Lecco, 11 ottobre 2019   |  

Editoriale - Sussidiarietà per la Democrazia

di Giulio Boscagli

senato parlamento

A larghissima maggioranza il Parlamento ha approvato il taglio del numero dei parlamentari riducendolo di circa un terzo.

Di per sé la riduzione del numero non è un male, purché si colleghi a un disegno complessivo di riforma dello Stato. Non serve paragonare i numeri del Parlamento italiano a quelli di altri paesi se non si tiene conto delle diverse situazioni costituzionali. E’ vero che, ad esempio, il Congresso degli USA è composto di soli 434 deputati, ma si tratta di uno stato federale e ognuno degli stati membri ha a sua volta un proprio parlamento e una organizzazione autonoma.

Il problema è che questo taglio avviene sostanzialmente sotto la spinta dei Cinque Stelle che ne fanno un tassello di una complessiva delegittimazione della rappresentanza politica in nome di una utopistica democrazia diretta e del ruolo della rete.

E’ incredibile peraltro il voltafaccia del Partito Democratico che dopo aver votato contro il taglio nelle tre precedenti votazioni alla quarta ha sostenuto invece la riforma. Il che non porta bene alla stessa se pensiamo che tra i sostenitori del voltafaccia vi è quel Del Rio padre della riforma degli enti locali che ha precipitato nel caos le province italiane penalizzando i cittadini che utilizzazno quei servizi territoriali.

Per l’ennesima volta, come per le riforme di Berlusconi/Bossi e di Renzi, si procede a modificare l’assetto costituzionale – vale a dire le regole che riguardano tutti i cittadini – senza un adeguato dibattito e informazione ai cittadini interessati.

Così passa in secondo piano il fatto che quello che è in questione non è un problema di posti (di poltrone come amano dire i pentastellati) ma un problema di democrazia reale della quale nessuno sembra preoccuparsi.

Il cuore del problema è proprio questo: la tendenza crescente a ridurre gli spazi della democrazia si attua anche con il restringimento dei luoghi della rappresentanza. La riduzione avvenuta negli anni scorsi del numero di consiglieri e assessori nei comuni ha ridotto il peso e la partecipazione nei consigli comunali, se si escludono le grandi città gratificate dall’attenzione mediatica.

C’è un forte ritorno dello statalismo che si manifesta nella concentrazione dei poteri e nella riduzione degli spazi partecipativi. Il ritardo e il sostanziale disimpegno verso l’ampliamento delle autonomie regionali è la prova principale di questa tendenza.

Sarebbe invece necessario invertire la rotta. Il principio di sussidiarietà è stato inserito in Costituzione e immediatamente dimenticato. Eppure è proprio dalla valorizzazione di quel principio, che significa valorizzare chi opera dal basso (sia nelle istituzioni che nella società civile e nelle imprese) che si può pensare di rilanciare il paese.

Un recente documento di Confcommercio mette in rilievo la virtuosità di regioni come la Lombardia e il Veneto per efficienza dei servizi e bassa spesa pubblica pro-capite. Sarebbero decine i miliardi risparmiati se si applicassero in tutto il paese i criteri in vigore nel lombardoVeneto.

Non si vedono segni in questa direzione, tutt’altro. Proposte come l’introduzione di costo-standard per le scuole, l’accreditamento di strutture private per la gestione di servizi sociali, sanitari o di formazione come realizzato positivamente in Lombardia, sono esempi concreti e alternativi di un modo di governare il paese.

Per questo servirebbe un Parlamento più rappresentativo sia dei diversi territori nazionali (perché le diversità sono indubbie) sia dell’articolata varietà della società italiana, affinché le scelte assunte possano avere quella condivisione che oggi manca.

Constatiamo purtroppo il prevalere della tendenza contraria: meno rappresentanti eletti e progetti di legge elettorali che lasciano agli elettori poca o nessuna possibilità di scelta dei candidati.
Non un buon viatico per affrontare il futuro.

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