Lecco, 30 aprile 2016   |  

Stefano Motta e I Promessi Sposi: “Amatevi come compagni di viaggio”

di Ugo Baglivo

Il professore nel suo nuovo libro reinterpreta il capolavoro di Manzoni e lo adatta alla mentalità dei suoi allievi di oggi.

cecchin e motta

Nella suggestiva cornice del Convento di Fra’ Cristoforo è stato presentato a Lecco il nuovo libro di Stefano Motta che reinterpreta a suo modo, e lo adatta alla mentalità dei suoi allievi di oggi, il grande romanzo de I Promessi Sposi. Il titolo del libro – a prima vista – è sorprendente: “Amatevi come compagni di viaggio” (Effatà Editrice); come compagni di viaggio? ai giovani d’oggi? e con la pretesa, nel sottotitolo, di fare una “avvincente ricostruzione di un amore”! Bella scommessa.

 

La risposta va costruita piano piano, avvicinandosi al testo manzoniano e alla mentalità del romanziere, che non è uno sprovveduto e ingenuo uomo di chiesa lontano da mondo, ma, per bocca di Padre Cristoforo, nel Lazzaretto, dopo che egli ha liberato Lucia dall’impegno del voto, benedice quelle nozze travagliate “dopo tanti guai”. E a Renzo dice: “Il cielo vi ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie”. Ecco il punto: questo è un amore profondo, quello che supera ogni difficoltà umana, come i giovani pensano anche oggi, quando decidono di costruirsi un avvenire a due.

 

Motta è uomo di scuola, innamorato del suo mestiere di insegnante (ora di preside all’Istituto “Beata Vergine Maria” di Merate) e si pone due obiettivi essenziali nella stesura del saggio: l’analisi filologica, fedele alla mentalità dell’autore che commenta, e la situazione sociologica, di porre attrattiva per i suoi alunni d’oggi a questo capolavoro della letteratura mondiale. E ci riesce? Dall’andamento della serata a Pescarenico, bisogna dire di sì.

 

A coordinare l’intervento si è prestato mons. Franco Cecchin, prevosto di Lecco e con esperienze giornalistiche di prestigio alle spalle: egli ha posto domande pressanti all’autore del libro, in modo che gradualmente ne scaturisse il messaggio, il suo particolare messaggio ai lettori (di ogni età). La serata era patrocinata dal Centro Culturale S. Nicolò, che al prevosto di Lecco fa capo per le sue proposte al territorio; erano presenti tra il pubblico anche esponenti della editoria specialistica (ed. Teka, oltre che Effatà); e curava la pubblicizzazione del libro lo staff della libreria lecchese di Via Mascari, una volta detta “Buona Stampa”.

 

Balza da subito all’attenzione del pubblico l’attualità dell’argomento: I Promessi Sposi riletti per i giovani, commentati (a campionatura sparsa) in ottica giovanile, quasi a dire “erotica”, di un amore rimasto casto per due anni di fidanzamento, fino al compimento del matrimonio, rivisitati in questi giorni in cui il pubblico cattolico si avvicina all’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Amoris laetitia”, che affronta il tema dell’amore in tutti gli angoli di visuale, anche quelli più realistici e lontani dall’aura dell’idealità. Dalla storia della letteratura all’attualità pastorale della Chiesa cattolica.

 

Ma veniamo alle domande di Cecchin e alle risposte di Stefano Motta. Come è nato questo libro? in base a quale esperienza di vita personale o di lavoro? La risposta dell’autore è già nel retro della copertina: lo stesso Papa Francesco, parlando tempo fa ai fidanzati, raccomandava la lettura e rilettura del romanzo manzoniano: quei ”due fidanzati hanno subìto tanto dolore, hanno fatto una strada piena di tante difficoltà, fino ad arrivare infine al matrimonio… questo è un capolavoro sul fidanzamento”; l’amore matura piano piano, anche attraverso le difficoltà, l’amore non si ferma alle apparenze, alle superficialità, e neppure consiste solo in manifestazioni di senso, o di sesso. E questo valore piace anche ai giovani d’oggi.

 

La letteratura offre tanti esempi di amanti, anche focosi e vibranti di sensualità: Tristano e Isotta, Giulietta e Romeo,… e di fronte a Renzo e Lucia molti giovani di 16-18 anni pensano a una “coppia moscia”; e si chiedono <ma non potevano convivere?>, < e perché non si baciano mai?>. La rilettura fa scoprire, anche nel romanzo manzoniano, al di là dei dialoghi impacciati e pudichi, il “linguaggio del corpo”. Così, a pag. 72 del libro di Motta, quando viene studiata la posizione dei corpi di Renzo e Lucia nello spazio, nella stanza del Lazzaretto, dopo che si sono ritrovati: “Lucia, v’ho trovata! vi trovo! esclamò Renzo, avanzandosi tutto tremante (il corsivo è dell’autore della rivisitazione)”;… “Perché? – disse Renzo avvicinandosele sempre più”; … “Andate, andate, per amor del cielo! E Lucia si scostò impetuosamente da lui, tornando verso il lettuccio; Lucia! disse Renzo senza muoversi”.

 

Motta riconosce che in taluni passi del libro egli abbia “strizzato l’occhio ai giovani”, in un cenno d’intesa; ma la rilettura rimane filologicamente corretta: non è Manzoni che viene abbassato al livello dei giovani d’oggi, ma i giovani d’oggi, come quelli di tutti i tempi, si costruiscono un ideale d’amore che si avvicina a quello di Renzo e Lucia. In fondo la storia di Renzo e Lucia serve ai giovani per passare dall’amore oggetto di banalizzazione all’amore autentico, quello ideale che ogni uomo o donna si prefigura per se stesso/a per la vita.

 

E quanto I Promessi Sposi hanno influito sulla vita personale dell’autore-professore di questa rivisitazione? E’ piaciuta al pubblico la reticenza nella risposta da parte di Stefano Motta: egli non risponde direttamente, quasi condizionato dalla mentalità dei suoi personaggi, che lasciano per l’amore una sfera intima profonda, da non banalizzare; ma la risposta vera si lascia trasparire, ancora paludata di letteratura: se avessi lavorato su Pasolini, su Guareschi, su D’Annunzio, ne sarei stato condizionato pure; noi studiosi, se ci appassioniamo ai nostri studi, “diventiamo ciò che leggiamo”.

 

E’ questo l’augurio che il professore, e con lui il suo pubblico, fa ai giovani lettori: di avvicinarsi al Manzoni con interesse non superficiale, di approfondirlo per quello che è: non un autore bigotto, come potrebbe sembrare, ma un uomo che conosce la vita in tutte le sue sfaccettature (vedi l’esperienza illuministica nei suoi anni di vita a Parigi) e sa distinguere tra la mentalità comune, visibile nei personaggi minori del romanzo, e l’ideale dei suoi eroi, che è un ideale “perenne”.

 

Da ultimo un richiamo alla città manzoniana: Manzoni deve “scendere” dal suo monumento e vivificare, con richiami turistici e culturali, le strade e gli angoli caratteristici che rimandano indubbiamente al romanzo, al di là della corrispondenza realistica dei particolari. Di qui un’apertura al rinnovamento della vocazione turistica della città di Lecco: turismo culturale, oltre che di lago e montagna.

 

L’ambientazione della serata al Convento di Fra’ Cristoforo, l’unico (forse) sito reale accertato nella collocazione ideale del romanzo, si è rivelata perfettamente in linea con l’intento filologico, oltre che pedagogico, del libro. Le pietre parlano, talvolta, un linguaggio più forte di ogni voce umana.

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