Lecco, 14 giugno 2020   |  
Cronaca   |  Salute

Contro il virus di Wuhan diagnostica precoce e nel territorio

di Gianfranco Cucchi

Quattro tragiche storie confermano che per debellare la pandemia non è sempre necessario il ricovero in ospedale.

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Cittadini cinesi indossano disciplinatamente la mascherina (credit Asianews)

Il dramma della pandemia causata dal virus di Wuhan che ha colpito in particolare la Lombardia è fatto da migliaia di storie con inimmaginabili sofferenze.

Dal racconto di queste vicende può scaturire la comprensione di quello che è successo.
I

l 20 Febbraio presso l’ospedale di Codogno è stata formulata la prima diagnosi di polmonite da virus di Wuhan per cui è stato prontamente chiuso il nosocomio e istituita la zona rossa dei 10 comuni del Lodigiano.

Questa misura di prevenzione ha probabilmente ridotto il contagio nella contigua città metropolitana salvando migliaia di vite umane.
Racconto quattro storie tra le migliaia.

La prima è quella di un ammalato di 71 anni che presenta tosse, febbre elevata e dispnea con desaturazione da una settimana; il medico curante, convinto della diagnosi del virus, si reca a domicilio del paziente e chiama il 112. Giunge l’ambulanza con dei volontari, il medico ha un contatto con il collega della centrale che non ritiene opportuno il ricovero. L’ammalato muore dopo 48 ore senza avere fatto il tampone e prese le misure di prevenzione da parte dell’Ats.
Questo paziente e i suoi famigliari avevano il diritto, per loro stessi alla quarantena e per il loro congiunto le cure in ospedale con immediata esecuzione di uno o più tamponi.

Uomo di 64 anni da 8 giorni febbre elevata trattata con tachipirina, colpito da grave insufficienza respiratoria viene ricoverato in rianimazione e sottoposto a ventilazione meccanica. Muore dopo 40 giorni per shock settico. Tanti ammalati in queste condizioni hanno ricevuto terapia adeguate, quali l’azitromicina antibiotico e immunomodulatore, la clorochina potente antinfiammatorio e l’eparina che previene i processi tromboembolici che possono essere la causa dell’insufficienza respiratoria acuta, che pur non essendo state validate da trials clinici, sono state adottate dai medici di famiglia con il buon senso clinico della pratica medica quotidiana.

Si è capito che le complicanze di questo virus sono in gran parte prevenibili con trattamenti precoci e a domicilio e la possibilità di eseguire tempestivamente la diagnosi con tamponi.

Terza vicenda. Uomo di novant’anni viene ricoverato in Rsa perché non è possibile l’assistenza domiciliare: la struttura prima della degenza chiede che vengano eseguiti due tamponi risultati negativi per cui procede all’istituzionalizzazione. Dopo cinque giorni viene colpito da polmonite da virus di Wuhan per cui viene ospedalizzato a fine Aprile e muore. Ha contratto la malattia nella Rsa probabilmente da un soggetto asintomatico.

Le RSA sono stati potente focolai epidemici. Ricorderò sempre la telefonata di un medico di questa struttura a metà marzo che angosciato mi comunicava che avevano dei degenti colpiti dal virus ma che non potevano essere ospedalizzati. Quando in queste strutture vi è un paziente sintomatico è indispensabile ricoverarlo in un ospedale appositamente attrezzato per l'epidemia, blindare, diagnosticare con tamponi tutti gli operatori e i degenti per isolare i contagiati. Laddove si sono applicati questi principi si sono ottenuti ottimi risultati.

Donna di 66 viene ricoverata per cure indifferibili previa l’esecuzione di due tamponi risultati negativi. Dopo alcuni giorni viene colpita da polmonite da virus di Wuhan e muore. Probabilmente un asintomatico le ha trasmesso il virus. Anche gli ospedali, da Codogno in poi, sono stati fonte di contagio. Quando viene accertato un ammalato va chiusa la struttura il tempo necessario per lo screening per individuare i contagiosi ed isolarli. Anche sugli operatori sanitari periodicamente è opportuno un accertamento diagnostico.

Queste quattro storie, tra migliaia, insegnano che questa malattia va contrastata sul territorio precocemente con una potenza diagnostica pronta e disponibile eseguita anche su prescrizione diretta da parte dei medici di famiglia e che ogni comunità di degenza può diventare un potente moltiplicatore di contagio. Spero che non ci sia una una seconda ondata, dipendente dai comportamenti poco responsabili, ma il sistema non può permettersi di non trovarsi preparato

 

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