Lecco, 10 giugno 2020   |  

La fede e il contagio. Nel tempo della pandemia

di Gabriella Stucchi

Una lettura che abbraccia i vari aspetti della pandemia e insieme suggerisce forme di comportamento che portino ad una società meglio articolata, più umana e più sicura nella gestione di difficoltà.

fede contagio

Luigi Alici, Giuseppina De Simoni, Piergiorgio Grassi, all’apertura espongono lo scopo del testo: “Raccogliere racconti e pensieri per far emergere le tante questioni implicate in questo momento”.

In particolare: nella prima parte (“In ascolto”) sono raccolte testimonianze e riflessioni che ritraggono lo scenario in cui siamo immersi, con criticità, angosce e paure, ma anche con gesti di coraggio di medici e infermieri che hanno scelto di essere-per-gli-altri (medici, infermieri, preti, gente comune), nel segno della gratuità.

Nella seconda parte (“Contemplare e celebrare”) sono considerate le questioni di ordine ecclesiale, pastorale e teologico- esistenziale, che mette in luce le responsabilità nei confronti di una fede che sappia riconoscersi come cammino e comunità ecclesiale che sappia ritrovare il coraggio dell’annuncio e la forza della prossimità.

Nella terza parte (“Le responsabilità del futuro”) si espongono alcuni scenari che la pandemia ha messo in discussione e che siamo chiamati a ripensare all’insegna di corresponsabilità e solidarietà.

“In ascolto” propone l’intervento di Piergiorgio Grassi, professore ordinario presso l’Università di Urbino. Egli riprende, da una pubblicazione di due studiosi dell’Università di Harvard, l’espressione “La prevedibile sorpresa” che si rivolge a manager d’azienda e parte dall’ipotesi che si possano spiegare e addirittura scansare molti rischi qualora ci si attenga ad alcuni principi di base, quali il riconoscimento previo del pericolo effettivo, la definizione delle priorità di intervento e la
mobilitazione. L’autore prosegue rilevando come per la pandemia si è passati dal considerare la diffusione del Covid 19 a Wuhan come un fatto solo degno di cronaca alla scoperta del virus in Italia in brevi giorni, fino a creare zone rosse in Lombardia e Veneto e a estendersi all’intero territorio nazionale.

Si è diffuso un alternarsi di stati contraddittori: dall’angoscia e dal panico in una parte della popolazione (assalto ai supermercati per rifornirsi di generi alimentari, mascherine e disinfettanti) alla sottovalutazione di altri cittadini con comportamenti irresponsabili. Inoltre si è assistito ai disaccordi nel mondo scientifico in frequenti interviste televisive: chi parla di un’influenza appena più grave delle normali influenze, e chi ne mette in luce l’estrema pericolosità.

I politici per contrastare l’epidemia hanno adottato provvedimenti sempre più restrittivi e sono passati da messaggi rassicuranti ad altri più preoccupati.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) aveva emesso segnalazioni di una possibile disastrosa pandemia, ma si è verificato un ritardo culturale nel conoscerne le cause.

Risalendo agli anni Ottanta (diffusione dell’Hiv per arrivare a Sars 2002 e a Mers 2012) si rileva che sono infezioni che si trasmettono dagli animali all’uomo.

Inoltre diverse pandemie secondo gli specialisti sono riconducibili anche e soprattutto allo sfruttamento degli habitat naturali di diverse specie animali che sempre più direttamente vengono a contatto con l’uomo.

L’autore sostiene che il dibattito pubblico in corso sulle difficoltà del sistema sanitario andrebbe allargato alla considerazione dei nostri stili di vita, alle loro sostenibilità per il pianeta terra, alla crisi ecologica in atto.

