Lecco , 06 ottobre 2016   |  
Cronaca   |  Cultura

Manzoni e Stoppani monumenti lecchesi della cultura italiana

Nel 125º anniversario dell’inaugurazione del monumento in Lecco ad Alessandro Manzoni. Una precisa proposta per il Comune di Lecco di oggi nel quadro della lungimirante strategia culturale del Comune di ieri

monumento allo scrittore alessandro manzoni lecco 68445641

Fabio Stoppani, responsabile del Centro Studi Abate Stoppani, ha chiesto ospitalità a Resegoneonline per divulgare il testo di un documento che, per estensione e contenuti, va ben oltre un semplice articolo di giornale. Lo proponiamo volentieri ai nostri lettori perché giunge propizio in un momento in cui il dibattito sulle eccellenze culturali di Lecco è di stringente attualità.

Martedì 11 ottobre 2016 cade il 125º anniversario (11 ottobre 1891) dell’inaugurazione in Lecco del monumento ad Alessandro Manzoni. Convinti che questa ricorrenza sia importante per la città, vorremmo dare il nostro contributo perché si affermino due idee. 

La prima – Quel monumento è una colonna portante della fisionomia di Lecco, perché in esso convivono Manzoni e Stoppani, due figure fondamentali per la storia della città. 

La seconda – I valori e i temi etico-sociali sottesi al monumento sono di grandissima attualità. Attraverso una loro riproposizione – naturalmente con la sensibilità del nostro tempo – possiamo rendere più saggi noi e dare forza all’azione per una Lecco più grande, quella della cultura.

Per condividere questo nostro orientamento, vorremmo raccontare alcuni aspetti della vicenda del monumento, così come emergono da una nostra ricerca su documenti inediti, dalla narrazione di Manzoni, dalla biografia dell’Abate Stoppani. 

È un ‘racconto’, non una trattazione di carattere storico (per questo stiamo lavorando a un volume corposo). Un semplice richiamo a uomini, fatti, idee, collegati al monumento, con un’attenzione particolare ad Antonio Stoppani, che di quel monumento fu l’ideatore e il tenace artefice. 

Le due anime del monumento a Manzoni 

Cominciamo col dire che nel monumento a Manzoni in Lecco convivono due anime: una, geniale nella creatività e nel pensiero; l’altra, geniale nel farne un elemento di forza per la propria città. 

Nella bella composizione in bronzo (è stata appena restaurata dalla mano sapiente del Maestro Giacomo Luzzana) vediamo la persona di Alessandro Manzoni.  È un uomo sereno, tranquillamente seduto in poltrona, che guarda con bonaria attenzione i concittadini che gli passano accanto. 

Ma se ne consideriamo la struttura, possiamo cogliere gli inconfondibili segni di un’altra figura. È quella dell’Abate Antonio Stoppani, che della realizzazione di quel monumento fu, per dieci anni, l’instancabile anima culturale e organizzativa.  Nel monumento a Manzoni si intrecciano quindi in modo forte le due maggiori personalità della Lecco dell’Ottocento. 

Stoppani, più giovane di quarant’anni, fu grande ammiratore di Manzoni, pur non avendolo mai conosciuto personalmente. Stimava in lui la potenza poetica e il pensiero filosofico e civile, così in sintonia con quello di Rosmini, un punto fermo nel mondo di Stoppani. 

All’indomani della morte di Manzoni (22 maggio 1873), l’Abate si era attivato in Lecco perché il Comune si facesse promotore per la realizzazione di un monumento al poeta nella città lariana. Il colto e sensibile Sindaco Resinelli (tra l’altro consuocero dell’Abate) aveva prontamente coinvolto la Giunta comunale perché si desse corso al progetto.  Stoppani intanto si impegnava per evidenziare la precocità poetica di Manzoni e il suo stretto legame con Lecco. 

Nel novembre 1873 scrisse su Le prime Letture un lungo articolo, divenuto poi un libro – “I Primi anni di Alessandro Manzoni” – uscito nel gennaio 1874. Lì l’Abate sosteneva, unico intellettuale di peso in Italia, alcune verità che, nei circoli ufficiali della Milano ‘manzoniana’, si preferivano ignorare.

Stoppani voleva infatti divenisse consapevolezza pubblica che Manzoni era stato così insigne anche perché figlio di una terra particolare. Un luogo di cui, dall’infanzia all’adolescenza alla prima maturità, aveva potuto assorbire lo splendore di una natura ricca di suggestioni. Una città abitata da una popolazione attiva, franca e orgogliosa della propria indipendenza. 

