Milano, 11 dicembre 2017   |  

“Il Natale ci trovi un popolo più unito, appassionato di una fraternità universale"

Nella V domenica dell’Avvento ambrosiano, in Duomo, sono stati invitati collaboratori familiari, assistenti domestiche, colf e badanti.

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L’Arcivescovo Delpini, prima di iniziare la celebrazione, si è intrattenuto per sentire le testimonianze delle persone presenti, rivolgendo alla fine un affettuoso “grazie per quello che fate e per quello che siete”.

Poi, la Celebrazione eucaristica, nella cui omelia tornano alcune di tali espressioni, in riferimento ai brani della Scrittura appena proclamati nella Liturgia. Come la domanda di sospetto, rivolta a Giovanni il Battista dai Giudei: «Chi sei tu?».

«Il sospetto inquadra lo sconosciuto come un estraneo da temere: lo straniero che può essere un pericolo, una minaccia, un enigma indecifrabile». Interrogativo – questo -, che «più che attendere una risposta dichiara un’estraneità; che è più l’espressione di un disagio che la ricerca di una conoscenza, non interessandosi della persona, ma piuttosto della prestazione che essa è capace di dare, del servizio che può garantire».

Chiaro il riferimento alle collaboratrici domestiche, che ascoltano attente: «Chi entra in un Paese che non è il suo, in una casa altrui, chiamato da un bisogno, impegnato con un contratto, porta dentro di sé un mondo che ha lasciato, un Paese in cui è cresciuto, e spesso soffre per la mancanza delle persone care che sono rimaste altrove e, forse, anche di un senso di colpa di aver abbandonato i propri familiari per prendersi cura di quelli degli altri».

È qui che nasce nei migranti, a volte, il dubbio doloroso di non interessare a nessuno: “A chi sto a cuore?”.
«Forse a molti non interessa della persona che lavora in casa, che sostituisce i figli nell’accudire i genitori, che si dedica giorno e notte a persone che si rendono, talvolta, insopportabili con le loro pretese e il loro stare male. Ma la convocazione per questa Celebrazione dice che la Chiesa, in nome di Dio, pone la domanda: “Chi sei?” come un invito alla fraternità e, insieme, come una promessa di fraternità. La Chiesa ti chiede di sei perché la tua storia, la tua famiglia, la tua fede e la tua devozione sono preziose. Perché la tua presenza è l’offerta di un contributo a dare alla nostra comunità il volto del futuro: perché tutti siamo preziosi agli occhi di Dio».

Trasformare la domanda di sospetto in una di fraternità: questa è la strada, suggerisce il Vescovo, in riferimento ancora al brano del Vangelo della domenica del “Precursore”.
«La missione di Giovanni continua nella responsabilità di tutti noi. In qualche modo tutti siamo inviati per essere voce di uno che grida nel deserto: “rendete diritta la via del Signore”. Voi assistenti familiari, badanti, baby sitters siete voce che invita a raddrizzare e ponete domande. Che società state costruendo? Quale posto hanno gli anziani nella terra famosa per la sua operosità e ricchezza? Come sono i legami familiari in questa terra di antica tradizione cristiana? Quale rispetto si pratica delle leggi che regolano il lavoro e i contratti con chi viene da altri Paesi? Sono giuste queste leggi?».

Così, anche la Chiesa diventa voce perché riconosce «nel suo interno, il bisogno di riconciliazione, la chiamata alla comunione è ancora chiamata alla conversione, perché ci sono divisioni, vi è la frattura tra la parola che ascoltiamo e la vita che viviamo, perché il Natale ci trovi un popolo più unito, pur con tutte le differenze, appassionato di una fraternità cordiale e universale ».

È, alla fine, c’è ancora tempo per un ultimo saluto cordiale e per quella frase che rende, per intero, il senso dell’intera Celebrazione e del dialogo: «Che la benedizione del Signore ci raccolga in un abbraccio che rende fratelli e che giunga anche ai Paesi da cui provengono molte di voi per dire speranza, consolazione, senso di appartenenza a un’unica comunità che è quella dei figli di Dio. Benedizione che è conforto e promessa per tutti».

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