Lecco, 05 giugno 2020   |  

Editoriale - Riscopriamo la via del compromesso nobile

di Giulio Boscagli

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In occasione della festa della repubblica, in questa settimana non sono mancati i richiami alla concordia nazionale per aiutare il paese a uscire dalla difficile situazione attuale.

Questi appelli hanno una reale possibilità di essere accolti?
Permettetemi di dubitarne. Per chi sta al governo unità d’intenti significa chiedere alle opposizioni di condividerne le politiche: viceversa per l’opposizione non potrà esserci unità senza l’accoglimento di molte delle proprie posizioni.

Un dilemma irrisolvibile in apparenza e forse vale la pena di cercare le cause profonde di questa difficoltà.
C’è una frattura originaria nel senso di appartenenza nazionale, una frattura storica che periodicamente emerge e che in questo momento storico è particolarmente evidente.

Non possiamo dimenticare che, fin dalle sue origini, l’unità d’Italia è figlia di una élite che la impose a tutto un popolo che non era affatto preparato ad accoglierla.

Il cardinale Giacomo Biffi nel libretto da lui dedicato ai centocinquanta anni dell’Unità mise nel sottotitolo “una rievocazione multiforme e problematica” (un testo che merita di essere letto per capire molte cose sull’Italia di oggi) proprio per sottolineare che l’unificazione della penisola avvenne senza rispettare la storia della nazione italiana.

L’Italia come nazione, infatti, è molto più antica ( e ricca di talenti in tutti i campi) e quindi viene molto prima dello Stato italiano: una qualunque enciclopedia straniera dirà che Raffaello è un “italian painter” anche se l’Italia come stato non era neppure immaginabile ai suoi tempi, e gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

Ma anche la data del 2 giugno, in cui ricordiamo la celebrazione del referendum per la scelta tra repubblica e monarchia fu una data divisiva: i favorevoli alla repubblica superarono quelli alla monarchia di soli 2 milioni di voti; nel sud Italia la monarchia prevalse nettamente con pochissime eccezioni. A Napoli, governala dai tanto disprezzati Borboni, i monarchici vinsero con un milione di voti di vantaggio sui repubblicani (1,400.000 contro 400.000).

Fu grande merito delle forze politiche di allora e del lavoro dell’Assemblea costituente saper ricucire la divisione e avviare il paese verso la ripresa e il successivo “miracolo economico”.

Da qui prendiamo spunto per riflettere sull’attualità.

La retorica repubblicana non può far dimenticare quello che è accaduto negli anni che abbiamo alle spalle. Dopo tangentopoli e l’abdicazione della Democrazia Cristiana al suo ruolo di equilibrio democratico esercitato per cinquanta anni, venne penalizzato il ruolo fondamentale delle istituzioni democratiche, in primis il Parlamento. Con l’abolizione dell’immunità parlamentare - richiesta con forza da un popolo ben “caricato” dalla grande stampa– si lasciò la principale istituzione democratica del paese in balia di certa magistratura (e oggi finalmente dopo il caso Palamara si può comprendere la gravità di quella scelta).

A seguire venne la demonizzazione del sistema elettorale proporzionale (quello che aveva consentito all’Italia di entrare nell’ambito dei cinque paesi più avanzati) con l’introduzione di meccanismi di alternanza copiati da culture anglosassoni a noi del tutto estranee. La conseguenza è oggi sotto gli occhi di tutti: non più partiti strutturati con partecipazione dal basso e presenza sui territori ma movimenti leaderistici basati sulla cooptazione dei propri quadri piuttosto che sulla competizione tra diversi.

In mancanza di un substrato condiviso l’alternanza di governo di questi anni ricorda la tela di Penelope: il governo in carica rimette ogni volta in discussione le scelte di quello che lo ha preceduto, così i problemi storici non vengono mai portati a soluzione. In compenso per sopravvivere ogni governo tende ad ampliare il consenso con l’erogazione di sussidi di vario tipo e il conseguente incremento incontrollato del debito pubblico.

Se si vuole realmente operare per la concordia nazionale (anche per alleviare le ferite, gravi, imposte da questa pandemia a tutto il corpo sociale) è necessario un cambio radicale di atteggiamento.

Come ha più volte scritto e detto il cardinale Scola e come ha ancora sottolineato in un suo recente tw:” per uscire bene da questa fase delicata della pandemia c'è l'urgenza di una reale amicizia civica, pazientemente costruita dalle virtù domandate da una società plurale: ascolto dell'altro e racconto di sé, tesi al massimo di riconoscimento possibile”.

“Ascolto dell’altro”, dice Scola: e a me pare quanto di più lontano oggi succeda non solo nella politica ma anche nella società “plurale”.
Basti pensare allo spettacolo offerto in questi mesi dagli scienziati sul tema del virus e dei comportamenti conseguenti: affermazioni apodittiche e ricerca di consenso mediatico che hanno finito per spaventare gran parte della popolazione.

Nella politica sembra del tutto assente la capacità di dialogare nel merito delle decisioni utili per il paese. Chi ha il potere di decidere ritiene per ciò stesso di avere la soluzione dei problemi nelle sue mani (non oso dire pretende di possedere la verità) e disdegna il confronto con visioni diverse: basti vedere la sostanziale e anticostituzionale limitazione del Parlamento o la pubblica offesa a un portatore di importanti interessi come il presidente di Confindustria fatta dal presidente del consiglio nella sua ultima conferenza stampa.

Eppure il paese –la nazione italiana così ricca nelle sue diversità –è una risorsa impagabile. Lo abbiamo visto nell’abnegazione dei sanitari e di tutto il volontariato mobilitato per il virus, lo abbiamo visto nei lavoratori che non si sono negati all’impegno, negli imprenditori che hanno fatto di tutto per non licenziare anche anticipando la cassa integrazione, negli operatori della scuola che si sono inventati il possibile per coprire i mesi della chiusura e così tanti altri.

Questa nazione aspetta da troppo tempo una politica che sia mirata al bene comune, quel bene che può essere ricercato solo se l’altra persona, l’altra forza politica non è un nemico ma il portatore di una diversa visione e sensibilità.

L’alternativa che abbiamo davanti è drastica: o riscopriamo la via del compromesso nobile, rinunciando a politiche muscolari e ricercando convergenze e condivisioni e allora l’Italia può riprendere il ruolo che le è proprio non solo in Europa ma nel mondo intero. (E questo, sia detto per inciso, è l’insegnamento che viene dall’Assemblea Costituente dove si confrontarono e scontrarono – anche aspramente- visioni diverse dall’uomo e della società).

Oppure saremo la periferia di un’Europa che –senza più i grandi ideali dell’origine–sarà a sua volta destinata ad essere la periferia di un impero di cui non sono ancora definitivamente conosciute le bandiere.

 

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