Lecco, 28 novembre 2017   |  

La Lecco “libera e facile” descritta da Sir Thomas Noon Talfourd,

di Matteo Possenti

Inglese, giudice, politico e scrittore visitò la nostra città nel 1842.

Lecco dipinto

Molti lecchesi si lamentano che la città ha scarse proposte e offerte per quanto riguarda il tempo libero e i divertimenti e le ultime statistiche e classifiche pubblicate sui quotidiani nazionali sembrano dar loro ragione. Lungi da noi discutere questo argomento, però, ci siamo chiesti se mai i lecchesi, anche solo in apparenza, abbiano dato l'impressione di godersi la vita, di vivere felicemente e senza troppi pensieri.

Sembra impossibile, vero? Quando mai è esistito un lecchese così! Eppure, abbiamo trovato un diario di viaggio con una pagina riguardo a Lecco in cui si fa fatica a riconoscersi...

SirThomasNoonTalford harvard via Wikipedia

Sir Thomas Noon Talfourd

Sir Thomas Noon Talfourd (1795-1854), inglese, giudice, politico e scrittore viaggiò in Europa attraverso le Alpi durante le vacanze di tre anni consecutivi, nel 1841, 1842, 1843 e pubblicò con successo le sue memorie. Di lui si ricorda l'impegno per far promulgare una legge riguardo al diritto d'autore internazionale e, secondo l'«Enciclopedia Britannica», per questo motivo Charles Dickens gli dedicò il suo romanzo «Il Circolo Pickwick».

Talfourd proprio 175 anni fa, il 26 agosto 1842, in viaggio verso Como, proveniente dalla Svizzera e passando da Chiavenna, si trovò a Lecco, dove fu costretto a trascorrere una notte. Quello che vide, le impressioni che ricevette, furono tali da doverle tramandare alla storia con qualcosa in più di una semplice anonima annotazione.

Ecco che cosa scrisse:
«Lecco è una città sporca, con stradine buie, ma come sembrava “libera e facile” la vita in esse! Al tramonto tutta la popolazione della città era fuori – non nei campi, ma nelle strade – tutti spassandosela a proprio capriccio (non si può chiamare volontà) – i giovani come se nel mondo non ci fossero maestri di scuola; i vecchi come se non ci fosse autorità di pensiero; alcuni oziando sulle panche a bere limonata o vinello; alcuni giocando a carte su tavolini in mezzo ai bassifondi, con mani e carte parimenti sporche; ma nessuna ubriachezza, nessun disordine, nessun malumore si intravedeva in mezzo a quella genìa sporca e trascurata.

Ma la cosa più meravigliosa per me era l’estrema vivacità e varietà di colori che apparivano come un lampo e brillavano e diventavano più intensi e si armonizzavano in quella scena variopinta. Se i vagabondi si fossero messi d’impegno per aggiungere qualche tocco di colore al quadro, non avrebbero potuto produrre effetti più vividi di quelli che l’istinto della loro natura spargeva sul loro vestito e sulla loro combinazione di colori. Non importa se giovane o vecchio, se sano o deforme, se in vestiti decenti o vestito di stracci, tutti tendevano al pittoresco; un berretto azzurro, una giacca cremisi, un mantello scarlatto, un fazzoletto verde, un fascio di nastri, qualche striscia luminosa facevano brillare di allegrezza questa scena, dovunque si guardasse, indipendentemente dalla carnagione oliva chiaro, e felici occhi neri sfavillavano tra le folle vagabonde.

All’interno degli edifici questo amore del colore era esercitato in forma più elaborata; le nostre camere nella locanda erano dipinte a compartimenti – pareti, soffitto, pavimento; eravamo precipitati in un mondo colorato, in cui “La variopinta divisa del matto è veramente l’unica divisa che gli uomini dovrebbero indossare!” (Shakespeare, “Come vi piace”, ndr). E sicuramente qui il consiglio del poeta “Ne crede colori” (“Non credere al colore”, Virgilio, Bucoliche, ndr) sarebbe dato invano. Il colore, in verità, è la più affidabile di tutte le apparenze; non ti può ingannare; perché è ciò che sembra; e a meno che abbiamo “il mantello color d’inchiostro” sul nostro umore, ci basta sapere ciò che “sembra” nell’istante in cui lo godiamo.»

Il testo originale di Sir Thomas Noon Talfourd:

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