IIIª Domenica di Quaresima e Perpetua e Felicita

Esodo 32,7-13b 1Tessalonicesi  2,20-3,8 Giovanni 8,31-59

Abbiamo fatto la scelta, in questa Quaresima, di ricercare ogni domenica una parola, che diventa un po’ cifra per ravvivare delle consapevolezze: in questa terza domenica, ‘libertà’. Nella prima lettura abbiamo la descrizione di un cattivo uso della libertà, perché dopo che il popolo eletto ha risposto all’alleanza che Dio ha compiuto ai piedi del monte Sinai e mentre Mosè è salito sul Sinai per avere le dieci parole, questo popolo si costruisce il vitello d’oro, che nella concezione antica era il simbolo della virilità maschile. Dio vuole castigare il suo popolo, distruggendolo.

Mosè interviene con un’accorata supplica a Dio, facendo leva sulla sua promessa: «Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra prosperità numerosa come le stelle del cielo”». Nella prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi abbiamo un esempio del buon uso della libertà da parte dei cristiani di Tessalonica.

Messi alla prova nei confronti delle sfide recate alla propria fede, i Tessalonicesi sono riusciti a resistere. La gioia dell’apostolo è grande, perché viene a sapere che la comunità persevera con una fede salda nel Signore. In ambedue le situazioni constatiamo il comportamento esemplare dei due responsabili della comunità.

Tutto ciò richiama l’importanza e la necessità della presenza di veri educatori nella crescita della libertà della comunità e delle nuove generazioni. Ma quali sono i contenuti della libertà che Gesù Cristo ci regala se lo vogliamo? Gesù ci libera dal peccato e con la sua stessa morte ci libera dalla nostra stessa morte quando alla fine dei tempi risorgeremo con Lui.

Già fin d’ora, in forza del nostro Battesimo, siamo nati a vita nuova, siamo diventati figli di Dio, capaci a poco a poco di amare come il Signore ci ama. La libertà che ci dona continuamente Gesù non è quindi libertinaggio, ma è capacità di scegliere ciò che è bene per noi e per gli altri: è la libertà per qualcuno, per gli altri, in una relazione di amore, di comunione, di perdono, di condivisione, di donazione.

Franco Cecchin, “A ciascun giorno la sua Parola - Anno B”, pp. 112 e ss., Àncora, Milano

 

PERPETUA e FELICITA

 

Chiusa in carcere aspettando la morte, tiene una sorta di diario dei suoi ultimi giorni, descrivendo la prigione affollata, il tormento della calura; annota nomi di visitatori, racconta sogni e visioni degli ultimi giorni. Siamo a Cartagine, Africa del Nord, anno 203: chi scrive è la colta gentildonna Tibia Perpetua, 22 anni, sposata e madre di un bambino.

Nella folla carcerata sono accanto a lei anche la più giovane Felicita, figlia di suoi servi, e in gravidanza avanzata; e tre uomini di nome Saturnino, Revocato e Secondulo. Tutti condannati a morte perché vogliono farsi cristiani e stanno terminando il periodo di formazione; la loro “professione di fede” sarà la morte nel nome di Cristo.

Le annotazioni di Perpetua verranno poi raccolte nella Passione di Perpetua e Felicita, opera forse del grande Tertulliano, testimone a Cartagine. Il racconto segnala le pressioni dei parenti (ancora pagani) su Perpetua e su Felicita, che proprio in quei giorni dà alla luce un bambino. Per aver salva la vita basta “astenersi”. Ma loro non si piegano.

Questo accade regnando l’imperatore Settimio Severo (193-211), anche lui di origine africana, che è in guerra continua contro i molti nemici di Roma, e perciò vede ogni cosa in funzione dell’Impero da difendere; e tutto vorrebbe obbediente e inquadrato come l’esercito. Con i cristiani si è mostrato tollerante nei primi anni. Ma ora, in questa visione globale della disciplina, che include pure la fede religiosa, scatena una dura lotta contro il proselitismo cristiano e anche ebraico.

Cioè contro chi ora vuole abbandonare i culti tradizionali. Per questo c’è la pena di morte: e morte-spettacolo, spesso, come appunto a Cartagine. Perpetua, Felicita e tutti gli altri entrano nella Chiesa col martirio che incomincia nell’arena, dove le belve attaccano e straziano i morituri. E poi c’è la decapitazione.

Perpetua vive l’ultima ora con straordinarie prove di amore e di tranquilla dignità. Vede Felicita crollare sotto i colpi, e dolcemente la solleva, la sostiene; zanne e corna lacerano la sua veste di matrona, e lei cerca di rimetterla a posto con tranquillo rispetto di sé. Gesti che colpiscono e sconvolgono anche la folla nemica, creando momenti di commozione pietosa. Ma poi il furore di massa prevale, fino al colpo di grazia.

Nei Promessi sposi, il Manzoni ha chiamato Perpetua la donna di servizio in casa di don Abbondio; e il nome di quel personaggio letterario così fortemente inciso è passato poi a indicare una categoria: quella, appunto, delle “perpetue”, addette alla cura delle canoniche. Cesare Angelini, il grande studioso del Manzoni, ritiene che egli abbia tratto quel nome dal Canone latino della Messa, "dov’è allineato con quelli dell’altre donne del romanzo: Perpetua, Agnese, Lucia, Cecilia...".