Lecco, 20 maggio 2015   |  

Osvaldo Valenti e Luisa Ferida negli scritti di don Andrea Valsecchi

di Matteo Possenti

Nel 2015 cadono gli anniversari dei settant'anni dalla fine della seconda guerra mondiale e i cento anni dall'inizio della prima guerra mondiale, ricorderemo fatti di quelle guerre grazie ai suoi diari, lettere e memorie.

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Don Andrea Valsecchi

In questo anno 2015 in cui, contemporaneamente, cadono gli anniversari dei settant'anni dalla fine della seconda guerra mondiale e i cento anni dall'inizio della prima guerra mondiale, ricorderemo fatti di quelle guerre grazie a diari, lettere e memorie di alcuni lecchesi. Dopo le pagine del diario di don Mario Molteni, che ci ha raccontato i fatti avvenuti a Lecco tra il 24 e il 28 aprile 1945, cominciamo oggi a pubblicare alcuni stralci presi dal «Diario della vita militare» di don Andrea Valsecchi, sacerdote e cappellano militare.

Egli stesso si presenta così:
«Don Andrea Valsecchi nato a Castello di Lecco, in via Mentana 39, il 25 marzo 1908 da Giuseppe, falegname, e da Corbetta Anastasia.
L'ottavo di molti fratelli, tutt'altro che ultimo.
Nei due primi anni di ginnasio studiò nel Collegio A. Volta di Lecco, gli altri nei Seminari diocesani.
Ordinato sacerdote dal Card. Schuster a Milano il 30 maggio 1931.
Fu coadiutore ad Usmate (MI) per 9 anni. Rischiò il confino per l'attività svolta nell'Oratorio maschile da lui creato, che destò le gelosie dei fascisti.
Nel 1940 è trasferito a Milano (dove insegnava dal 1938) alla parrocchia dei SS. Clemente e Guido in Pratocentenaro.
Nel 1941 è cappellano militare col grado di tenente.
Nel 1947 va parroco a Ballabio Superiore.
Nel 1972 si ritira a Lecco.»
Morì nel 1996 e fu sepolto nel cimitero di Rancio

 

Luisa Ferida

GLI ATTORI DEL CINEMA OSVALDO VALENTI E LUISA FERIDA
Quella di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida (nome d'arte di Luigia Manfrini Farné) fu la coppia di attori ed amanti più famosa degli anni quaranta del secolo scorso. Si erano conosciuti durante le riprese del film «Un'avventura di Salvator Rosa», di Alessandro Blasetti, nel 1939.

Bolognese, considerata una delle donne più belle d'Italia ed anche attrice tra le più pagate e capaci (ricevette il premio come miglior attrice italiana nel 1942), la Ferida recitò con le stelle del momento, tra cui Amedeo Nazzari, Gino Cervi e Totò.

Il suo film forse più famoso, in coppia con l'amato Valenti, fu «La cena delle beffe» del 1941-42.

Osvaldo Valenti, nato a Costantinopoli, figlio di un barone siciliano commerciante di tappeti, fu il perfetto «cattivo» del cinema italiano: gentiluomo, ma insolente ed arrogante, spavaldo, trasgressivo (cocainomane e forte giocatore d'azzardo), sembrava che l'amore per la Ferida dovesse essere solo una delle sue tante avventure, invece le loro vite furono unite fino alla morte.

Dopo l'8 settembre 1943, forse perché credettero in questo modo di poter mantenere lo stesso stile di vita a cui erano abituati, scelsero la parte della Repubblica Sociale di Mussolini e passarono al nord.

Insieme girarono ancora un ultimo film, nel 1944, «Fatto di cronaca» del regista comasco Piero Ballerini, lo stesso regista con cui la Ferida aveva debuttato al cinema nel 1935, poi Valenti si dedicò esclusivamente ad attività legate al suo arruolamento nella Xa MAS, portando avanti operazioni di contrabbando con la Svizzera, sia a vantaggio delle casse della RSI che proprio.

Divenuto amico di Pietro Koch, capo della banda che torturava e uccideva i partigiani nella «Villa Triste» di Milano, lui e la sua compagna pagarono con la vita per colpe che forse non avevano commesso. Dopo la morte, la Ferida fu riconosciuta completamente estranea ai fatti, mentre la presunta partecipazione di Osvaldo Valenti alle sevizie inflitte dalla Banda Koch ai partigiani non è mai stata del tutto chiarita.

