Lecco, 08 dicembre 2017   |  

Editoriale - A chi interessa il declino demografico del Paese?

di Giulio Boscagli

"Quello che oggi viene a mancare, o non è sufficiente, è la speranza di futuro".

tema famiglia generale

Ma interessa solo a noi il fatto che l’Italia stia scomparendo a causa di un drammatico inverno demografico?”, questa la domanda che si è posta il Presidente del Forum delle famiglie come prima reazione ai dati dell’ISTAT che confermano il grave declino demografico in cui versa il nostro paese. E non da oggi, ma ormai da molti anni.

Ha ragioni da vendere il Presidente De Palo, la sua domanda è un chiaro indice della irresponsabilità dei governi che si succedono alternativamente da decenni senza mettere mai al centro una seria politica familiare. C’è un pregiudizio ideologico, in parte difficile da comprendere, che impedisce una riflessione seria sul tema. Non che manchino i convegni e le riflessioni anche a livello governativo, tuttavia alle riflessioni non seguono conseguenze adeguate. La Seconda conferenza sulla famiglia organizzata a Milano dal governo nel 2010 suscitò grandi attese regolarmente deluse tanto che nessuno si è accorto della convocazione della Terza che si è svolta nello scorso mese di settembre.

Eppure il declino demografico è una sfida grave al futuro del paese. Per capire quanto siamo lontani dal preoccuparcene basta guardare il dibattito politico in corso: i dati ISTAT sono già nel dimenticatoio mentre si discute di coalizioni, di raggruppamenti, di collegi più o meno sicuri, di alleanze e poi di fine vita o di cittadinanza al di fuori di una visione complessiva che sola potrebbe far assumere al Parlamento decisioni adeguate e condivise.

Il calo delle nascite non è un problema privato, né tantomeno un problema “religioso”: è un grave problema della convivenza sociale nel suo complesso. C’è dibattito sul futuro delle pensioni, sullo squilibrio tra le generazioni e quindi tra le masse di lavoratori che devono sostenere le masse di pensionati, ma quasi nessuno sembra voler affrontare con decisione questo squilibrio, a meno che non si voglia ritenere una soluzione il ridicolo balletto attorno al bonus bebè. Il fatto stesso del nome attribuito a questa regalia governativa lo declassa a elemosina o elargizione benefica. Invece i figli, e le famiglie che li mettono al mondo e li allevano, dovrebbero essere al centro di ogni politica perché sono al centro di ogni civiltà che desideri avere un futuro.

Qualche mese fa presentando il rapporto sulla crisi demografica realizzato dalla Fondazione per la Sussidiarietà il demografo Giancarlo Blangiardo offriva qualche suggerimento per uscirne. Oltre a quanto dicevamo sulla centralità da restituire alla famiglia, Blangiardo segnalava la necessità di una informazione corretta sul tema per sensibilizzare la popolazione e ottenere il consenso sugli interventi necessari, ma anche chiedeva di non disperdere il giovane capitale umano (non è possibile formare i nostri giovani e compiacersi del fatto che lascino l’Italia per mancanza di opportunità!) E poi la necessità di passare dall’accoglienza solidate alla valorizzazione di un’immigrazione socialmente inserita e sostenibile. Tenendo conto che le famiglie immigrate e stabilizzate si adeguano rapidamente ai ritmi nazionali di natalità. Servono quindi politiche di equità fiscale ed economica a favore delle famiglie, politiche abitative, interventi per conciliare famiglia e lavoro, diffusione di una cultura pro-famiglia.

Di certo occorre cambiare l’orientamento complessivo della politica e del dibattito culturale. Ci stiamo abituando a gioire o deprimerci per la variazione in più o in meno di minime percentuali del PIL, o della occupazione o del debito, e non ci preoccupiamo dei grandi numeri della diminuzione dei giovani nella composizione della nostra popolazione.

Le difficoltà economiche da cui il paese non è ancora uscito sono certamente tra le cause del crollo demografico, soprattutto perché spostano in avanti l’età dei matrimoni; tuttavia non ci si può accontentare di questa causa visto che le nascite in Italia hanno continuato a crescere dalla fine della guerra fino alla metà degli anni settanta, cioè in anni in cui la gran parte delle famiglie di estrazione popolare non versava certo in condizioni economiche o di organizzazione del lavoro migliori di oggi.

Mi sembra che quello che oggi viene a mancare, o non è sufficiente, è la speranza di futuro: questo rappresentano i figli, continuità della generazione e costruzione di futuro; esperienza di comunità e di relazione piuttosto che di individualismo.

Una famiglia con figli costituisce un nucleo di socialità in cui si impara a convivere, si incassano sconfitte e mortificazioni, si impara a confrontarsi con i propri limiti e le proprie qualità. Un bene sociale di cui c’è e ci sarà sempre più bisogno.

Essenziale quindi che esistano luoghi in cui questa cultura della famiglia possa essere coltivata e proposta: la Chiesa e le sue diverse comunità – in quanto portatrici di una speranza affidabile di futuro – hanno un particolare ed essenziale compito.

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