Lecco, 24 dicembre 2020   |  

Il Natale di sangue del 1920

Cent'anni fa l'impresa dannunziana segnava un capitolo di storia patria in cui la carta del Carnaro si ergeva come un documento di eccellente esempio giuridico

Barricate del Natale di sangue 1920

crediti Museo storico di Fiume

di Annamaria Crasti Cent'anni fa, nel 1920, Fiume fu teatro di una pagina di storia, in parte dimenticata, di cui fu protagonista Gabriele D’Annunzio. Tra l’11 ed il 12 Settembre 1919 il Vate con un gruppo di uomini si muove da Ronchi di Monfalcone e va ad occupare la città del Carnaro (oggi Rijeka in Croazia), con l’intento di proclamare l'annessione all’Italia.

L'azione non fu affatto gradita dall'allora presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, che nel Dicembre 1920 inviò l’Esercito Italiano a scontrarsi con i legionari dannunziani dando vita a quell'episodio che sarà ricordato come “Natale di sangue”.

La decisione presa da D’Annunzio derivava dal fatto che la maggioranza degli abitanti della città di Fiume era di lingua italiana e per questo motivo ambiva a far parte integrante dell'Italia. Il Trattato di Rapallo (12 Novembre 1920), firmato dal Governo di Roma insieme alla Serbia, alla Croazia e alla Slovenia, riconosceva invece Fiume come stato libero ed indipendente.

Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale le nazioni vincitrici avevano negato l'italianità di Fiume suscitando il malcontento degli italiani di quella città. Così D'Annunzio si mise alla testa di un gruppo di legionari con i quali raggiunse Cantrida, un quartiere alla periferia di Fiume. Lì lo attendeva il generale Vittorio Emanuele Pittaluga, comandante del presidio militare, il quale tentò, senza successo, di persuadere D’Annunzio dal procedere nell' impresa.

Il vate giunse alle porte di Fiume, intorno a mezzogiorno accolto da migliaia di cittadini entusiasti. La colonna di legionari occupa in breve tempo i punti chiavi della città. La folla accompagna D'Annunzio al Palazzo del Governo. Verso sera il Vate pronuncerà un discorso dal balcone del Palazzo del Governo nel quale interpreta la volontà del popolo di proclamare l'annessione di Fiume all’Italia.

Vengono riconfermati il Comitato Direttivo e il Consiglio Nazionale Italiano, la cui legittimità viene messa in discussione da Riccardo Zanella, autonomista, persona conosciuta e di una certa influenza a Fiume. Zanella ostile alle idee di D'Annuzio da li a poco sceglierà la strada dell’esilio, rifugiandosi a Roma dove inizia una fervida lotta politica contro il potere dannunziano.
Il 26 Ottobre a Fiume si votò con lista unica per il Consiglio Comunale Nazionale; Zanella dal suo esilio quale leader dell'opposizione fece sentire la sua voce cercando di convincere il popolo a non votare, ma l'Unione Nazionale vinse con una schiacciante maggioranza.

Il consenso per l'impresa dannunziana contagia anche Zara, retta dal governatore ammiraglio Enrico Millo, tanto che lo stesso Vate si sentirà poi in dovere di assumere l'impegno di non abbandonare la Dalmzaia finchè questa non fosse stata ufficialmente annessa all'Italia.

Nei mesi successivi Istria, Dalmazia, Fiume l'intera area del Golfo del Quarnaro vengono investite nella cosiddetta "questione fiumana" che vedrà il coinvolgimento di diversi attori implicati in vicende aggrovigliate che in poche righe non è possibile riassumere. I lbri di storia citano, oltre a Francesco Saverio Nitti e Riccardo Zanella, Pietro Badoglio, commissario della Venezia Giulia poi sostituuito nell'incarcico dal generale Enrico Caviglia, Alceste de Ambris, sindacalista e interventista, il comandante dei Carabinieri Rocco Valdalà e numerose altre personalità.

In sintesi nasce un contenzioso tra il Governo di Roma che, avendo sottoscritto accordi internazionali con altri Stati, abbandona al proprio destino quella parte di italiani che risiedono in terre non reclamate dall'Italia. D'Annuzio si pone invece come paladino di questa parte di connazionali e apre un contenzioso con Roma. Nell'indecisione che serpeggia nei palazzi del potere romano, il Vate si muove celermente e proclama la Reggenza del Carnaro, così denominata perchè si comprenda che lo Stato di Fiume attende l'annessione al Regno d'Italia.

Viene quindi emanata la Carta del Carnaro, la nuova costituzione. E' il 12 set-tembre, giorno dell' anniversario della marcia di Ronchi. Nel governo provvisorio il Comandante assume l'incarico agli Affari esteri. La Carta del Carnaro, scritta da De Ambris, viene riveduta, lessicalmente, da d'Annunzio. Nell'introduzione si asserisce che Fiume è «libero comune italico da secoli» e se ne chiede con forza l'annessione all'Italia, secondo la volontà dei fiumani. La carta è quanto di più in-novativo possa essere proposto.