Intanto, in Lecco il Comune aveva deciso di sospendere pro tempore l’azione per il monumento, per non entrare in concorrenza con l’analoga azione avviata dal Comune di Milano per un monumento a Manzoni nella capitale lombarda (la cosa andò a buon fine solo dieci anni dopo). 

Un discorso appassionato nel nome della libertà e la democrazia 

Pensando al monumento, ci viene poi in mente il discorso che l’Abate Stoppani, come Presidente del Comitato Promotore per la sua realizzazione, scrisse nell’agosto 1890, mentre si stava preparando la prima fusione della statua. In esso Stoppani aveva voluto fissare i concetti chiave da sviluppare per l’inaugurazione, che si sarebbe dovuta tenere poco dopo, in ottobre. 

Purtroppo la gettata del bronzo fallì, per la complessità strutturale della figura. Questa era infatti posta seduta e non nella posizione eretta, più semplice per la fusione. L’inaugurazione dovette essere rinviata. 

Nei mesi successivi, la gettata fallì una seconda volta. Solo molti mesi dopo la statua dello scultore Francesco Confalonieri poté essere realizzata con successo e posta in Largo Manzoni in Lecco, dove è tuttora, all’attenzione dei cittadini.  Ma intanto, piegato da una crisi cardiaca, l’1 gennaio del 1891, l’Abate era morto. 

Il discorso, preparato da Stoppani in quell’agosto del 1890 – e pronunciato, lui scomparso, all’inaugurazione del 10 ottobre 1891 – conta 126 anni ma potrebbe essere detto oggi.  Ne richiamiamo alcuni brani: «II fuoco sacro, che spinse Garibaldi all’opera, era stato già per lungo tempo ... nutrito nel petto di Alessandro Manzoni, e reso efficace dal suo grande ingegno a destare l’incendio nel cuore di quanti ascoltavano i suoi versi. Non sgorga in larga vena una sorgente, se prima non è generata e nutrita dal lento stillicidio delle acque circolanti in grembo alla terra; non scoppia un vulcano, se prima non è maturato dalla lenta energia accumulata nel silenzio dei secoli. »!

«Lecco non poteva a lungo lasciare in oblio colui, da cui erano venuti dapprima il pensiero e il sentimento che danno vita all’azione, e che vantava tanti titoli di benemerenza verso questa terra da lui prediletta, dove veniva, fin dagli anni della sua prima giovinezza, a bevere a larghi sorsi l’aura della libertà. »! 

«Una popolazione intelligente, attiva, fervida, pronta all’ammirazione di tutto ciò che si presenta di bello, di buono e di grande, facile agli entusiasmi, liberale per tradizione, riottosa a qualunque genere di tirannia ... Or eccoli ambedue – Garibaldi e Manzoni – questi uomini grandi. Lo sguardo fulmineo del primo non è meno parlante dell’occhio pacato e sereno del secondo. Qui venga la nostra gioventù e attinga da ambedue quei guardi ciò che può ad un tempo elevare lo spirito a grandi pensieri e infiammar gli animi a grandi imprese»! 

Forse qualcuno stupirà per il calore con cui Stoppani parla di Garibaldi e del suo debito di pensiero e sentimenti nei confronti di Manzoni. Ma questo è il dato storico. Stoppani fu convinto e dichiarato sostenitore dell’impresa dei Mille del 1860. Lo stesso Garibaldi riconobbe in Manzoni l’ispiratore dei suoi orientamenti democratici, nella visita privata che gli fece in Milano il 25 marzo 1862. 

Il discorso di Stoppani è molto esplicito circa lo spirito che animava l’Abate e il Comitato Promotore per il monumento a Manzoni. Ma perché ne siano ancora più chiari i significati, dobbiamo invitare il lettore a seguirci in un racconto, stringato ma denso di fatti importanti. 

Ecco! questo è quanto vorremmo trasferire a chi ci sta seguendo: quel monumento a Manzoni in Lecco, porta in sé brani non secondari della storia del nostro Paese. 

Un progetto culturale di respiro nazionale 

L’Abate aveva avviato il suo impegno per il monumento a Manzoni in Lecco fin dal 1880 – prendete nota di questa data! Ma nei suoi progetti quello in Lecco era uno dei monumenti da realizzare. L’altro doveva essere innalzato in Milano, dedicato a Rosmini. 

Perché il lettore possa comprendere i perché di questi progetti dell’Abate, dobbiamo guardarli come parte dei rapporti tra Vaticano e Regno d’Italia, così come si presentavano dieci anni dopo la presa di Porta Pia (20 settembre 1870). 

