Lecco, 24 febbraio 2015   |  

Quel primo caso di fillossera a Valmadrera nell'estate del 1879

di Matteo Possenti

La notizia guadagnò immediatamente le pagine dei giornali ed ebbe rilevante eco anche oltralpe, in Francia, dove l'epidemia era già in corso, sebbene alcune aree importantissime di produzione vinicola, come lo Champagne, ne erano ancora indenni.

Valmadrera1941 1

Cartolina d'epoca (1941) di Valmadrera

Olio extravergine di oliva DOP «Laghi lombardi – Lario» e vino IGT «Terre lariane» sono solo due delle eccellenze dell'agricoltura lecchese moderna, ma ulivi e viti hanno sempre fatto parte del nostro panorama. Torchi da olio, spesso azionati dall'acqua di qualche torrente o fiumicella, o torchi da vino, come quello che si può ancora vedere nelle cantine di villa Manzoni al Caleotto, erano comunissimi.

A partire dalla seconda metà dell'ottocento l'avvento dell'industrializzazione, l'abbandono delle terre di montagna, difficili da coltivare e poco redditizie, la disponibilità di prodotti di migliore qualità e a miglior prezzo provenienti da fuori hanno relegato sempre più al margine queste produzioni. Per l'uva, però, i pericoli e i danni peggiori sono giunti da un nemico piccolo e temibilissimo, un insetto parassita: la fillossera.

La fillossera (Daktulosphaira vitifoliae) è originaria del nord America. Giunta in Europa, dove fu classificata nel 1856, si scoprì che il parassita attaccava le radici delle viti, provocando lesioni profonde di gravità tale da portare la pianta alla morte entro i tre anni dall'infezione.

La mappa della diffusione della Fillossera

Senza che vi fossero segnalazioni precedenti di focolai nelle zone limitrofe e, probabilmente, a causa di importazione di contrabbando di viti infette, già nel 1875 nel lecchese furono segnalati casi di deperimento della vegetazione delle vigne, ma l'epidemia fu accertata, primo caso in Italia, a Valmadrera nell'estate del 1879.

La notizia guadagnò immediatamente le pagine dei giornali ed ebbe rilevante eco anche oltralpe, in Francia, dove l'epidemia era già in corso, sebbene alcune aree importantissime di produzione vinicola, come lo Champagne, ne erano ancora indenni.

La notizia fu pubblicata sulla “Gazzetta Ufficiale” del Regno d'Italia, con ordine ai sotto-prefetti e ai sindaci dei comuni della provincia di Como di esercitare, a termini di legge, «una rigorosa sorveglianza sulle vigne situate nel territorio di loro giurisdizione e di informare immediatamente il ministero riguardo a tutte le malattie che attaccassero le vigne, inviando allo stesso tempo, ben protette, alcune parti malate alla stazione entomologica di Firenze.»

I funzionari del ministero mandarono sul posto a verificare lo stato delle cose il dottor Graziano Tubi. Tubi (Milano, 1825 – Lecco, 1904) fu un mirabile esempio di industriale eclettico. Figlio di un avvocato, la passione per le scienze meccaniche e matematiche lo portò ad occuparsi di problemi di vario genere, escogitando invenzioni e depositando brevetti. Grande viaggiatore, socio della Società Lombarda di Economia Politica, presidente della Camera di Commercio di Lecco, tre volte eletto deputato al Parlamento, Tubi è famoso per la sua attività nell'industria serica e, soprattutto, per la fabbricazione degli harmonium. Meno noto è che fosse anche esperto viticoltore ed enologo (aveva tenute ad Agnadello e Treviglio).

Tubi ispezionò le vigne di Valmadrera, constatando che, veramente, erano state colpite dal parassita. L'infezione doveva essere già di tre anni, perché, se il primo anno i danni passano inosservati o quasi ed il secondo si comincia a notare un deperimento, è il terzo anno che le piante muoiono.

Partì l'ordine di distruzione delle vigne, perché solo la sostituzione delle piante malate con altre sane avrebbe potuto garantire, di lì a qualche anno, di nuovo una produzione pari ai livelli degli anni precedenti.

Questo provvedimento così radicale, però, era considerato l'extrema ratio, da parte dei proprietari disperati, che tentavano quanto le conoscenze dell'epoca mettevano a disposizione. Si legge, così, sui giornali, che, mentre il panico si diffondeva in tutta Italia, a Valmadrera 120 uomini lavoravano per allagare le vigne (questo consente di decimare la fillossera che vive sulle radici ma, allo stesso tempo, danneggia anche le piante) da trattare successivamente con solfuro di carbone, sempre allo stesso scopo di uccidere i parassiti sulle radici e nel terreno.

Se anche questo non fosse stato sufficiente, non restava che l'incinerazione delle vigne e il trattamento dei terreni con il petrolio.

Presto ci si rese conto che l'invasione della fillossera era molto più estesa di quanto stimato inizialmente e, ad una più attenta indagine, anche altri punti della provincia di Como erano già stati colpiti. Quel primo anno si contarono oltre 21 ettari contagiati nel Lecchese e 3 in provincia di Milano, a Monza. L'anno successivo se a Lecco non si riscontrarono che pochi nuovi focolai isolati, l'epidemia si diffuse in Sicilia, tra Messina e Caltanissetta, dove molto duramente colpì le coltivazioni negli anni seguenti.

Solo a partire dal 1880, in Francia, si cominciò a sperimentare l'innesto dei vitigni autoctoni su un porta-innesto di origine americana. Si scoprì che questo metodo di lotta biologica consentiva di ottenere una pianta praticamente immune alla malattia: le radici lo erano, perché i danni causati dal parassita al porta innesto americano non compromettevano la vitalità delle radici, mentre le foglie della pianta europea non reagivano alle punture del parassita e non si formavano le galle, cioè quelle tipiche escrescenze «tumorali». La scoperta più gradita, però, fu che l'utilizzo del porta-innesto non alterava di fatto le proprietà tipiche del vitigno, che rimanevano invariate. Si potevano bere gli stessi vini che si producevano prima dell'epidemia.

In Italia l'innesto andò diffondendosi solo a partire dal 1890.

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