Giovanni Borsa, giornalista del Sir, rileva come il virus minaccia tutti, specie i più fragili e nota che occorre considerare gli allarmi che la natura ci invia, non solo sotto il profilo sanitario, ma anche ambientale, con pesanti ricadute economiche e sociali.
Viviamo in un unico mondo, che richiede “solidarietà e complicità planetarie”.
Auspica un “giornalismo di pace” (cfr Bergoglio nella LII Giornata mondiale delle comunicazioni sociali) esente dal buonismo ostile alle fake news, libero, rispettoso della dignità delle persone, volto alla ricerca della verità”.

Donatella Pagliani nota che il monito “restate a casa” conseguente al Coronavirus ha dato la possibilità di vedere la prossimità come una condizione buona da vivere nel legami personali. I giovani, abili alla navigazione in rete, sono stati chiamati ad adattarsi alla presenza dei familiari. La scuola si è attivata in modo encomiabile a seguire le lezioni online negli spazi di casa. Però non “ci si è attivati per ascoltare e trovare risposte concrete al grido di chi è stato lasciato solo”.

Elisa da Re, medico, tornata a Padova il 22 febbraio, rileva che l’esperienza del Coronavirus l’ha fatta passare dalla solitudine alla condivisione. “Gli ospedali sono luoghi in cui si custodisce la vita, con impegno e affetto, come le case di riposo, le cliniche di abilitazione, le città, comunità e famiglie.
Maurizio Mercuri, docente all’Università Politecnico delle Marche, a proposito degli infermieri, dichiara che “il coraggio non si perde d’animo”.

Ivo Lizzola si chiede che cosa apre la pandemia alle generazioni e dice che gli anziani attendono attenzioni alle loro fragilità; adulti e anziani sono tesi al futuro, consci di ciò che hanno seminato. I giovani, logorati da un precariato “permanente”, temono che il futuro sia ancor più segnato, attendono una ricostruzione. C’è bisogno di “progetti di dedizione reciproca “. Nella pandemia si è vissuto il dono, la gratuità, la prossimità e la cura.

Sulla solitudine degli anziani ai tempi del Coronavirus si sofferma Francesco Guidi

Enzo Romeo in “Il buio della paura e la scintilla della fede” esorta i laici “chiamati a condividere, accompagnare, discernere”.

Nella seconda parte “Contemplare e celebrare” si afferma che la Chiesa dovrà riprogettare la propria pastorale, affrettare il passo della conversione missionaria della pastorale coniugando silenzio e prossimità.

Il Gesuita Cesare Giraudo rileva che appena sarà tornata la normalità dovremo riprendere la via della comunione sacramentale, quella che il Signore ha istituito.

Il bisogno della devozione manifestata nella pandemia con Via Crucis, Rosario da un santuario all’altro è espressione di una fede semplice, che conosce ancora il senso di Dio, la venerazione.

Ma anche quando il rimedio sarà trovato, aggiunge Andrea Aguti, sarà opportuno continuare a pregare incessantemente per quelli che nel frattempo saranno morti, a causa del Coronavirus, senza pretendere miracoli, ma attendere “la volontà di Dio, che si immerge nelle vicende dolorose degli umani per aprirli alla speranza di una vittoria sul male: da qui sgorgano energie per anticipare la vittoria definitiva” (Giacomo Canobbio).

La fede, secondo la prof Giuseppina De Simone, attraverso la partecipazione in casa alle funzioni e ai Rosari, ha fatto avvertire la prossimità, il condividere gioie e ansie, portare insieme le sofferenze; ha trovato coraggio nella generosità di chi ha lavorato nell’assistenza ai malati.

Nel I capitolo della III parte “La responsabilità del futuro” il prof. Alici dichiara che la pandemia ha eliminato le recinzioni, mostrando tragicamente che siamo nella stessa barca, nella fratellanza, nel riconoscimento della dignità, nella giustizia, ampliando le nostre capacità relazionali.