Ai primi del 1878 e a distanza di un mese erano morti il Re Vittorio Emanuele II e il Papa Pio IX, i due principali protagonisti dello scontro tra lo Stato risorgimentale e il Vaticano. 

La nomina di Papa Leone XIII, di cui non apparve subito chiaro l’orientamento, riaccese le tensioni sia tra lo Stato e il Vaticano sia tra le diverse componenti del movimento cattolico. Decisi a non venire a patti con lo Stato unitario, gli ‘intransigenti’ del Vaticano, erano ostilissimi a ogni tendenza ‘conciliatorista’. D’altro canto i ‘conciliatoristi’ non stavano a guardare. 

Il 15 marzo 1879 l’Abate Stoppani venne ricevuto in udienza privata da Leone XIII. Il Papa lodò Stoppani per le sue opere scientifiche e concordò con lui sull’opportunità di porre su nuove basi l’insegnamento scientifico nei Seminari. Sappiamo che in Vaticano si discusse sull’opportunità di nominare Cardinale lo Stoppani (la madre dell’Abate però lo metteva in guardia dalle insidie dei palazzi romani). 

Questa attenzione papale non era certo da sottovalutare, data la nota sintonia dell’Abate per l’impresa garibaldina del 1860 (Garibaldi continuava a essere la bestia nera del Vaticano) e la sua ferma adesione alle posizioni di Rosmini. Di tutta evidenza Leone XIII stava cercando, apparentemente senza preconcetti, di chiarirsi le idee circa la strada da percorre. 

A partire dal 1880, gli ‘intransigenti’ del Vaticano cominciarono quindi ad attaccare Rosmini e i rosminiani – naturalmente Stoppani ma anche Manzoni che, con Rosmini, era stato l’intellettuale di punta del cattolicesimo liberale italiano. 

L’Abate Stoppani – contando di potere contrastare gli ‘intransigenti’ presso Leone XIII – non si fece intimidire e a fine del 1880 avviò il progetto per realizzare – contemporaneamente – i monumenti a Manzoni in Lecco e a Rosmini in Milano. 

L’obiettivo immediato dell’Abate era avviare con grande impatto mediatico (allora i monumenti facevano la parte della nostra televisione) un’azione che perseguisse in tutto il Paese una politica di più larga democrazia, di cultura diffusa, di stimolo alle conquiste scientifiche, di dialogo tra le diverse componenti politico-sociali. 

L’obiettivo di maggior respiro era riuscire invece ad affermare in Vaticano una linea di conciliazione con lo Stato unitario, per una affermazione della Chiesa, spoglia del potere temporale, coerente con la nuova realtà sociale. Come si vede, il programma sotteso al “progetto monumenti” dell’Abate era assai vasto e impegnativo. 

La risposta dei sottoscrittori all’iniziativa di Stoppani del 1880 fu positiva. Gli ‘intransigenti’ del Vaticano reagirono però così aspramente contro il nome di Rosmini, da spaventare molti sacerdoti, indecisi sul da farsi. L’Abate ritenne quindi tatticamente opportuno fare un piccolo passo indietro, e dividere il progetto in due tempi, concentrandosi inizialmente sul monumento a Manzoni in Lecco. 

Questa, nelle grandi linee, l’origine dell’iniziativa dell’Abate Stoppani per il nostro monumento, che sarebbe stato inaugurato undici anni dopo, il 10 ottobre 1891. 

L’iniziativa prende il via 

Per avviare la parte organizzativa di questa prima fase del progetto, Stoppani dovette però aspettare. Nel 1878, a causa delle continue polemiche che l’ambiente milanese gli riservava per le vicende legate alle elezioni dell’autunno del 1876 (ne parliamo più avanti), l’Abate si era trasferito a Firenze, per insegnare all’Istituto di Studi Superiori, il che non gli facilitava l’attività su Lecco. Inoltre voleva vedere come il Comune di Milano avrebbe realizzato la statua di Manzoni (quella tuttora in Piazza San Fedele). 

Rientrato a Milano nel 1882 (su insistenze di Brioschi, Rettore del Politecnico), l’Abate si trovò nella posizione di riprendere le fila dell’azione. Dovette però attendere che si realizzasse in Lecco (ottobre 1884) il monumento a Garibaldi, verso il quale non aveva avuto ovviamente alcuna riserva. 

