VENERDÌ SANTO e Sant'Emma di Sassonia

Isaia 49,24-50, 10- Isaia 52,13-53, 12 - Matteo 27,1-56

In questo giorno la Chiesa rivive il mistero della morte di Gesù attraverso la proclamazione liturgica della sua Passione. Tale solenne momento è preparato da due letture tratte dal libro del profeta Isaia, nelle quali è prefigurata l’immagine del Messia sofferente. Nel brano della passione di Matteo Gesù viene condotto davanti al governatore Pilato. Gesù è consegnato alla sofferenza, all’incomprensione e alla derisione.

E’ condannato al supplizio degli schiavi. Gesù muore in croce. La disfatta è totale. La desolazione di Gesù è al culmine; grida con angoscia, ma gli risponde solo l’ironia sogghignante di qualche comparsa. Dio tace. Il salmo 21 che sale alle sue labbra si conclude nella Bibbia in preghiera di speranza. L’orrore delle sofferenze degli innocenti, tutta la condizione mortale degli uomini e la tragicità delle morti umane salgono fino a questa croce.

Eppure una tale morte è passaggio alla vita; essa trasforma la condizione dell’uomo e dell’universo. La liturgia del Venerdì Santo ci fa partecipi del dramma del Crocefisso e di tutti i crocefissi del mondo. Con la passione e morte di Gesù, la sofferenza, la malattia, la morte non sono più segno di condanna, ma via di salvezza. Il dolore non è più fine a se stesso. Assumendo il dolore su di sé Gesù lo ha fatto luogo di salvezza, di liberazione e di speranza.

Da Franco Cecchin, “A ciascun giorno la sua Parola - Anno A”, pp.154 e ss., Àncora, Milano

 

Sant'Emma di Sassonia

Nel monastero di S. Ludgero a Werden, nella Ruhr, presso Dusseldorf, inspiegabilmente lontano dalla Sassonia, si conserva una reliquia della santa: una mano prodigiosamente intatta.

Un cronista tedesco dello stesso secolo, Adamo di Brema, nella sua Storia ecclesiastica, ci dà notizia di una "nobilissima senatrix Emma", sorella di Meinwerk, vescovo di Paderborn (morto nel 1036) e moglie del conte Ludgero di Sassonia. Rimasta vedova, ancor giovane e bella, ricca e senza figli, non ambì a seconde nozze e si mantenne costante nel suo nuovo programma di vita, fondato sulla totale dedizione alle opere di carità.

Generosa nel donare e nel soccorrere, ma austera e intransigente con se stessa, puntò alla perfezione nel difficile stato di vedovanza, una condizione assai scomoda per una donna, rimasta sola ma non libera, esposta a mille insidie perché priva di appoggio e fatta segno, se ricca, dei calcoli interessati di parenti vicini e lontani. "Sei tu giovane? - si legge in una infervorata predica di S. Bernardino da Siena, rivolta alle vedove cristiane - fa' che tu imbrigli la carne tua in discipline.

Io voglio che tu impari a vivere come una religiosa. Sii verace, dentro nell'anima tua. Vuoi marito? Va' e piglialo, in nome di Dio, e spacciatene. Ma non avrai mai consolazione. Dunque, non ci vedi meglio che di rimanere vera vedova, e servire a Dio in ogni modo che tu puoi, tutto il tempo della tua vita". Emma aveva scelto quest'ultima maniera di tendere alla perfezione, la più difficile e rara.

La sua mano, giunta fino a noi intatta dopo nove secoli e mezzo dalla morte di questa santa dal nome fresco e pieno, è un segno emblematico della sua più cospicua virtù: la generosità. Anzitutto una generosità fattiva, di opere più che di parole.

Vera ancella di Cristo, ella ha servito il suo celeste sposo con la preghiera e la carità, meritando la devozione non di un marito ma di milioni di cristiani che da oltre nove secoli la onorano di culto pubblico. Il suo corpo, privo della mano di cui si è parlato, riposa nella cattedrale di Brema.

 

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