IIIª Domenica di Avvento e San Giovanni Vincenzo

Isaia 35,1-10; Romani 11,25-36; Matteo 11,2-15

La terza domenica di Avvento mette in risalto « l'adempimento delle profezie». Innanzi tutto viene presentato un oracolo di Isaia, carico di fiducia in una salvezza ormai vicina: «Dite agli smarriti di cuore: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio... egli viene a salvarvi"». Nelle parole stesse di Gesù è annunciato il compimento del disegno di Dio: «Tutti i Profeti e la Legge hanno profetato fino a Giovanni», perché in Cristo è svelato il senso dell'intera storia della salvezza. Gesù Cristo è il «sì» della profezia.

Si avverano in lui le antiche promesse della liberazione e dell'esodo: la vista ai ciechi, il cammino degli storpi, l'udito dei sordi. È lui quello che deve venire: risana i malati, ridona la vita ai morti, mentre ai poveri, agli umili con il cuore aperto, è predicata la buona notizia, il suo Vangelo di liberazione. In Lui è reperibile il Regno .

Per l'approfondimento e l'attualizzazione sulle «profezie adempite», mettiamo a confronto due modi diversi di reagire: quello di Giovanni Battista e quello dell'apostolo Paolo. Due modi diversi che ci aiutano a un'accoglienza più profonda della visita di salvezza attuata da Gesù Cristo, che avrà il suo compimento alla fine dei tempi.

Giovanni Battista si trova in carcere. Viene attraversato dal dubbio se Gesù sia veramente il Messia. Ringraziamo Giovanni di questo dubbio, di questo disagio. Come non sentirlo vicino, come non sentirlo uno di noi, con i suoi momenti di entusiasmo e di foga, di crisi e di dubbio?

Anche Giovanni Battista si era fatto una sua idea del Messia: aveva una visione di un Messia deciso, potente e giustiziere. Di fatto, questo Gesù lo lascia perplesso, perché è mite, lenisce il dolore, non condanna, sa aspettare, proclama beato chi ha fame e sete di giustizia, predica la misericordia di Dio. L'urgenza del Battista sembra essere disattesa da un Messia che non interviene in modo deciso e potente, anzi, sembra lasciare il mondo nella sua ambiguità.

Quante volte anche noi, dopo duemila anni di Cristianesimo, poniamo a Gesù Cristo la stessa domanda: «Non vedi, o Signore, come vanno le cose? Perché non intervieni con la tua potenza e non fai piazza pulita?». La risposta di Gesù rassicura Giovanni Battista e anche noi. Gesù viene nel mondo nella povertà, nel silenzio, nella semplicità e nell'assunzione di tutta la vicenda umana.

L'apostolo Paolo, afferrato da Cristo sulla via di Damasco, sente una fitta lancinante al suo cuore: che sarà del suo popolo che ha rifiutato il Messia Gesù? Non è il popolo eletto? Vorrebbe addirittura attirare su di sé la maledizione divina pur di vedere il suo popolo che accoglie il Signore Gesù.

Le vie attraverso cui Dio giunge alla realizzazione del suo progetto sono sorprendenti. Ogni nostra situazione, anche la più disperata e più lontana da Dio, è il luogo privilegiato della sua misericordia.

Da Franco Cecchin, “A ciascun giorno la sua Parola - Anno A", pp. 21 e ss., Àncora, Milano

 

SAN GIOVANNI VINCENZO

 

Il nome di San Giovanni Vincenzo è legato alla fondazione di quell’imponente complesso monumentale che è oggi la Sacra di San Michele, posta sulla vetta del monte Pirchiriano all’imbocco della valle di Susa, scelta come simbolo della regione Piemonte. Secondo la tradizione, diversamente suffragata dalla presenza di documentazione storica, Giovanni Vincenzo fu un discepolo di San Romualdo e venne destinato ad occupare la prestigiosa cattedra episcopale della città di Ravenna.

La data della sua elezione ad arcivescovo della città, che già fu una delle capitali dello scomparso impero romano di occidente, si colloca tra il 2 ottobre 982, quando ancora è vivente il suo predecessore Onesto, ed il 16 luglio 983, quando in un documento egli è già ricordato come vescovo della città adriatica. Diversi altri documenti testimoniano, fino all’anno 997, la sua sollecitudine pastorale e l’impegno civile e politico da lui svolto, come la sua carica a quel tempo comportava.