È solo nel novembre del 1884 che l’Abate poté quindi lanciare in modo operativo l’iniziativa, cominciando con lo stimolare la formazione di un Comitato Promotore che raccogliesse le fila del progetto del 1873. Nel Comitato (composto da trenta personalità della città) si esprimeva un vasto fronte culturale. Si andava dai garibaldini come Tomaso Torri Tarelli ai liberali moderati come Angelo Villa-Pernice, ai repubblicano-mazziniani come Antonio Ghislanzoni, ai cattolici democratici come lo stesso Stoppani. 

Nei confronti dell’iniziativa di questo Comitato Promotore si manifestarono alcune opposizioni, rappresentate da personalità di scuola manzoniana. Tra queste lo storico e opinionista Cesare Cantù (un tempo intimo di Alessandro – ma poi dallo stesso allontanato per divergenze personali) e il professore di lettere Giuseppe Rizzini (già membro del Comitato Promotore – ma da questo staccatosi, ritenendosi non sufficientemente apprezzato). Entrambi tenevano alla memoria di Manzoni, ma con prospettive non coincidenti rispetto a quelle suggerite dall’Abate e fatte proprie dal Comitato Promotore. 

Il 7 Marzo 1885, per il primo centenario della nascita del Manzoni, la famiglia Scola organizzò al Caleotto (lo aveva acquistato dal poeta nel 1818) una cerimonia, con recite e musica, affidandone la gestione culturale a Cantù e Rizzini. 

In quell’occasione fu apposta all’edificio la targa con parole di Cantù (che ancora lì si leggono, in verità un poco rozze e non perspicaci), ma alla cerimonia il Comitato Promotore, guidato da Stoppani, non fu invitato. Va da sé che questa componente dell’opinione cittadina non contribuì in alcun modo alla realizzazione del monumento. 

Bisogna anche dire che Monsignor don Pietro Galli (Prevosto della città di Lecco) e don Giuseppe Cavanna (animatore del primo Il Resegone) – certo non teneri con i risorgimentali e con l’orientamento rosminiano di Stoppani – si fecero promotori di concorrenziali raccolte fondi, ma tennero un tono moderato sull’attività del Comitato Promotore. 

Tremila le sottoscrizioni da tutta Italia 

Per quanto riguarda l’atteggiamento delle diverse componenti sociali, giova ricordare le molte sottoscrizioni al monumento da parte di tanti circoli operai.  Furono molti poi gli insegnanti di tutta Italia a dare il loro contributo. E molti anche gli studenti di ogni grado – ben 500 gli alunni delle elementari di Lecco diedero il loro obolo, seppure di pochi centesimi (due-tre Euro di oggi). 

Rilevanti le sottoscrizioni di sacerdoti (soprattutto della Lombardia e del Lariano), di artigiani, professionisti, nobili di ogni grado e modesti cittadini. Vi fu, in breve, un’adesione significativa da parte della collettività nazionale per l’iniziativa, che portò alla fine a raccogliere 40.000 Lire (un po’ meno di un milione degli Euro di oggi). Dei tremila sottoscrittori abbiamo nome, località di provenienza, somma versata, di molti anche la professione. 

La Casa Reale dal canto suo – oltre a elargizioni in denaro e oggetti preziosi da vendere nelle lotterie organizzate dal Comitato – diede un sostegno di immagine piuttosto consistente. 

L’atteggiamento delle Istituzioni governative fu invece tiepido. Il Ministero della Pubblica Istruzione erogò un contributo di 500 Lire (circa 10.000 Euro di oggi), giudicato poco consono al ruolo svolto da Manzoni nella cultura nazionale. Inoltre non si impegnò in alcun modo nella promozione dell’iniziativa.  Stoppani, che si era speso in quella direzione, ne fu molto deluso e non mancò di farlo rilevare. 

Infatti, il pannello posto sul retro del monumento, reca la scritta: «I Cittadini di Lecco / nel volere e nell’opera / con tutta Italia concordi / qui / dove, ecc.».  Ma il 6 giugno 1890, su proposta dell’Abate, il Comitato aveva approvato un’altra dicitura, un po’ puntualizzante: «I Cittadini di Lecco / concordi nel volere e nell’opera / coi loro connazionali / qui dove, ecc.».  Nella versione ‘Stoppani’ risultava chiaro che non “tutta Italia” ma “i connazionali”, si erano dati da fare, che è cosa ben diversa. 

Ma l’Abate morì, prima che si desse mano alla composizione in scultura di questa dicitura. Lui mancante, il Comitato preferì smussare il tono voluto dal suo Presidente, poco incline ai compromessi (su questa epigrafe ci sarebbe molto da dire, ma ne parleremo in altra occasione). 

