Lecco, 01 luglio 2022   |  

Editoriale - Democrazia e diritti

di Giulio Boscagli

diritti

In un precedente intervento avevamo rilevato il crescente distacco degli elettori alle scadenze elettorali, fenomeno ancora più accentuato dai ballottaggi di domenica scorsa: molti sindaci sono stati eletti da meno della metà dei propri cittadini. Ma non è solo l scarsa partecipazione che svilisce la democrazia.

Dopo la sentenza della corte suprema americana che ha ritenuto che la Costituzione degli Stati Uniti non preveda alcun diritto all’aborto e ha quindi cancellato un’antica sentenza di senso contrario, abbiamo assistito a una feroce polemica che, partita dagli USA, ha poi attraversato l’Atlantico per accendere polemiche anche in Europa.

Così abbiamo assistito a una presa di posizione del Parlamento Europeo contro la decisione della corte americana: un’interferenza inaudita di un organismo istituzionale nelle vicende di un Paese per di più amico e alleato. Il presidente francese Macron, che forse avrebbe cose più urgenti da affrontare in casa propria, ha addirittura affermato che vorrà introdurre il diritto all’aborto nella costituzione francese.

Ci sono una cultura e un potere diffusi in occidente che ritengono la democrazia un valore solo quando non contrasta con la propria visone del mondo. Se guardiano alla sostanza della sentenza americana, le conseguenze sono che i diversi stati di cui sono composti gli USA tornano liberi di affrontare il problema secondo le decisioni dei propri parlamenti nazionali, quindi con metodo democratico. Un certo numero di essi, in effetti, ha introdotto limitazioni e divieti, in altri, che sono al momento la maggioranza, le cose non sono cambiate.

Sulla questione il mondo (ovviamente quello occidentale perché tre quarti della popolazione mondiale vivono in paesi in cui questi dibattiti non sono nemmeno immaginabili) si è diviso come tra tifoserie opposte.

La questione tuttavia è molto seria e attiene al valore reale della democrazia, in altre parole a quanto il principio della maggioranza che regola la vita delle democrazie, sia estendibile anche a questioni che riguardano la concezione della vita, come in questo caso.

A chi esulta per la presunta vittoria di una linea antiabortista così come a chi la contrasta, occorre ricordare la precarietà di questi successi/sconfitte. Le maggioranze sono variabili e fanno nascere la questione essenziale: i diritti umani possono essere decisi da maggioranze politiche o è possibile trovare criteri per un loro fondamento più solido?

“Se i diritti dell’uomo trovano il proprio fondamento solo nelle deliberazioni di un’assemblea di cittadini, essi possono essere cambiati in ogni momento e, quindi, il dovere di rispettarli e perseguirli si allenta nella coscienza comune” (Benedetto XVI, Caritas in Veritate).

È quello che sta accadendo sotto inostri occhi e la questione dell’aborto è solo la manifestazione di un processo che riguarda il futuro delle società occidentali.
La “fine della cristianità” piuttosto che lasciare l’uomo libero dai (cosiddetti) vincoli della religione, lo lascia solo davanti a forze che non è in grado di controllare anche perché non ha più gli strumenti per comprenderle.

Così dominano la grande finanza internazionale (pochi gruppi hanno risorse superiori a molti stati) e il potere di influenza che ne deriva investendo e influenzando il sentire della gente in modo sempre più pervasivo.

La perdita del senso della storia introdotto dal cristianesimo – la storia ha una direzione e un significato, non è un ripetersi anonimo di eventi – ha consentito la nascita di quella cancel culture che legge il passato alla luce dell’emotività contemporanea, cercando di cancellare quello che sembra non corrispondere al sentire diffuso.

La perdita del valore profondo della ragione e della comune appartenenza umana, mette addirittura in pericolo la sopravvivenza del mondo. È il segnale che viene dalla guerra in corso: l’aura bellicista che si è introdotta nelle élite dirigenti occidentali sembra non volere utilizzare altro strumento di rapporto tra le nazioni se non la forza e la forza militare, fino ai limiti estremi che questa sempre porta con sé.

Per questo la posizione del Papa che insiste nel richiamo alla pace appare come la più realistica anche se la più criticata in modo palese o riservato dai cosiddetti grandi della terra ma soprattutto dai loro portavoce che influenzano la quasi totalità dell’informazione accessibile ai più.

Per costruire la pace e una seria politica di rapporto tra le nazioni è necessario un cambiamento di direzione che ancora non si vede all’orizzonte ma che possiamo iniziare a costruire dal basso con libertà e indipendenza di giudizio.

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