Lecco, 03 luglio 2020   |  

Editoriale - Democrazia senza popolo?

di Giulio Boscagli

senato parlamento

La notizia della settimana è senza dubbio quella relativa al "plotone di esecuzione", cioè alla sentenza che ha condannato a suo tempo Berlusconi facendolo decadere da senatore modificando il ritmo della vita democratica del Paese e che appare pilotata secondo quanto affermato da uno dei magistrati interessati.

Ma dalle intercettazioni legate al caso Palamara si era già potuto leggere un'altra preoccupante dichiarazione di un magistrato "Salvini ha ragione ma va attaccato", con riferimento a quando il leader della lega si occupava, come ministro, di immigrazione.

Sono dichiarazioni che non possono non preoccupare chi ha a cuore le sorti del nostro Paese, dato che l'imparzialità dei giudici e la giustizia giusta sono un valore imprescindibile della democrazia.

Democrazia che viene messa in questione ulteriormente se risultassero vere le indiscrezioni che parlano di pressioni europee per evitare che al governo italiano possano insediarsi Salvini e Meloni.

Da tutto questo sembra che si voglia costruire una democrazia senza popolo, una contraddizione in termini dato che democrazia significa proprio governo del popolo. E la nostra Costituzione lo riafferma quando dice che la sovranità appartiene al popolo.

Qui tocchiamo il punto critico della situazione italiana - e forse non solo italiana. Quel grande educatore di popolo che è stato don Luigi Giussani ebbe a dire. nell'intervista televisiva rilasciata in occasione dei funerali delle vittime di Nassirya : "Se ci fosse un educazione del popolo tutti starebbero meglio". Un aggregato di persone diventa popolo quando condivide buone ragioni per vivere, quando queste ragioni nascono da una identità e una storia condivisa e capace perciò stesso di aprirsi ed accogliere e confrontarsi con altri popoli e altre culture.

Proprio questo è il punto debole del tempo che viviamo: in un precedente intervento avevo ricordato il giudizio di Ratzinger sul l'odio di sé che circola nella cultura occidentale fiaccando le ragioni del vivere insieme; così le differenze diventano ostacoli insormontabili, l'altro un nemico da abbattere, la propria storia una vergogna da nascondere.

Le ripercussioni di questo clima sulla politica sono evidenti e ben descritte dalle intercettazioni da cui sono partito. Invece di cercare di capire le motivazioni che portano molti italiani a sostenere ampiamente ora la destra ora i Cinquestelle, si alzano barricate ideologiche rafforzate dal sistema mediatico-giudiziario come ormai dovrebbe essere chiaro a chi sa guardare la realtà.

Un esempio che può aiutare la comprensione della situazione ci viene dalla Francia, Paese che è dotato di un sistema elettorale che garantisce la stabilità istituzionale dato che il Presidente eletto gode di poteri che sono definiti simili a quelli di un monarca. Il rovescio della medaglia è che oggi la Francia ha un presidente che al primo turno non godeva neanche del trenta per cento dei consensi e questa debolezza si esprime in lacerazioni sociali e disaffezione politica (i sindaci delle grandi città sono stati eletti solo dal 40% dei votanti). Stabilità istituzionale e distacco dalle esigenze dei popoli sono una miscela molto pericolosa.

Ma a chi tocca l'educazione del popolo? Sono venuti meno da anni i tradizionali luoghi di questo essenziale compito. I partiti che lo svolgevano in passato sono finiti; la stessa Chiesa italiana dopo gli anni del collateralismo con la Democrazia cristiana e il tentativo di una battaglia culturale ai tempi della presidenza del card. Camillo Ruini sembra piuttosto timida nell'affrontare i nodi della società italiana e quando pone questioni cruciali (vedi il tema delle scuole paritarie o della legge sull'omofobia) viene di fatto silenziata dal sistema mediatico che tende ad imporre i suoi temi nel dibattito. Lo testimonia proprio il tentativo di far votare la legge sull'omofobia a un parlamento che per tre mesi è stato di fatto escluso dal contribuire ai problemi, ben più gravi e urgenti, imposti dalla pandemia.

Se c'è una speranza di ripresa dobbiamo cercarla proprio dentro quel popolo che le élite di governo e dell'informazione non sanno vedere. Sono gli imprenditori che non chiudono, i lavoratori che ogni mattina ripartono, le famiglie che ancora credono nel futuro e danno vita e crescono figli in un contesto che fa di tutto per scoraggiarle, tutte quelle persone che, sconosciute alle cronache, vivono con attenzione agli altri e con piccoli e grandi gesti quotidiani arricchiscono il vero popolo italiano. L'educazione del popolo non è un fatto di scuola, certo anche questo è importante, ma soprattutto è fatto di valore e significato della vita affermati e condivisi.

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