Milano, 02 dicembre 2019   |  

Messa di Delpini in Duomo con gli operatori carcerari

«Sempre possiamo amare, servire, sentendo la responsabilità di un atteggiamento di mitezza».

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Concelebranti, oltre al vicario episcopale, monsignor Luca Bressan , l’arciprete del Duomo, monsignor Gianantonio Borgonovo, il direttore del carcere di san Vittore Giacinto Siciliano e i cappellani don Marco Recalcati e don Roberto Mozzi, e da Opera il direttore Silvio Di Gregorio e il neo cappellano don Marco Manenti. Presenti anche il personale amministrativo, i volontari e tanti agenti di Polizia penitenziaria, che hanno animato molti momenti della liturgia. A tutti loro l’Arcivescovo ha donato l’immaginetta natalizia con una sua preghiera.

Nell’omelia il pensiero dell’Arcivescovo va al concetto di potenza, tanto diversa da quella oggi ricercata e attorno alla quale si muovono attese, tensioni e paure: «Invochiamo un potere, una forza che costringa a contenere la prepotenza, che renda mite il leone e coraggioso l’agnello, un’autorità che si imponga per fare giustizia, una punizione che spaventi il malvagio. Desideriamo il potere, ci immaginiamo come sarebbe diversa la nostra vita se avessimo noi il potere che può cambiare le situazioni, se potessimo noi disporre delle condizioni per dominare gli altri, per ottenere quello che desideriamo secondo i nostri criteri e le nostre voglie. D’altra parte temiamo il potere, perché è una specie di risentimento verso chi comanda, quando pretende più del giusto. Temiamo il potere quando qualcuno potrebbe chiederci conto di quell’angolo di noi stessi di cui ci vergogniamo, quando un giudice potrebbe scoprire quella storia sbagliata che è sepolta nel nostro passato».

Eppure, tutti abbiamo un potere «per il ruolo, per la competenza, per i legami che si stabiliscono tra le persone. Talora, è determinante, può fare bella o brutta la vita, rendere lieti o affliggere le persone che sono intorno a noi, talora, è quasi insignificante». Un potere che è qualcosa di misterioso, ma sul quale dovremmo ragionare perché «ciascuno «può determinare un clima, la storia, gli atteggiamenti delle persone». Poi, richiamando la pagina del Vangelo di Matteo al capitolo 11, il riferimento al potere del Signore Gesù, con i dubbi di Giovanni: «Forse Giovanni si aspettava un Messia accreditato da una manifestazione di potenza, il compimento dei tempi messianici, con una rivincita dei deboli nei confronti dei prepotenti, come un’esaltazione trionfale dei giusti a sbaragliare tutti gli operatori di iniquità, un ritorno glorioso del popolo disperso. Forse Giovanni e molti con lui, allora come oggi, si aspettano che Dio eserciti il suo potere secondo le aspettative dell’immaginazione umana».

Ma non è così, perché «il potere di Dio si rivela in modo sconcertante per le attese e le pretese delle umane fantasie. Gesù ha solo il potere di salvare, consolare, guarire. Avvicinandosi al lebbroso per toccarlo, per guarirlo, non ha potere di mettere a posto tutto per fare un mondo incantato, senza problemi, ma prende per mano il cieco e gli apre gli occhi, si avvicina ai poveri e annuncia loro il Vangelo. L’unico potere che Gesù ha è tutta la potenza di Dio, che consiste nel farsi servo della gioia e della speranza di coloro che invocano la salvezza».

Una potenza sconcertante, «capace di far germogliare il bene anche nella desolazione Questa è la gloria di Dio: paziente seminagione di vita nuova nei giorni del vivere quotidiano, nella storia dell’umanità. La potenza, il potere, la gloria di Dio si rivelano dunque inermi, fragili, si mettono dalla parte degli sconfitti e, perciò, spesso la storia sconfigge il bene, l’ingiustizia può farle violenza, la presunzione può chiudere le porte, la distrazione può procedere oltre senza rendersene conto, il pensiero ambizioso può costruire le sue ideologie e le sue teorie senza lasciarsi interrogare dalla rivelazione di Dio in Gesù. Per questo molti disprezzano coloro che seguono le vie di Dio, guardano ai discepoli coerenti con il Vangelo come figure insignificanti, inutili, patetici».

Ma proprio per questo, «nella gioia e nella tristezza, il potere è una condizione per servire. La salvezza non si manifesta quindi, anzitutto, in una soddisfazione, in uno star bene, in una rivincita. Coloro che sono salvati vivono la loro condizione come possibilità concreta per mettersi a servizio, persino nei luoghi più complicati e difficili: persino in carcere. Sempre possiamo amare, servire, sentendo la responsabilità di un atteggiamento di mitezza».

Alla fine l’Arcivescovo esprime un suo preciso augurio agli operatori carcerari, per un lavoro che si svolge in un mondo complicato e duro per gli adempimenti complessi, il groviglio di sentimenti dove, talvolta, anche le buone intenzioni incontrano difficoltà insormontabili: «Quando mi reco in carcere è ovvio che tutta l’attenzione sia focalizzata sui detenuti, ma qui voglio comunicarvi la mia stima, la capacità di condividere, il mio incoraggiamento a far bene».

 

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