La rinuncia all’episcopato da parte di Giovanni Vincenzo avvenne tra l’estate del 997 e la primavera dell’anno successivo quando, il 1 maggio, il suo successore Gerberto, firmò i decreti di un sinodo provinciale da lui presieduto a Ravenna. Ignote sono le reali motivazioni di una tale scelta, forse influenzata, come ipotizzato da alcuni storici, da quella analoga compiuta dal suo maestro spirituale Romualdo, che rinunziò al governo dell’abbazia di Sant’Apollinare in Classe proprio in quel periodo, oppure dal semplice e sincero desiderio di ritirarsi a vita eremitica.

Altrettanto oscuri sono i motivi che spinsero Giovanni Vincenzo a scegliere la valle di Susa come luogo del suo eremitaggio. Forse egli fece parte di quel gruppo di persone, tra le quali figura un certo Giovanni Morosini, che accompagnarono San Romualdo nel suo viaggio a Cuxa nel 982 e, percorrendo molto probabilmente la valle, sia rimasto favorevolmente attratto dalla sua bellezza.

Luogo del suo primo stanziamento fu il monte Caprasio, sulla sponda orografica sinistra della Dora proprio di fronte al Pirchiriano, presso una selva in cui vi erano dei naturali anfratti ove, insieme ad alcuni compagni, iniziò vita eremitica; sul luogo, che prese poi il nome di Celle, Giovanni Vincenzo costruì una chiesa in onore della Vergine.

Successivamente, al santo sarebbe apparso più volte l’arcangelo Michele, cui egli era molto devoto, che gli chiese di edificare in suo onore una cappella, sulla vetta del monte davanti a quello sul quale Giovanni viveva; la leggenda vorrebbe che lo stesso arcangelo abbia aiutato il santo a trasportare sull’impervia montagna il materiale per la costruzione della chiesetta. Storicamente quella che nel tempo diverrà una delle più importanti fondazioni monastiche del Piemonte ed uno dei maggiori centri di pellegrinaggio micaelico, venne fondata dal conte Ugo di Montboisser, detto lo Scucito intorno all’anno 1000, anche se, come studi recenti vanno dimostrando, molto probabilmente già esistevano sul luogo delle cappelle, forse addirittura risalenti all’epoca tardo antica.

Non tutti gli storici sono concordi nell’identificare Giovanni Vincenzo con il vescovo di Ravenna di cui testimoniano i documenti, ritenendo ravennati solo le origini dell’eremita che, successivamente, per nobilitarne la figura venne assimilato al più noto personaggio. Al di là delle possibili soluzioni della questione che riguarda l’identità ed il ruolo di Giovanni prima della sua presenza in valle di Susa, è indubbio il culto di cui egli ha goduto fin dal tempo della sua morte, avvenuta a Celle , secondo alcuni il 12 gennaio dell’anno 1000, secondo altri il 21 novembre seguente.

Una diversa opinione colloca a gennaio la morte del santo e a novembre la prima traslazione o inventio del suo corpo, di fatto è che quest’ultima data è oggi la maggior ricorrenza del santo, specialmente a Sant’Ambrogio di Susa, dove vennero trasportate le sue reliquie.

Tale traslazione è da collocarsi intorno alla metà del XII secolo e si svolse secondo il più ricorrente topos agiografico: i buoi, che trainavano il carro su cui erano state poste le sacre spoglie, giunti in prossimità della chiesa del paese non vollero più proseguire e tale fatto venne interpretato come la volontà del santo di essere deposto in quell’edificio. Presso l’altare in cui fu collocato il corpo del santo, venne sistemata un epigrafe, ancora in loco alla fine del XVII secolo: una sintesi della sua vita cui attinsero gli agiografi che nei secoli si occuparono di Giovanni Vincenzo. Al culto tributato al santo eremita presiede ancor oggi una particolare confraternita detta Società Abbadia, costituitasi, secondo la tradizione poco tempo dopo l’arrivo delle reliquie a Sant’Ambrogio, anche se la sua esistenza è testimoniata dai documenti solo a partire dal XVIII secolo.

Sembra che lo scopo iniziale di tale sodalizio fosse quello di impedire il trafugamento delle spoglie, di cui gli abitanti di Celle rivendicavano il possesso; ancor oggi i soci presenziano armati alle cerimonie in onore di San Giovanni Vincenzo, in particolare alla processione con il reliquiario che ne contiene i resti. L’iconografia, diffusa in ambito locale, ritrae il santo sia come eremita, come nel quadro seicentesco esistente nella cappella ipogea della Sacra, sia come vescovo, come nel pregevole trittico di Defendente Ferrari, conservato nella chiesa sovrastante. La sua memoria liturgica è celebrata nella diocesi di Susa il 27 novembre.

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