Lecco, 17 giugno 2022   |  

Editoriale - Una democrazia senza popolo?

di Giulio Boscagli

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“È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.” La frase fu pronunciata dal primo ministro inglese Churchill alla Camera dei Comuni nel 1947. La guerra era terminata da poco con la sconfitta di Hitler e del suo progetto totalitario e l’aforisma – destinato a diventare famoso – del ministro britannico aveva in sé la soddisfazione della vittoria ottenuta dai paesi liberi e lo scettiscismo un po’ british di chi conosceva la realtà del mondo a lui contemporaneo.

La frase mantiene ancora una sua attualità ma costringe a un approfondimento. Se è vero che democrazia significa governo del popolo ci si deve interrogare se ai popoli interessa ancora partecipare alla vita della democrazia.

In Francia si stanno svolgendo le elezioni legislative per rinnovare l’assemblea Nazionale: al primo turno la maggioranza dei francesi ha ritenuto di non partecipare. Più della metà degli elettori aventi diritto non è andata alle urne. Comunque finiscano i ballottaggi idi domenica, la Francia avrà un parlamento che non interessa, a quanto pare, e non rappresenterà, la metà dei francesi.

Per tornare a noi la situazione non appare troppo diversa. Si è votato per meno di mille comuni e tuttavia la partecipazione continua a calare attestandosi al 54% a livello nazionale.

Un dato significativo è il proliferare di liste civiche o liste personali dei candidati sindaci con risultati talvolta sorprendenti. E conseguentemente il crollo di consensi per quel che rimane delle strutture politiche più organizzate.

Il partito più votato resta il PD: costruito con molteplici trasformazioni dall’area politica che era del vecchio Partito comunista e della sinistra democristiana, oggi supera di poco il 20% dei consensi, un valore che allo stato dei fatti non gli consente di aspirare al governo. Ma anche l’area che appare maggioritaria, il cosiddetto centro destra, è oggi numericamente vincente ma tutt’altro che omogenea nei programmi oltre che debole nel personale politico necessario per governare il paese dopo le elezioni del prossimo anno.

Siamo in presenza di una grande frammentazione politica ma soprattutto di un crescente distacco della politica dal sentimento della gente.

In questa cosiddetta seconda repubblica, da un lato si è delegata ai tecnici la responsabilità delle scelte più difficili, e dall’altro si è cavalcato senza criterio ogni emozione o istintività cresciuta o fomentata tra la gente: così si sono tagliati i parlamentari dimenticando così di impoverire la democrazia, si sono fatte scelte ambientalistiche che ora paghiamo pesantemente con la crisi energetica, si è lasciato alla magistratura il compito di interpretare le leggi piuttosto che di applicarle. E soprattutto – tuti d’accordo i partiti – si è allontanato il popolo elettore costruendo leggi elettorali che gli hanno tolto la possibilità reale di scegliere i propri rappresentanti.

Tuttavia un popolo che vuole essere protagonista esiste ancora. Si è parlato del flop dei referendum (lo avevamo ampiamente previsto e motivato in un precedente intervento) ma anche in questo caso conviene guardare a quei quasi dieci milioni di italiani che sono andati alle urne e che hanno voluto esprimere il desiderio di una giustizia più giusta.

Se pensiamo che i leader cambiano posizioni politiche sulla base di sondaggi che coinvolgono poche migliaia di persone, il grido di dieci milioni richiede attenzione e coraggio decisionale.

L’aggregarsi in liste civiche è un segno positivo che tuttavia rischia di esaurirsi subito dopo il voto.

Occorre quindi ricostruire luoghi in cui reimparare l’abc della politica: capacità di prendere decisioni a maggioranza dopo aver valutato e discusso diverse opzioni; rispetto delle opinioni altrui; relatività di ogni scelta;, centralità della persona e dei suoi diritti che vengono prima di qualsiasi organizzazione politica; umiltà di riconoscere che la politica non è il fine ultimo della vita associata; pazienza di costruire nel quotidiano le risposte possibili ai diversi bisogni che si affacciano; disponibilità al sacrificio dell’opinione e dell’interesse personale; amore per la storia del proprio paese e magnanimità verso i momenti più controversi di essa.

Solo con un retroterra solido si può evitare la nascita di politici buoni solo per una stagione o la necessità di ricorrere a tecnici affidando alla capacità di gestione dei problemi la responsabilità di assumere decisioni che necessitano di un pensiero politico realistico e lungimirante.

Luoghi che possono nascere solo dal basso, da soggetti amanti del bene comune e della bellezza del vivere assieme: dalle comunità cristiane capillarmente presenti nel paese potrebbe – forse dovrebbe –venire un contributo essenziale.

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