Milano, 14 giugno 2012   |  

Stefano Zamagni: "Non c'è futuro senza famiglia"

di Lucia Natale Comuzzi

Il professore di Economia all'Università di Bologna ha scritto con la moglie Vera, anch'essa docente presso il medesimo ateneo, un libro sulla cellula fondamentale della società. Ne abbiamo approfittato per intervistarlo.

zamagni

I coniugi Zamagni

Spenti gli echi del VII Incontro Mondiale delle Famiglie proviamo a riflettere con il professor Stefano Zamagni, docente di Economia all'Università di Bologna, già presidente dell'Agenzia per il terzo Settore, il quale, al tema della famiglia, ha dedicato un libro con la moglie Vera Negri, anch'essa docente di Storia Economica presso la medesima Università. Zamagni ha idee molto poco conformiste, in materia. Il modello di ordine sociale che ha in mente, come egli stesso afferma, è quello in cui il «mercato deve tornare a essere civile, come lo fu ai suoi albori», però secondo modalità concrete del tutto nuove. Alla famiglia l'economista Zamagni riconosce una duplice missione: per un verso quella di umanizzare il lavoro e per l'altro, quella di rendere lo Stato più civitas e meno polis.


Ecco, professore, provi a sintetizzare in poche frasi l'idea di famiglia che ha in mente e che ritiene importante vedere riaffermarsi.

La famiglia è una comunità di vita che presenta quattro caratteri identitari propri, su cui si fonda quello che il sociologo Donati chiama il "genoma" della famiglia, e cioè: la generatività, non solamente fisica; la reciprocità; il dono come gratuità e la sessualità come amore coniugale. Questi quattro elementi sono
combinati tra loro secondo un "ordine a croce", dove il braccio verticale della croce rappresenta il rapporto di filiazione e, più in generale, la solidarietà intergenerazionale e il braccio orizzontale il rapporto tra i sessi e, più in generale, il presente sociale.


L'immagine dell'"ordine a croce è suggestiva"; ma qual è la sua idea di famiglia?

Gliela illustro in due battute: la famiglia esiste nella sua completezza quando è strutturata intorno alla complementarietà maschio-femmina e, congiuntamente, intorno alla complementarietà delle generazioni. Solamente una famiglia forte al proprio interno – cioè capace di far stare insieme in modo armonico con i quattro elementi su citati – è in grado di esercitare un certo potere di contrattazione nei confronti sia dell'impresa sia dello Stato. È forse per un tale timore che la cultura dominante favorisce la tendenziale scissione tra uomo e donna in nome del mito dellasingleness. Lo scopo è chiaro: indebolire la famiglia significa, infatti, dominarla e asservirla a interessi di parte.


Lei usa molto il termine "conciliazione" che deriva dall'espressione inglese work-life balance, cioè bilanciamento e che – anche in Italia – è quello più usato con riferimento alle politiche famigliari, ma insiste anche nel spiegarne l'ambiguità. Perché?

Perché quando si parla di "conciliazione" si presuppone che esista un conflitto tra l'ambito di vita famigliare e quello lavorativo, mentre non si può parlare di due polarità perché il lavoro è anche un tempo di vita e la vita famigliare include una specifica attività lavorativa, sebbene questa non transiti per il mercato. A me piace più l'espressione "armonizzazione responsabile", dove le esigenze della vita famigliare e quelle dell'organizzazione del lavoro possano marciare insieme.

 

Propone quindi una vera e propria rivoluzione concettuale...

Certo, è necessario andare oltre una cultura puramente materialistica e strumentalista del lavoro e, dall'altro lato, urge smetterla di concepire la famiglia come luogo di solo consumo e non anche come un soggetto produttivo per eccellenza, generatore di quei beni relazionali senza i quali una società non ha futuro.


Insomma, lei contesta il dualismo famiglia-lavoro?

Proprio così, è tale dualismo ad aver veicolato l'idea che le politiche di conciliazione dovrebbero limitarsi a mirare, da un lato, a migliorare la produttività delle imprese e, dall'altro, ad accellerare il processo verso la piena liberazione della donna dalla segregazione occupazionale. I molteplici strumenti di conciliazione finora proposti e talvolta messi in pratica (congedi parentali; lavoro part-time; asili nido; banca delle ore; flessibilità degli orari; programmi di "buon rientro" in azienda; mentoring ecc.) sono stati pensati a partire dalla concezione di cui sopra, per cui unicamente per consentire soprattutto alla donna che ha famiglia di adattarsi al meglio alle esigenze dell'impresa, sulla base di una vera e propria ideologia dell'efficienza, per il fine ultimo di accrescere il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro, per altro ancora molto basso nel nostro Paese.


È per questo motivo che le politiche di conciliazione prevalentemente attuate in Italia non sono adeguate?

