Lecco, 20 maggio 2020   |  

In trincea per amore. Storie di famiglie nell’inferno delle droghe

di Gabriella Stucchi

É indispensabile costruire una rete sociale sul territorio, comunità che vigila, “offrendo esperienze tese al vivere e all’agire bene in nome della collettività”.

In trincea per amore

Nella Premessa l’autrice, Angela Iantosca, laureata in Storia romana presso La Sapienza di Roma, giornalista pubblicista dal 2003, espone il motivo che l’ha spinta a scrivere il libro.

Si tratta di far conoscere, attraverso l’incontro dei ragazzi coinvolti nel dramma della tossicodipendenza, attraverso il dolore dei familiari e le testimonianze di psicoterapeuti e di psichiatri, che dalla dipendenza si può uscire, se non ci si isola, se si usano le strategie giuste, capendo quanto sia importante chiedere aiuto e fare rete.

Nel primo capitolo viene presentato il quadro generale delle situazioni di chi sul marciapiede aspetta di entrare al civico 40 di via Segesta a Roma, sede dell’Associazione Nazionale Genitori per la Lotta alla Droga (AN-GLAD-ODV).
C’è un ragazzo poco più che maggiorenne, che ancora prima ha iniziato con le canne e poco dopo la cocaina. Si è sentito male in una festa, trasportato in ambulanza, dopo che gli “amici” l’hanno lasciato in mezzo alla strada. Per uscire da questo baratro
deve prendere la decisione di rispettare delle regole e sottoporsi puntualmente agli esami, colloqui e incontri prescritti. Ma ci vuole un deciso coraggio.
Ognuno ha il suo problema: l’importante è dire che cosa si è fatto, non dare la colpa agli altri (genitori o amici), che tra l’altro sono anche loro feriti.

La protagonista del secondo capitolo “In trincea per amore” è Maria, una madre separata dal marito che, nonostante malata di leucemia e tre figli, quando apprende dalla figlia stessa che si droga, con determinazione la segue nelle diverse fasi, senza trovare una soluzione. Addirittura a diciotto anni convive con un uomo di quarantadue, che la inizia alla cocaina. La madre fa di tutto, la porta in diversi centri, finché la convince a entrare in comunità dove la aiutano a disintossicarsi.

Nel II capitolo l’autrice indica i procedimenti seguiti per curare chi è dipendente dalla droga, per lo più presentati agli appositi centri da coppie, (molte separate), mamme, papà (pochi), associazioni e volontari che lottano contro la droga. Oltre gli esami tossicologici, sono importanti gli incontri settimanali con persone legate per diversi rapporti e con diverse modalità. Anche le famiglie possono trovare un luogo di incontro e di condivisione in associazioni presenti sul territorio, di cui è riportato un elenco. Il percorso può poi essere attuato anche in famiglia, purché il soggetto sia tenuto in un controllo molto stretto: ogni storia deve essere calibrata ed anche la durata del percorso in associazione varia a seconda della persona.

Essenziale è cogliere i primi segni, non sottovalutare certi comportamenti abnormi e non cercare soluzioni “magiche”, ma ricorrere subito ai centri appositi. Il percorso nelle comunità deve essere compiuto in pienezza e accompagnato dai familiari con le modalità suggerite, non troppo rigide né troppo accondiscendenti.
Per questo è fondamentale che i genitori e i familiari, mentre il ragazzo compie il suo percorso, si mettano in discussione per comprendere le loro mancanze e frequentino l’associazione, per capire come ci si dovrà relazionare quando il ragazzo tornerà a casa. Inoltre si può ottenere un supporto psicoterapeutico per “risanare” la famiglia.

Il reinserimento nella famiglia è un processo molto delicato per chi è vissuto in comunità, soprattutto nei primi sei-otto mesi: la precarietà lavorativa, la perdita degli amici, lo stigma della comunità che lo riconosce come ex tossicodipendente.
La famiglia deve lasciare al figlio la responsabilità delle proprie scelte, dandogli fiducia, relazionandosi con lui come un adulto.

Dalle testimonianze riportate risulta determinante il supporto dei SerD (Servizi per il Trattamento delle Dipendenze). Vengono quindi descritti i criteri con cui si effettuano i servizi. In primo luogo è posta la valutazione multidisciplinare che tiene conto di vari aspetti (clinico, relazionale, ruolo sociale, problematiche giuridiche...). Il tutto viene svolto in équipe: si effettua la diagnosi dopo l’osservazione; si prescrivono farmaci a breve o lungo termine; esami del sangue ecc...; percorsi di educazione alla salute e cura di sé; corsi formativi; supporto alle necessità abitative con percorso riabilitativo residenziale. Il tutto in forma personalizzata e nella privacy.

Segue l’esposizione precisa di sei “storie di famiglie nell’inferno delle droghe”: situazioni diverse, ma sempre distrutte da quell’uso smoderato di sostanze stupefacenti generate da motivi vari, per lo più occulti all’inizio, difficili da individuare anche nelle cause scatenanti. La ripresa è lunga, ma sicura se affidata a strutture adeguate per un tempo variabile a seconda della condizione del singolo e del contesto familiare.

Il libro si conclude con riflessioni molto sagge: se un figlio si droga occorre mettere in discussione il sistema familiare, il mondo della scuola e del lavoro. I figli hanno bisogno di affetto ed è indispensabile costruire una rete sociale sul territorio, comunità che vigila, “offrendo esperienze tese al vivere e all’agire bene in nome della collettività”.

Una lettura molto toccante, che fa vivere dal vivo l’esperienza drammatica di giovani e famiglie che riescono a riprendere la forza di vivere solo se accompagnati in maniera adeguata da persone competenti.

Angela Iantosca “IN TRINCEA PER AMORE” – Paoline – euro 14.00

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