Lecco, 09 ottobre 2020   |  

Editoriale - Sindaco nuovo maggioranza (un po’) vecchia

di Giulio Boscagli

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Lecco, veduta dal lago (credit Resegoneonline.it)

«Gli elettori hanno sempre ragione anche quando tu pensi che abbiano torto». È bene avere sempre davanti questo aforisma figlio della "prima repubblica" perché è solo così che una sconfitta elettorale diventa un punto di partenza per nuove battaglie e motiva gli elettori delusi a riconfermare e, magari, aumentare la fiducia. Quando poi si perde per una manciata di voti di differenza il risultato fa ancora più male.

Provo a indicare qualche spunto di riflessione. I dati del primo turno dove si misurano le diverse liste hanno mostrato una tendenza favorevole al centrodestra piuttosto netta, tanto che Ciresa non è risultato eletto per non molti voti. Al centrodestra è soprattutto mancato un apporto adeguato da parte della Lega che ha ottenuto uno dei suoi peggiori risultati delle amministrative lecchesi.

Il trend non credo sia dovuto al declinare di Salvini rispetto a mesi addietro quanto piuttosto a una non adeguata mobilitazione del partito locale. Si è confermato che la Lega, i suoi militanti, si “scaldano” per i ballottaggi solo quando il candidato è leghista: così avvenne per Pogliani nel 1993 e per Bodega la volta successiva, non negli altri casi, al contrario dei partiti di centrodestra molto più leali alle scelte di coalizione.

Se si eccettua la generosa presenza dell’on. Giorgetti, da un partito che può vantare deputati, senatori e consiglieri regionali eletti nel territorio ci si sarebbe potuti aspettare ben altro tipo di presenza nella campagna elettorale.

Del resto dopo l’exploit de 1993 dove la Lega di allora – estremista e vendicativa nei confronti di chi aveva fino allora governato il Comune – raggiunse un picco del 37 per cento di voti (la stessa percentuale della DC di cinque anni prima anche se con molti meno votanti), dalle successive comunali non ha fatto che diminuire la percentuale di voti fino a queste ultime e se ha potuto eleggere per tre volte un sindaco leghista lo deve fondamentalmente ai voti e alla lealtà di Forza Italia, del PDL e degli altri elettori e simpatizzanti di centrodestra.

È peraltro da attribuirsi ai dirigenti locali della Lega lo stallo in cui hanno tenuto la coalizione per le resistenze ad accettare candidature a sindaco che non uscissero dalle loro file, anche quando sostenute dai loro dirigenti nazionali.

Il paradosso che riguarda la Lega è che questo movimento quando è costretto in coalizioni di centrodestra, è in grado di ben governare.

Basti pensare alle giunte di Bodega, sostenute a suo tempo anche da qualche votante per Gattinoni. O, ancor meglio, alla Lega alleata di Formigoni in Lombardia quando, anche con i voti leghisti, sono stati approvati interventi come il Buono Scuola, la legge sulla famiglia, il fondo Nasko per le mamme in difficoltà, una visione avanzata dei rapporti pubblico privato, la riforma della formazione professionale e molto altro ancora; tutti provvedimenti ispirati da una cultura sussidiaria di cui è difficile trovare traccia in governi di centrosinistra e che dovrebbero far riflettere sulla superficialità di certi giudizi.

Anche per questo il centrodestra ha necessità di ripensarsi a fondo: il fatto che la lista col simbolo di Forza Italia sia diventato il primo partito di questa area non deve inorgoglire i dirigenti regionali. Si tratta di un risultato merito del gruppo dirigente locale, di Mauro Piazza e i suoi più stretti collaboratori in primis, che dimostra un costante radicamento negli ambienti cittadini e che ha impedito al partito berlusconiano di scendere alle scarse percentuali nazionali di oggi.

Come ho già avuto modo di scrivere resto del parere che questa tornata elettorale confermi l’esistenza e il peso di un elettorato “centrista” che da tempo non riesce a trovare adeguata rappresentanza comunale: i voti della lista di Ciresa e di Lecco Merita lo dimostrano, così come i voti della civica di Gattinoni che costituiscono il centro della sinistra.
La lista civica di Ciresa, aldilà del buon risultato, è stata in grado di coinvolgere persone solitamente distanti o non interessaste dalla politica.

Si tratta di un’esperienza che non va persa, ma aiutata a trovare continuità. La città non è di Gattinoni, ora che ne è il sindaco. Tanto meno della sinistra che lo circonda. La città è dei cittadini che chiedono al sindaco di ricordarsi sempre che trentuno voti in più bastano per vincere, ma non per convincere metà degli elettori che la sua giunta sia adeguata ad affrontare i diversi problemi della città. Saranno i fatti e le scelte concrete che lo dimostreranno.

Per ora si può dire che, nonostante il ventilato cambio di passo, la maggioranza è più simile che diversa dalla precedente, con anzi una più marcata accentuazione di sinistra. Il giudizio tuttavia ora va lasciato ai fatti, alle scelte degli uomini e alle priorità della nuova giunta e del suo sindaco.

Un accenno finale. Nelle molteplici campagne elettorali in cui mi sono trovato coinvolto, di persona o semplicemente a sostegno di candidati, non ricordo un uso così strumentale dell’appartenenza all’area cattolica come in questa occasione. È curioso prendere atto che chi ha appiccato il fuoco diventa ora anche il primo pompiere, tuttavia la ferita c’è stata.

Sul tema non trovo di meglio che riprodurre un’altra volta un brano da un recente volume di monsignor Camisasca, vescovo di Reggio Emilia e che mi appare ancora più attuale di quando lo citai un mese fa.

«Io considero la divisione dei cattolici in politica come una situazione contingente che deve essere superata. Non perché auspichi il “partito dei cattolici” o la presenza dei cattolici necessariamente in un solo partito, ma perché l’esperienza della Chiesa porta dentro di sé in modo costitutivo l’esigenza di una tensione all’unità.

Forse, in questi ultimi anni, più che il Partito dei cattolici è venuta meno la consapevolezza di appartenere a un’unica Chiesa fondata su un’unica fede. L’appartenenza a un gruppo politico ha avuto la preminenza sull’appartenenza alla comunità cristiana».

C’è di che riflettere, per tutti.

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