L'Italia è un Paese che, nonostante una certa retorica di maniera, continua a vedere la famiglia solamente come una delle voci di spesa del bilancio pubblico e non anche come risorsa strategica per la società. La famiglia è una sfera delegata dalla società a svolgere certe funzioni, le quali, pur essendo di per sè dotate di senso – come le politiche contro la povertà e contro l'esclusione sociale, le politiche per l'infanzia, per la natalità, per gli anziani non autosufficienti, le politiche di gender – ben poco contribuiscono a rafforzare e a rigenerare il genoma di cui ho sopra parlato Alle inadeguate politiche per la famiglia sarebbe il momento di sostituire una politica della famiglia, riconoscendo e valorizzando la mole di funzioni sociali che nessuno Stato, nessun mercato, nessuna agenzia pubblica possono surrogare in modo equivalente.


Professore, da dove occorre partire per dare una svolta veramente positiva alle riforme in ambito famigliare?

Tre sono i principi necessari per dare senso alla politica della famiglia: il primo è quello di considerare la famiglia come soggetto economico dotato di una sua propria autonomia e identità. La famiglia è un soggetto sociale, ma anche economico, nel senso che produce beni relazionali, reciprocità e capitale sociale che, sebbene non rientrino nel calcolo del reddito nazionale e non si possano misurare nei modi standard, sono indispensabili per il benessere di una comunità. Il secondo principio riguarda la questione del divario di genere e delle conseguenti disparità salariali tra uomini e donne, che devono essere superate una volta per tutte in nome dei principi di equità e di reciprocità. Favorire l'accesso delle donne a livelli alti delle organizzazioni aziendali significa sia rendere concretamente possibile l'armonizzazione tra lavoro e famiglia sia accellerare il processo verso una più umana economia di mercato. Infine, per attuare una politica della famiglia è necessario riformulare il sistema di welfare introducento il principio della vulnerabilità, tipico della condizione umana, a scapito di quello di negoziabilità proprio del contrattualismo. Il legame tra individui che discende dal principio di vulnerabilità, per cui gli individui si prendono cura l'uno dell'altro, è molto più solido di quello che nasce dal contratto.


Soffermandoci un attimo sul primo principio di cui parla, riconoscere alla famiglia una soggettività economica, oltre che sociale, vorrebbe dire ammettere che la società, per avanzare, ha bisogno della famiglia.

Infatti è così. Nei secoli passati la famiglia aveva una potente giustificazione sociale in quanto soggetto produttivo di beni materiali, oltre che di beni immateriali. Oggi che la produzione di beni materiali e anche di molti servizi immateriali viene esternalizzata, la famiglia mantiene comunque un proprium che il mercato non può produrre, ma di cui esso ha bisogno se vuole funzionare. Sono la cooperazione, la reciprocità, la fiducia nelle relazioni, il dono come gratuità, alcune delle virtù personali e sociali che si apprendono in famiglia che dovrebbero essere prese come indicatori di benessere, non unicamente il Prodotto interno lordo. La famiglia produce beni relazionali essenziali per la qualità della vita di un individuo in primis e quindi di una società e le politiche pubbliche dovrebbero tenerne conto.


Se abbiamo capito bene, lei sostiene che un'economia di mercato non riuscirebbe a sopravvivere senza quello che gli esperti definiscono Vas (Valore aggiunto sociale)?

È così: esistono dei beni che, anche se non rientrano nei calcoli dei redditi, sono effettivi. Si pensi a quanti servizi vengono svolti dalle famiglie per il benessere di tutti, a partire dalla cura e assistenza agli anziani, dei disabili, degli ammalati, fino all'importante ruolo svolto in ambito educativo nei confronti dei
figli, che poi sono il patrimonio dell'intero Paese. Tutto ciò ha un valore intrinseco di cui occorre tenere conto.


La nostra Costituzione ha espliciti richiami alle politiche famigliari, che però sono puntualmente disattesi. È uno dei tanti paradossi tipicamente italiani?

Sì, nonostante l'attenzione posta dalla nostra Carta costituzionale all'istituzione della famiglia, che ad essa riserva ben tre articoli (29, 30 e 31) – e ciò non accade in nessuna delle Costituzioni contemporanee di altri Paesi europei – quello che manca alla base è l'individuazione di una definizione univoca e credibile di famiglia, è cioè per prima cosa da individuare un criterio sulla cui base dare risposta a che cosa sia famiglia.


Come mai, secondo lei?

Intravedo sostanzialmente due motivazioni. Una, di natura propriamente filosofica, riguarda la graduale sostituzione – avvenuta in Occidente nell'ultimo trentennio – della categoria di bene umano comune (che è diverso dal bene totale) con quella di bene umano individuale. Ora, se l'unico bene che l'ordinamento giuridico ha da difendere e da tutelare è quello individuale, è evidente che alla famiglia in quanto tale non si possa riconoscere alcun favor juris. Il secondo insieme di ragioni che riguardano la difficoltà di trovare un consenso intorno alla definizione di che cosa sia la famiglia è di natura propriamente politico-culturale. Le politiche familiari finora attuate si sono poggiate su due modelli ideal-tipici di famiglia entrambi aporetici perché riduttivi. Da un lato una concezione di famiglia patriarcale, che privilegia la dimensione istituzionale a scapito di quella personale; dall'altro la famiglia borghese-individualistica, che esalta la componente utilitaristica, gli interessi individuali dei coniugi e dei figli, e su questa si è basata la riforma del diritto famigliare italiano del 1975.