Franco Miano esorta subito alla corresponsabilità, educative, tra le generazioni, nelle famiglie e tra le famiglie, tra le istituzioni educative, tra l’economia e la politica, tra le regioni e lo stato, tra i singoli e i cittadini e tutti gli organismi di rappresentanza; pensare progettualmente al futuro, ad agire insieme agli altri, in vista dl bene comune.

Da qui la necessità di un nuovo modello di sviluppo sostenibile nel quale possano riconciliarsi e integrarsi le tre dimensioni: economica, sociale e ambientale, auspicato da Ugo Villani.

Romano Prodi sostiene che di fronte all’epidemia c’è bisogno di un’Europa per difendere, oltre che dalla pandemia, dalle sue gravi conseguenze sul piano economico e finanziario. “Nessun paese da solo uscirà da questa insospettata tempesta, che ci ha colti impreparati e divisi”.

Gabriele Gabrielli indica la strada che porti a “cambiare l’economia e il lavoro”, collocando il lavoro in un luogo di partecipazione, palestra di cittadinanza attiva e responsabile, occasione per realizzare vocazioni a servizio degli altri, con il principio della solidarietà, dell’attenzione agli ultimi. Da qui, secondo Marco Brutti, la necessità di “ripensare il welfare”, adeguato alle trasformazioni sociali e capace di incrementare quel “welfare di comunità” che corrisponde al perseguimento di un bene comune fondato sul valore della persona.

“Ripensare un nuovo rapporto tra economia ed ecologia, accentrato sulla necessità di imparare ad abitare questo pianeta tutti insieme, ridisegnando le regole di una connivenza in senso più fraterno, cercando l’inclusione di tutti, particolarmente dei più deboli, riducendo le disuguaglianze in una globalizzazione intelligente capace di ‘connettere’ le biodiversità naturali e culturali”

Importante che la politica interloquisca seriamente con i vari campi del sapere (Antonio La Spina).

Bernard Fioretti auspica che nei periodi di ‘tranquillità sociale’ si incoraggi la comunità scientifica a incontrarsi per confrontarsi e produrre nuovo dati, permettendo al sistema di essere aperto all’innovazione con la libera circolazione delle idee, impedendo che i giovani ricercatori ‘emigrino’ all’estero.

Gabriele Pagliariccio scrive: “Solo un sistema sanitario organico con una governance pubblica ha la capacità di gestire una catastrofe mondiale con l’obiettivo di diminuire le disuguaglianze ed aumentare le possibilità di accesso a cure gratuite e di qualità per tutti i cittadini”.

Il problema della Scuola è affrontato da Luciano Caimi, che rimarca la necessità di “massicci interventi di adeguamento e manutenzione degli edifici con gravose implicazioni di natura economica che innestino anche l’aspetto retributivo del personale.

Vede una Scuola per le persone per la crescita dell’alunno; scuola come comunità, luogo di relazioni, apertura a collaborazioni con “mondi virtuali” esterni; scuola come bene comune. Sì alle didattiche on-line, purché integrative, non sostitutive della presenza reale, perché si presentano rischi e la loro conoscenza è sempre più necessaria per conoscere le parti maligne del digitale. Infatti la tecnologia crea innovazione, ha aiutato a mantenere vivo il gusto di ciò che mancava, campagne, città e paesi.

Nelle università (Andrea Dossardo) sostiene che professore e allievi si devono guardare negli occhi e confrontare per il progresso del sapere. Le lezioni a distanza hanno contribuito a ripensare il rapporto.

Silvia Landa insiste sulla tutela dei più deboli. Avremmo allentato il contagio se fossimo partiti dai più deboli. La proposta: partire dai più poveri per costruire le politiche di salute che riguardino tutti.

Una lettura che abbraccia i vari aspetti della pandemia e insieme suggerisce forme di comportamento che portino ad una società meglio articolata, più umana e più sicura nella gestione di difficoltà.

“La fede e il contagio nel tempo della pandemia” a cura di Luigi Alici- Giuseppina De Simone - Piergiorgio Grassi -AVE

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