Anche fuori d’Italia si ebbero consensi da parte dei circoli italiani (notevole quello di Londra). E vi fu una personalità – di rango elevato, intellettuale di buon livello, per un ventennio in rapporti epistolari e personali con Manzoni (di cui tradusse in portoghese l’ode «Il Cinque Maggio», scritta per la morte di Napoleone), che diede un suo cospicuo contributo – era Don Pedro II de Alcântara, Imperatore del Brasile. Ripetiamo: “ Brasile” – non “ Messico”! 

Nel programma di Stoppani un obiettivo subordinato, ma fortemente voluto 

Abbiamo visto perché l’Abate tenesse a rimarcare il legame tra Manzoni e Lecco – voleva indicare l’ambiente che aveva favorito la formazione di una personalità eccezionale: Manzoni era speciale anche perché figlio di Lecco. 

Ma ciò conduceva anche alla riflessione speculare: Lecco era speciale in quanto “quasi città natale” del Manzoni. Con questa connotazione, Lecco poteva aspirare, nel nome del suo geniale figlio, a occupare un posto speciale nel contesto culturale del Paese. 

L’Abate fin dall’inizio fu molto attento a sottolineare anche questo lato della questione. 

Stoppani perseguì quindi, all’interno del progetto generale di carattere politico-ideologico, un obiettivo subordinato, cui però teneva moltissimo: fare di Lecco un simbolo nazionale della cultura, della poetica, del sentimento della natura. 

Quella Lecco dove Manzoni infante, adolescente, giovane uomo, si era formato come poeta, filosofo e politico attivo per l’unità e la libertà d’Italia. Ma anche come innovatore nelle colture agrarie, proprietario di numerosi fondi non esoso e liberale, infine (nel 1816) rappresentante ufficiale (qual è oggi un nostro Sindaco) della collettività di Lecco. 

L’Abate conosceva bene i diversi legami sociali di Manzoni con Lecco. Vi erano state personalità della città, intrinseche a Manzoni, con cui l’Abate aveva avuto anche rapporti di parentela. Su questo tema Stoppani aveva in mente di realizzare uno studio speciale, ma gli mancò il tempo. Se ne avremo la forza, lo faremo noi, assieme a quegli storici della città che vorranno impegnarsi nella ricerca del vero! 

L’Abate Stoppani vide in Lecco l’ambiente più consono a ospitare la statua di Alessandro Manzoni per una serie di motivi. 

In primo luogo per il legame profondo tra la città e Manzoni, scritto in evidenza nella biografia del poeta e ne I Promessi Sposi, riconosciuto riferimento culturale e morale per tanti italiani ed europei. 

Ma vi è altro: l’Abate vedeva in Lecco un simbolo, un esempio per una nuova Italia. Una città democratica, non solo per gli ideali politici ma anche per la tradizione al produrre e dai tanti talenti tecnologici. Una città dalle grandi ma anche tantissime piccole realtà imprenditoriali, vera condizione e baluardo delle libertà e del progresso. 

E infine perché Lecco e il suo territorio – la magica grande valle d’acqua, le infinitamente varie montagne, gli incessanti torrenti – costituivano uno stupendo museo a cielo aperto in cui chiunque poteva leggere le manifestazioni degli ultimi 200 milioni d’anni del pianeta. Un incredibile spettacolo naturale da offrire all’attenzione di una nuova società, curiosa, aperta al bello e alla cultura. 

A dare la maggior forza a questa valorizzazione di Lecco, l’Abate Stoppani – appoggiato senza esitazioni da tutto il Comitato – volle che il monumento fosse, sul piano artistico (e anche tecnico) del più alto livello, e in piena evidenza. 

Che il monumento venisse quindi collocato nel punto di convergenza delle vie di collegamento tra la città e la grande pianura. 

Che Manzoni vi fosse rappresentato in forma solenne – quindi seduto, come si conviene, secondo la tradizione, a un maestro del pensiero. 

Che nei tre altorilievi del basamento venissero rappresentati in forma didascalica tre dei più incisivi messaggi de I Promessi Sposi: il ruolo della donna nella morale collettiva; il carattere normativo ma umano della giustizia; il ruolo dei ceti popolari nella tutela delle libertà per tutti. 