Che conseguenze trarne allora?

È evidente che per rilanciare il discorso sulle politiche famigliari in modo efficace è necessario, da una parte di mostrare che la famiglia è un insieme di relazione, l'essere-con possiede una sua estrinseca bontà e la capacità di generare esternalità positive per l'intera comunità civile e, dall'altra, andare oltre l'anchilosante dicotomia tra i due modelli ideal-tipici cui sopra accennavo e mostrare che la dimensione istituzionale e quella personale, in una politica di armonizzazione, possono stare insieme.

 

Posto che in Italia, come ampiamente documentato, la spesa pubblica per i servizi alla famiglia è oggettivamente bassa, quali, in concreto, le sue proposte per una politica di armonizzazione?

I provvedimenti più urgenti nelle politiche di sostegno alla famiglia riguardano innanzitutto la messa in opera di forme innovative di sanità integrativa che vedano la famiglia come soggetto, a un tempo, di domanda e di offerta di certe tipologie di prestazioni, quali ad esempio la cosiddetta ospedalizzazione domiciliare, le terapie riabilitative per i malati psichiatrici, le varie forme di pratiche socio-sanitarie, dando vita ad un vero e proprio mercato sociale dei servizi in cui il lavoro di cura svolto dai famigliari, mentre viene sostenuto economicamente dallo Stato o da altri enti pubblici, è al tempo stesso regolato a livello pubblico o per via di contrattualizzazione (come avviene in Olanda e in Francia) oppure predisponendo forme di regolarizzazione ad hoc (come in Germania).


A tutela delle famiglie giovani, che sono quelle che spesso più soffrono, soprattutto se sono numerose, che tipi di provvedimenti dovrebbero essere presi?

Domanda opportuna: per i giovani nuclei famigliari, gravati dall'inceretzza, occorre mettere in campo iniziative che assicurino una qualche forma di reddito permanente, in sostituzione dell'ormai obsoleto posto fisso. Mi riferisco all'idea del baby bond, piuttosto che ad iniziative dihousing sociale, piuttosto che forme di incentivi fiscali per mutui agevolati e prestiti sull'onore finalizzati a mutui alle giovani coppie. Un ruolo positivo in tema di ausili alle famiglie inoltre potrebbe essere svolto da una riorganizzazione dei consultori famigliari e dei centri per le famiglie per la fornitura di servizi di informazione e counselling qualificati su una vasta gamma di questioni di interesse per la famiglia, ma anche come spazio di incontro delle famiglie (gruppi di mutuo-aiuto) e/o di cooperazione (banche del tempo, gruppi di acquisto, microcredito).


S'è anche parlato di uno Sportello unico delle famiglie: è così impraticabile la sua realizzazione?

Sarebbe un grande obiettivo perché uno Sportello siffatto semplificherebbe la vita di coloro che fanno fatica a districarsi nei meandri della burocrazia e che non riescono a star dietro alle continue modifiche della legislazione. Un altro strumento innovativo per le famiglie è quello del Cesu (Cheque emploi service universel) introdotto in Francia nel 2005, che è un voucherspendibile in servizi di cura o altri servizi alle famiglie di carattere temporaneo, finalizzato in proporzioni diverse da privati, Stato e imprese. Il Cesu può essere acquistato direttamente dalle banche, con un valore nominale deciso da chi lo acquista entro certi limiti, oppure rilasciato con un valore standard da società emittenti autorizzate. Infine, sarebbe necessaria l'introduzione di misure basate sull'idea della catena generazionele, che significa, ad esempio, offrire l'opportunità di detrarre i trasferimenti incrociati del reddito. La famiglia che paga l'assistenza del genitore anziano, oggi non ha diritto ad alcuna detrazione. Una vera e propria "catena fiscale" tra generazioni.


Concludiamo questa intervista con un'avvertenza per il lettore. Chi avesse l'avventura di sfogliare le pagine del libro del professor Zamagni, Famiglia & Lavoro. Opposizione o armonia? (San Paolo, pp. 206, € 14), s'accorgerà che il testo è pervaso, come in filigrana, da quel valore che ha caratterizzato l'intera sua vita professionale e famigliare e che è ben riassunto nella dedica incisa sul muro della sua casa sull'Appennino: "L'Armonia: concordia discors".

Ritrovaci su Facebook

Caleidoscopio

7 Luglio 1881 prima pubblicazione della versione finale del libro "Le avventure di Pinocchio" di Collodi, divulgato a puntate su un quotidiano per ragazzi

Social

newTwitter newYouTube newFB