Lecco, 21 maggio 2017   |  

Il nodo dell’educazione cristiana nella nuova generazione

di Franco Cecchin

Mons. Cecchin: è la crisi educativa che investe direttamente gli adulti. È da analizzare e ripensare il rapporto educativo tra genitori e i figli.

cecchin vesti

Come apporto di approfondimento dell’incontro partecipato e riuscitissimo su “Lecco, una città per giovani?”, vorrei offrire una riflessione personale richiamandomi ad una citazione di sant’Agostino, citata da don Filippo Dotti: “La città viene costruita se ci domandiamo per chi vogliamo vivere? Solo per noi stessi? Per l’altro? Per l’altro in senso cristiano?”

È importante e necessario riflettere che il crollo della partecipazione giovanile alla vita della Chiesa in Italia e altrove ha tante cause, tra le quali il contesto secolarizzato in cui noi viviamo che porta ad un’indifferenza con l’esasperazione dell’individualismo e del soggettivismo.

Certamente è da tener presente che la non stabilità di molte famiglie non favorisce la continuità e la trasmissione dei valori, tra i quali quelli della fede e della religione.

Il nodo, però, dell’educazione cristiana della nuova generazione sta in qualcosa di più profondo: è la crisi educativa che investe direttamente gli adulti. È da analizzare e ripensare il rapporto educativo tra genitori (nell’ambito paterno e materno) e i figli.

È una crisi educativa che investe direttamente gli adulti. Il mondo degli adulti, infatti, ha rinunciato ad aiutare i figli all’incontro virtuoso con il limite. L’unico luogo dove può nascere il desiderio come forza generativa è proprio l’esperienza del limite.

Nella vita non è tutto possibile, esiste un “limite” con cui confrontarsi e da cui ripartire. Annullare il fatto di essere limitati, soddisfacendo sempre i bisogni reclamati dal figlio, impedisce al padre/madre di educare al desiderio.

Quel figlio non avrà un desiderio da inseguire e su cui costruire il senso delle cose, ma solo si muoverà alla ricerca di risposte immediate ai bisogni, senza cogliere il senso dell’esistenza.

La grande responsabilità degli adulti non è quella di dare sempre risposte ai bisogni dei figli, ma di far fare loro l’esperienza del limite e di misurarsi con la concretezza della vita.

Alla scuola della fede, l’esperienza della vulnerabilità (il limite dentro di noi) e quella della contaminazione (il limite fuori di noi) sono esperienze reali. Tutte le religioni, specialmente il cristianesimo, sanno che prima di essere, la persona umana è stata posta in essere, che prima di amare è stata amata.

La condizione umana fondamentale è quella dell’affidamento e del fidarsi. L’esperienza religiosa per eccellenza che, mentre percepisce il limite prendendone coscienza, pone la possibilità della nascita del desiderio in apertura al Totalmente Altro, che dona vita, amore e felicità.

In tale prospettiva il desiderio non è inteso come rivendicazione di diritti (“Voglio l’erba voglio”), ma come spazio di senso perché, una volta scoperto di essere accolti, si è capaci di accogliere.

Certamente sono opportuni tutti gli itinerari di introduzione e di approfondimento della fede, ma tutto diventa vano se non si va alla radice della situazione: solo dentro il limite è possibile il desiderio di vivere. C’è troppo delirio di onnipotenza e di superficialità.

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