I tre messaggi etico-sociali del monumento a Manzoni 

Fermiamoci un istante su questo aspetto, che differenzia nettamente il monumento di Lecco da quello di Milano. Quando si discusse di come strutturare il monumento a Manzoni in Milano (venne inaugurato il 22 maggio 1883, in Piazza San Fedele), così si espresse Giulio Carcano, amico di Manzoni e considerato uno dei più lucidi intellettuali del tempo: « La posizione sia seduta o in piedi, secondo le scelte dell’artista … L’insieme sia di forma elegante ma severa, escludendo ogni elemento figurato, sia simbolico, sia allegorico.» 

E infatti il monumento di Milano è lì. È dignitoso sul piano formale ma certo non trasmette un granché. Manzoni è raffigurato in piedi (lo scultore Barzaghi conosceva bene le difficoltà della fusione di una figura seduta) e attorno a lui non vi è alcun elemento contenutistico. Parte della stampa dell’epoca non ne fu entusiasta e ne rilevò anche il carattere “innaturale e di posa”, lontano dall’immagine del Manzoni vivo, ben presente alla memoria dei milanesi. 

Stoppani volle invece realizzare un monumento che fosse spontaneo, vicino alla sensibilità popolare. Suggerì quindi allo scultore Confalonieri di proporre due bozzetti, uno con la figura in piedi e uno seduta (quella che poi venne scelta). 

Ma l’Abate si impegnò anche perché il monumento parlasse alla mente – che esprimesse cioè esplicitamente dei contenuti. Insistette col Comitato perché si aggiungessero al basamento del monumento tre altorilievi, non previsti nel progetto iniziale. I pannelli dovevano, attraverso le vicende narrate da Manzoni, trasmettere un preciso orientamento ideale. 

Della sopraffazione e del ruolo liberatorio della donna 

Il pannello alla sinistra di Manzoni illustra il rapimento di Lucia. Qui è rappresentato uno degli elementi portanti del romanzo: la sopraffazione contro i deboli – e quindi contro le donne, le più deboli tra i deboli. Una realtà dei rapporti che può esprimersi in forme diverse 

.Lucia viene rapita dai bravi – subisce una violenza brutale. Ma la brutalità è favorita dalla monaca Gertrude, già vittima di una violenza famigliare, più sottile ma non meno schiacciante, che la induce a usarne a sua volta. La vittima diventa carnefice – questo è l’aspetto più abietto della sopraffazione. Manzoni ci rende evidente il meccanismo pervasivo della violenza, che si insinua in tutti i rapporti e si perpetua in una catena annichilente. 

Questo meccanismo coinvolge certo anche gli uomini. Ma, se ricordate, a Renzo non viene usata una violenza diretta – è giovane, non mite di carattere, fisicamente prestante, porta il pugnale alla cintura. Con lui si dovrebbe ricorrere ai mezzi estremi, con le inevitabili ripercussioni. Lucia invece è considerata facile da sopraffare e quindi è lei a subire la violenza più aperta.  Ma qui Manzoni attua un rovesciamento. 

Lucia piega l’Innominato dimostrandosi più forte della forza brutale. Col voto di castità e di solitudine indirizzato alla Madonna (simbolo di purezza non condizionabile), Lucia si fa padrona inviolabile di se stessa. E costringe l’uomo, temuto da tutti e che la tiene prigioniera, a rinnovare dal profondo la propria personalità. 

Abbiamo qui rappresentata, e Manzoni lo fece in forme magistrali, una raffigurazione precisa del ruolo della donna nella società, e della funzione liberatoria per tutti della sua indipendenza. Collocate questo primo messaggio del monumento nel contesto dell’epoca e vi accorgerete di quanto allora fosse incisivo. 

Da qualche anno si faceva sempre più strada nel dibattito politico-culturale la “questione femminile” (costituì uno dei temi nella nascita del Partito Socialista, 1892). 

Nel campo laico e radicale la questione era posta soprattutto sotto il profilo dei diritti del lavoro e dei diritti civili (la donna aveva paghe più basse degli uomini e non godeva di alcun diritto in campo elettorale) ma non ancora in termini chiari circa il ruolo della donna nella nuova società sotto il profilo  culturale e civile. 

Il messaggio veicolato dal monumento dice chiaramente che la donna può e deve essere autonoma perché garante dell’educazione e dei sentimenti di base della società. 

Questa rivendicazione di un primato civile della donna detto da uno scienziato cattolico, nel nome di un filosofo cattolicissimo come Manzoni ma col sostegno di un vasto schieramento politico-culturale quale era rappresentato dal Comitato, assumeva una forza che non difficile cogliere. 

