Martedì 16 Settembre, presso il Centro Pastorale Ambrosiano di via San Carlo 2, si è tenuto il convegno “Geopolitica e pace – Il dovere di immaginare il futuro”, promosso dalla Diocesi di Milano nell’ambito della formazione per i sacerdoti nel primo decennio di ordinazione. Un momento di confronto aperto a tutto il popolo di Dio, per riflettere sui grandi scenari globali e sulle sfide del nostro tempo.
L’incontro ha visto la partecipazione dell’Arcivescovo di Milano, Monsignor Mario Delpini, del professor Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes, e del professor Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, intervenuto in collegamento video. A moderare il dibattito è stato il dottor Stefano Femminis, responsabile delle comunicazioni sociali della Diocesi di Milano.
Nel suo intervento, Lucio Caracciolo ha tracciato un quadro realistico e complesso della situazione internazionale. Al centro, la crisi delle democrazie occidentali, segnate da fratture interne, indebolimento della coesione sociale e perdita di fiducia nelle istituzioni.
Negli Stati Uniti, ha osservato, la crisi è anche identitaria e culturale. La classe media si sente tradita, la società è polarizzata, e la politica fatica a proporre visioni condivise. A livello globale, gli equilibri si spostano: la Cina cerca stabilità interna per affermarsi nel Pacifico, la Russia rivendica il proprio ruolo di potenza e guarda all’Artico come spazio strategico. L’America, intanto, fatica a sostenere il suo storico ruolo di potenza globale. Due i conflitti che, secondo Caracciolo, segnano il nostro tempo: la guerra in Ucraina, con un Paese che cerca un’identità autonoma di fronte all’invasione russa, e il conflitto israelo-palestinese, riesploso dopo l’attacco del 7 ottobre. Su entrambi i fronti, le prospettive di pace appaiono oggi molto deboli.
Il professor Andrea Riccardi ha messo a fuoco l’impatto della guerra sulla vita delle comunità e delle Chiese stesse. In particolare, ha ricordato come il conflitto in Ucraina tocchi profondamente anche il mondo cristiano ortodosso, diviso tra fedeltà a Mosca e spinte autocefale. Viviamo in una società “frammentata e spaesata”, ha detto, dove cresce l’indifferenza. Per questo, secondo Riccardi, la Chiesa è chiamata a essere “spazio di asilo”, luogo in cui si custodisce il valore della pace, come ribadito dal magistero dei Papi. Di fronte al rischio di nuovi nazionalismi – simili a quelli del secolo scorso – il messaggio della Chiesa resta chiaro: passare dalla forza alla trattativa.
Nell’intervento conclusivo al convegno “Geopolitica e pace”, l’Arcivescovo di Milano, Monsignor Mario Delpini, ha offerto una riflessione profonda sul ruolo della Chiesa e dei cristiani nel mondo di oggi, articolandola attorno a tre parole fondamentali: profeta, formazione, speranza.
“Essere profeti – ha esordito Delpini – è il compito che spetta alla Chiesa, ai sacerdoti e a ogni cristiano.” La profezia, ha spiegato, non è una parola generica o consolatoria: nella Bibbia, essa si esercita spesso con toni forti, polemici, capaci di smascherare l’idolatria in tutte le sue forme. “Il profeta non è mai popolare: dice ciò che non si vuole sentire. Ma proprio per questo è necessario.” Tuttavia, ha aggiunto l’Arcivescovo, la profezia autentica sa tenere insieme contestazione e consolazione. Non si limita a denunciare, ma apre alla speranza. “La Chiesa, che soccorre l’uomo nelle sue fatiche, non ha la durezza della denuncia fine a sé stessa, ma si fa voce di una speranza concreta.”
La seconda parola, formazione, tocca un’urgenza educativa profonda. “Tutti abbiamo una responsabilità educativa – ha detto Delpini –. In un tempo in cui molti si lasciano andare alla passività, incapaci di ‘tenere la schiena dritta’, l’educazione deve formare persone libere, responsabili, capaci di scegliere il bene.”
L’Arcivescovo ha denunciato con forza le nuove forme di schiavitù: l’individualismo, le dipendenze – da droghe, apparenza, social – e un certo fatalismo che porta all’obbedienza cieca. “In Sudamerica la droga è un problema gravissimo, presente ovunque, ma anche da noi è diventata quasi un elemento scontato, troppo spesso ignorato.”
L’educazione, ha concluso, “deve incidere davvero sulla vita, aiutare a superare le fragilità, e fondarsi sul Vangelo come forza formativa, capace di costruire umanità”. Infine, la terza parola: speranza. “Non si tratta di ottimismo superficiale – ha chiarito Delpini – ma della fiducia profonda nella promessa di Dio che vuole salvare tutti. La speranza nasce quando le persone recuperano stima di sé e si riconoscono capaci di bene. “La storia è fatta anche di disastri, ma non mancano le rinascite. Pensiamo alla generazione che, dopo vent’anni di fascismo e una guerra distruttiva, ha ricostruito fabbriche, famiglie, città: quella forza veniva da un senso di responsabilità e da un’intima convinzione di essere chiamati a fare il bene.”
Oggi, ha concluso l’Arcivescovo, questa stessa responsabilità è affidata a noi: “Siamo chiamati a rispondere alla vocazione al bene, a camminare nella storia come pellegrini di speranza, senza paura, con fiducia nel futuro e negli altri.”
