Lecco, 18 novembre 2022   |  

Editoriale - La vicenda Moro secondo Bellocchio

di Giulio Boscagli

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"Esterno Notte" (credit Il Sussidiario.net)

Sta riscuotendo notevole successo di audience, in questi giorni, la serie che la Rai sta dedicando alla vicenda di Aldo Moro, "Esterno notte" per la regia di Marco Bellocchio e una ricca partecipazione di attori oggi più in voga come Gifuni, Servillo, Margherita Buy.

Ho visto al Nuovo Aquilone, mesi fa, la versione filmica da cui sono uscito con forti perplessità e, in occasione della versione televisiva, ho atteso con curiosità qualche osservazione dai molti che hanno vissuto da vicino quegli anni.

Devo dire che fino ad oggi l'unica critica reale mi è apparsa quella dell'ultimo democristiano ancora in attività politica, Gianfranco Rotondi (in realtà ce sono ancora diversi che provengono da quella storia che tuttavia hanno di fatto rinnegato con le loro successive scelte politiche).

Dice Rotondi in un tweet: «Alla fine la visione del film di Bellocchio rimane né con lo Stato né con le Brigate rosse. Inquietante».

La mia impressione dopo la proiezione è stata dello stesso tipo. È del tutto evidente nel film una neanche troppo velata simpatia per i terroristi (lo sguardo sulla loro vita privata, cambiare la società come ideale, i dubbi e le incertezze sulla decisione finale da assumere) mentre per gli uomini di Stato e, segnatamente per i ministri democristiani, il film non ha alcuna pietà.

L'interpretazione fatta di Cossiga è quella di un pazzo, di Andreotti il ritratto é quello cinico interpretato come una caricatura di Forattini. Non si salva neppur Paolo VI. Nessuna pietà per loro, nessuna riflessione sulla drammaticità delle decisioni da assumersi da parte di chi aveva la responsabilità di guidare uno Stato messo di fronte a un attacco terroristico che con il sequestro di Moro aveva raggiunto il culmine.

In questa vicenda ci sono certo ancora aspetti non del tutto chiariti ma un racconto obbiettivo di quegli anni non può negare che era in atto un tentativo di sovvertire le istituzioni dello Stato democratico e che non si poteva (e non si può) essere equidistanti.

La lettura che Bellocchio, e il suo consulente storico Michel Gotor, fanno del caso Moro si inserisce a pieno titolo in quella che resta la cultura dominante in Italia, non tanto nel nostro popolo, ma certamente nel mondo della cultura organizzata, nell'industria cinematografica, in tanto giornalismo.

È una cultura che ha le sue radici negli eventi del Sessantotto. Slogan di allora come "lo stato borghese si abbatte e non si cambia" mentre sono svaniti in pochi anni nella maggioranza di chi li gridava, hanno attecchito in alcune minoranze che hanno pensato di prenderli sul serio fino a imbracciare le armi per realizzarlo.

Così l'Italia ha avuto un decennio di terrore con sequestri, attentati e morti ammazzati tra giornalisti, magistrati,imprenditori e servitori dello Stato ma alla fine, anche con il dramma di Moro, quella follia pseudo rivoluzionaria è stata sconfitta. Sul campo, ma non in certe cattedre in cui la rivoluzione desta fino ad oggi un fascino indiscutibile.

Sono le stesse cattedre che sparlano di "democratura" per criticare un governo democraticamente eletto, che non si rassegnano all'esistenza di una visione del mondo diversa dalla propria, che hanno deciso una volta per sempre che loro sono "i progressisti" e che pertanto gli altri sono reazionari o addirittura fascisti.

L'esistenza della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati laici e socialisti ha impedito che per mezzo secolo questa cultura diventasse egemone (da riconoscere peraltro anche il ruolo del Partito Comunista, oppositore feroce ma non incline ad avventure rivoluzionarie), mentre oggi la perdita di memoria e l'assenza di luoghi politici educativi fa sì che ogni racconto, ogni twitter diventi un pezzo di verità inconfutabile con scadimento del dibattito e del confronto politico, ma soprattutto con grave danno alle nuove generazioni cui viene negata una equilibrata visione della storia del proprio Paese.

È sempre più urgente contrastare questa visione unilaterale della storia e della società in cui viviamo, ma occorre che tutti i soggetti portatori di visioni positive della convivenza civile si giochino nel dibattito pubblico e negli strumenti della cultura e dell'informazione.

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