D’altro canto l’Abate era noto per la considerazione di cui godeva presso figure femminili socialmente rilevanti. Erano queste che lo introducevano nei salotti esclusivi della borghesia e della nobiltà per le sue richieste di fondi e di appoggi a questa o quella iniziativa assistenziale o culturale (e furono molte e significative). E con molte donne, colte e impegnate nell’istruzione o nell’assistenza, l’Abate collaborò per anni con grande sintonia, come nella redazione della rivista educativa Le Prime Letture. 

Della giustizia, temperata dal sentimento di umanità 

Strettamente collegato ai contenuti del primo pannello, il secondo (alla destra di Manzoni) raffigura il momento in cui Renzo accorda il perdono a Don Rodrigo.  Qui Manzoni rappresenta lo scioglimento dei conflitti attraverso l’accettazione della comune natura umana. 

La giustizia (ineludibile e garantita dalla divinità) deve essere inflessibile ma non cieca né annichilente. 

Quando essa viene esercitata, dobbiamo sempre ricordare che nel suo potere è un nostro simile, del quale dobbiamo sempre rispettare i diritti imprescrittibili dell’uomo. 

Nell’ultima edizione da lui curata de I Promessi Sposi, Manzoni aveva dedicato l’Appendice “Storia della Colonna Infame” (colpevolmente esclusa in molte moderne riedizioni del romanzo) ai problemi della giustizia e delle abnormi prevaricazioni del potere nei confronti del reo (vero o presunto). 

Il rapporto di Renzo con la giustizia è fallimentare: prima un avvocato venduto ai potenti; poi una polizia subdola, pronta a colpire un innocente pur di avere un colpevole; poi un Podestà (complice del suo persecutore) che per arrestarlo manda i birri, i quali, non trovandolo, gli saccheggiano la casa. 

Anche qui Manzoni opera un rovesciamento. Renzo, vittima di una giustizia malata, ne ristabilisce la dignità esercitandone la funzione fondamentale – la riabilitazione del colpevole – attraverso il perdono a don Rodrigo. 

Anche in questo caso, dobbiamo contestualizzare questo secondo messaggio di Manzoni, proposto dall’Abate e dal Comitato nella fisicità del monumento. 

Il 30 giugno 1889 entrò in vigore il Codice Zanardelli (sostituito nel 1930 dal Codice Rocco). Il nuovo Codice (tra le molte altre) aboliva la pena di morte; introduceva la libertà condizionale; sanciva il principio rieducativo della pena (uno dei cardini della nostra Costituzione). Secondo il relatore Giuseppe Zanardelli “la legislazione penale deve garantire i diritti dell’uomo e del cittadino e deve vedere nel reo un soggetto recuperabile alla società: non solo intimidire e reprimere, ma anche correggere ed educare”. 

Si dirà: che c’entra Zanardelli e il suo Codice con Manzoni e Stoppani? Parecchio! 

Con Zanardelli l’Abate si era incrociato (seppure non personalmente) fin dal 1876. Allora, l’Abate aveva progettato di presentarsi nelle liste elettorali di Lecco per la tornata dell’ottobre 1876, con la Sinistra di Depretis, nella quale militava Zanardelli. Stoppani per varie ragioni all’ultimo momento rinunciò a presentarsi. Zanardelli invece divenne Ministro dei Lavori Pubblici del primo Governo Depretis nella cui compagine, nelle intenzioni, sarebbe certamente entrato anche Stoppani, con funzioni inerenti la ricerca scientifica applicata. Negli anni successivi Zanardelli lavorò molto per la redazione del nuovo Codice Penale, entrato in vigore nel 1889. 

Zanardelli (garibadino militante e laico come orizzonti filosofici), in questo si avvalse intensamente – e per anni con continuità – delle competenze giuridiche e dell’orientamento del sacerdote rosminiano Antonio Buccellati, professore di diritto all’Università di Pavia, amico più che fraterno di Stoppani (per anni si frequentarono quasi quotidianamente). Era quello stesso Buccellati che, nell’estate 1872, aveva difeso con numerosi interventi la figura e l’opera di Manzoni dall’attacco che al poeta aveva portato Luigi Settembrini. Nelle sue argomentazioni trova un posto di rilievo – e direttamente collegato ai fatti sociali – il tema del perdono. 

L’Abate aveva quindi ben presenti i dibattiti di cui per anni lo aveva reso partecipe l’amico, consulente di Zanardelli e con lui impegnato nel tutelare e allargare i contenuti dell’opera manzoniana. In particolare, del Codice in gestazione, al sacerdote Stoppani dovevano maggiormente interessare gli aspetti relativi alla rieducazione del reo – in chiave sociale, il perdono di Renzo, per l’appunto. 