«La sera del 30 aprile 1945, V° giorno d'insurrezione, andai a cena dall'amico don Adolfo Terzoli, perché nell'ufficio di via Meravigli 2 non ci era possibile discorrere liberamente. Abitava in via Poliziano 15, una traversa di corso Sempione.

Ad un certo momento udiamo una forte scarica d'armi da fuoco proprio sotto la finestra. Usciamo in volata e vediamo alla meglio, perché era molto buio essendoci anche il coprifuoco e oscuramento obbligatorio, una donna in veste da camera rossa ed un uomo in abito normale distesi con la testa verso il marciapiede ed i piedi verso il centro della strada. Dò l'assoluzione mentre don Terzoli corre a casa a prendere l'olio santo. Feci in tempo a vedere l'uomo, che stava a destra della donna, muovere il braccio destro (alzarsi e ricadere) ma poi ambedue erano morti. Gridammo verso una caserma dalla quale temevamo fossero partiti i colpi, di non sparare più, ché noi eravamo due cappellani. Erano le 22,30.

Si trattava invece di ben altro. Lo sapemmo poco dopo quando si fermò un'automobile e ne scesero due figuri con in testa un basco rosso. Noto che sulla giacca dell'uomo morto trovai mezzo foglio di quaderno con scritto: “Giustiziati dalla divisione Pasubio”.

Sospettammo qualcosa, ed il sospetto si tradusse in realtà all'arrivo dei due.

Ferida e Valenti

Costoro ci dissero anzitutto di metterci al muro per essere fucilati. Con una certa calma, che mai mi mancò nei momenti più critici, dissi che sarebbe stata una cosa poco eroica fucilare due cappellani disarmati, mentre esercitavano solo le loro funzioni da sacerdoti davanti a due morti a noi sconosciuto; risparmiati dai tedeschi in anni di guerra e prigionia (nota: don Andrea Valsecchi fu fatto prigioniero dai tedeschi in Albania nel settembre 1943, deportato in Germania via Grecia, Bulgaria, Yugoslavia, Ungheria, Austria, fino a Ludwigsburg, non lontano da Stoccarda. Da qui rientrò a Lecco a febbraio 1944, per poi tornare a Milano, su richiesta del cardinale Schuster) e anche nel periodo clandestino. I gradi che portavamo dicevano chi eravamo.

I due si calmarono ed uno di loro ci chiese se conoscevamo i morti. Alla nostra risposta del tutto negativa, risposero: “Sono gli attori OSVALDO VALENTI e LUISA FERIDA”. Costoro si erano resi colpevoli, nel periodo clandestino, di crudeltà e sevizie inumane contro partigiani arrestati nella famosa “VILLA TRISTE” che si trovava in fondo a via Monte Rosa angolo via Paolo Uccello. Chiesi a quei giustizieri perché li avessero condotti proprio lì per l'esecuzione, mentre se mai il posto più indicato sarebbe stato presso la stessa “Villa Triste”. Essi mi risposero che lì, tempo addietro, era stato ucciso un loro compagno e perciò avevano inteso di vendicarlo.

Alla richiesta di rimuoverli, poiché lo spettacolo di cadaveri sparsi ovunque in quei giorni era nauseante, opposero un secco diniego. Allora li consigliai di portarli fuori della “Villa Triste” come luogo più logico, ma essi insistettero che lì dovevano rimanere, magari per qualche giorno, ad offrire spettacolo.

Pensammo di invitarli in casa, pur con estrema ripugnanza, considerando il delitto di cui si erano resi colpevoli facendo una giustizia che certo loro non spettava, demmo loro da bere, si parlò delle faccende di quei giorni ed anche della parte da noi compiuta. Alla fine ci dissero: “Fate quel che volete dei due morti”. Si telefonò subito ed arrivò abbastanza in fretta un'ambulanza della croce verde, che li portò all'obitorio ancor prima di mezzanotte.

Il fatto che i cadaveri non furono visti praticamente da nessuno (salvo una decina di persone in tutto) fece sorgere in seguito la diceria, pubblicata da certi giornali di vaglia, che essi fossero fuggiti. La Ferida di visibile mostrava solo una piccola ferita al mignolo della mano destra, nulla il Valenti. I loro volti erano sereni.»

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