«Innovativo è il lavoro produttivo. Innovativa la concezione di proprietà che non deve essere dominio assoluto della persona sulla cosa. Innovativa l'idea dei citta-dini sovrani...senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religio-ne...investiti di tutti i diritti civili e politici...senza distinzione di sesso diventano elet-tori ed eleggibili per tutte le cariche»
Per l'istruzione pubblica la lingua italiana ha la priorità, ma prevede pure che l'in-segnamento principale sia quello “della lingua parlata dalla maggioranza degli abitanti...e nella lingua parlata dalla minoranza in corsi paralleli e che nelle scuo-le medie si insegnino tutti gli idiomi parlati in tutta la Reggenza”.

Fiume diventa Città di Vita, dove nuove idee e nuovi valori, non in linea con quel-li della morale dell'epoca, fanno credere ad un nuovo futuro. Vi si recano il fonda-tore del futurismo Marinetti, Guglielmo Marconi, Arturo Toscanini che, al Teatro Verdi dirige un concerto memorabile. Il nuovo futuro fa, però, aumentare tensioni già esistenti.

In seguito al citato Trattato di Rapallo (firmato il 12 Novembre 1920), anche al-lora, come dopo il 10 Febbraio 1947, agli italiani viene concessa la possibilità di optare per la cittadinanza italiana e il diritto di conservare «il libero uso della propria lingua». Tali concessioni, reiterate anche in altri negoziati, sono sempre state disattese dalle autorità jugoslave. Un numero non precisato di persone se ne vanno da Spalato e Sebenico verso Zara, Trieste, Roma e Napoli. È il primo eso-do di italiani da quei territori. D'Annunzio respinge il Trattato stipulato in as-senza di rappresentanti della Reggenza e occupa le isole di Arbe e Veglia. Dal canto suo il generale Caviglia intima lo sgombero delle isole del Quarnaro e l'ab-bandono di Fiume da parte dei Legionari. D'Annunzio rifiuta l'amnistia offerta ai Legionari nell'ipotesi si fossero arresi. Non cede, così il 20 Dicembre arriva l'ul-timatum del generale Caviglia. Il 21 Dicembre la Reggenza dichiara lo stato di guerra.

La sera della vigilia di Natale 24 Dicembre 1920 inizia il cannoneggiamento della città dalle navi; durerà cinque giorni causando la morte di 53 soldati, tra cui 25 Legionari e moltissimi feriti. Il 28 Dicembre il Poeta rassegna le sue dimissioni e quelle del Governo della Reggenza e cerca di aprire delle trattative con gli ufficiali dell’Esercito regolare. Il 31 Dicembre Riccardo Gigante, sindaco di Fiume, ed un altro delegato si accordano perchè i Legionari lascino Fiume e le isole; in quella data viene firmata la resa-

Il 1° Gennaio 1921 al cimitero di Cosala avvengono i funerali dei caduti nella bat-taglia del Natale di Sangue alla presenza del Vate, che saluta i suoi Legionari e i soldati, tutti fratelli «allineati nel silenzio perpetuo, agguagliati nella requie eter-na...abbiamo tutti ricoperto...con la stessa bandiera che abbraccia la discordia».

Il 5 Gennaio 1921 Antonio Grossich è a capo del nuovo governo.della Città Sta-to. D'Annunzio lascia Fiume il 18 Gennaio salutato da un'immensa folla che qua-si non gli permette di salire sull'automobile che lo condurrà lontano da Fiume, dalla Città di Vita che mai più rivedrà.

Dell'Impresa di Fiume molti parlano come di un'utopia, un'illusione di cui si sono nutrite migliaia e migliaia di persone e che a quell'utopia hanno creduto. La Carta del Carnaro è un esempio di modello di governo che ha precorso i tempi per la sovranità che concedeva ai cittadini e l'importanza del lavoro come base della convivenza civile. Il professor Davide Rossi, ricercatore e docente di Storia tecni-ca delle codificazioni e Costituzioni europee presso l’Università degli studi di Trieste, nota che quella del Carnaro, negli anni immediatamente successivi alla conclusione della Grande Guerra, sia una delle 30 carte costituzionali che videro la luce in un periodo di circa tre anni.

Con quella austriaca e con la più famosa, quella di Weimar, ritiene sia una delle più evolute. Tutte erano nate dalla crisi del-lo stato liberale che non soddisfaceva più le esigenze e le aspettative delle classi popolari. Concedeva il suffragio universale maschile e femminile. Introduceva le corporazioni come associazioni cui tutti i lavoratori erano iscritti a seconda della loro professione, ricordo, questo, di un antico istituto medievale dell'Italia dei comuni. Utopia rimasta lettera morta per molto tempo ma, con lo scorrere del tempo, realizzata. La Carta del Carnaro nata dal pensiero di De Ambris sindaca-lista rivoluzionario, repubblicano, è una carta costituzionale assolutamente non fascista. Se l'Italia, in quegli anni, imbocca la strada del fascismo, non è da ascri-vere né a d'Annunzio né ad Alceste De Ambris.

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