tornare ad avere la sua indiscutibile rilevanza. Vince chi raccoglie più consensi sommando i voti raccolti in entrambi i turni. Dopo tutto le democrazie si reggono sulle maggioranze.

A Lecco, cinque anni fa, Ciresa aveva avuto molti più voti di Gattinoni, ma non è diventato sindaco. Un’ingiustizia per lui, ma anche per i tanti cittadini che l’avevano votato recandosi alle urne in entrambe le giornate, la prima, nel giorno dell’elezione e la seconda, due settimane dopo, in quello del ballottaggio.

Correggere un sistema sbagliato non costa nulla. Occorre solo un pizzico di buona volontà; già, ma i parlamentari hanno buona volontà?

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