Il popolo come mallevadore di una società umana 

Il terzo pannello del monumento, quello centrale, rappresenta il terzo messaggio forte di Manzoni: qualunque sia l’oppressione di cui soffriamo, se sapremo impegnarci con onestà e umanità, trionferemo. 

I Promessi Sposi, in realtà avrebbero dovuto chiamarsi “Gli Innamorati infine Sposati”, perché alla fine, pur dopo dolori e lotte, i due giovani celebrano il sospirato matrimonio.  Renzo e Lucia hanno vinto, nonostante la loro modesta condizione economica e sociale, perché si sono battuti per ciò che consideravano giusto. 

Cambiate ciò che deve essere cambiato e avrete la rappresentazione della invincibilità degli umili quando si muovono per la giustizia e la libertà.  Ma vi è dell’altro. Questi due umili vincono ma insieme educano. 

L’Innominato si fa difensore dei deboli; il Marchese, erede di Don Rodrigo, si fa umile (almeno per giorno); Don Abbondio, servo dei potenti, ha il suo momento di dignità, col celebrare onestamente quel matrimonio che aveva impedito con malizia.  Questo è il terzo messaggio che Manzoni – e con lui Stoppani e il Comitato – vollero lanciare alla nazione da nostra piccola città. 

Non solo gli umili possono ottenere giustizia, ma sono in grado anche di correggere gli ignobili, gli insolenti, i sopraffattori e ricondurli nella concordia della vita collettiva. 

Anche in questo caso non è difficile leggere in filigrana. Quando nell’autunno 1876 aveva progettato di presentarsi alle elezioni nei quadri della Sinistra, l’Abate aveva reso pubblico il suo programma politico. Al centro, oltre naturalmente le prospettive per una cultura scientifica diffusa, era posto con precisione anche la richiesta di suffragio universale – l’equivalente sociale della capacità degli umili di essere fonte di libertà e giustizia per tutti. 

Del resto, in questo orientamento l’Abate non era solo. Il 4 dicembre 1884, il repubblicano-mazziniano Antonio Ghislanzoni, rispondeva a una lettera inviatagli dal cattolico-democratico, di preferenze monarchiche, Antonio Stoppani, che lo invitava a fare parte del Comitato per il monumento. 

Lo scapigliato Ghislanzoni, scriveva: «… all’illustre amico Don Antonio …  Il genio è ciò che vi ha di più eminentemente democratico, qualora la sua gran luce si espanda su tutti. Tutti gli operai del territorio dovrebbero dare una pallanca ad onore di chi ha creato quel bel tipo di onesto ribelle che era Renzo Tramaglino.» 

I due Antonio – Ghislanzoni e Stoppani – erano cugini (lo ha bene documentato il lecchese e amico Francesco D’Alessio, valente storico della città) ed erano stati per anni compagni al Seminario di Castello, prima che Ghislanzoni ne venisse allontanato per “indisciplina”. Nella loro diversissima posizione culturale e di orientamento, erano d’accordissimo nel considerare Manzoni il genio della poesia italiana. Non solo, ma anche nell’impegnarsi fianco a fianco perché questi stessi ideali giungessero al cuore dell’intero Paese. 

Un preciso indirizzo etico-sociale 

Da quanto fin qui detto – ci pare di essere rimasti rigorosamente fedeli alla lezione di Manzoni e alla biografia dell’Abate – riteniamo si possa trarre una considerazione di fondo. 

Il monumento a Manzoni in Lecco ispirato da Stoppani, realizzato dal Comitato Promotore, sostenuto da gran parte della cittadinanza, può essere considerato un vero manifesto di indirizzo etico-sociale, rivolto all’intero Paese. 

Manzoni in Lecco e Il Bel Paese 

Stoppani lavorò molto per inseminare nella coscienza nazionale queste caratteristiche di Lecco e della sua gente. Giova ricordare che alcune delle “Serate”, aggiunte alla terza edizione del suo Il Bel Paese (ricordiamo per inciso che quest’anno cade il 140º anniversario della prima edizione dell’opera – 1876), sono esplicitamente dedicate a Lecco e al suo territorio, proprio per rendere familiare al pubblico italiano il nome di questa realtà che pur essendo – sono le parole dell’Abate – “minima tra le città d’Italia”, poteva però essere citata a esempio per l’intero Paese del sapere “levarsi ai più grandi, ai più nobili, ai più puri ideali”. Vi sarebbero da dire molte cose su questo argomento – è da tempo al centro delle nostre analisi – ma richiederebbe troppo spazio. 

Vittorie e sconfitte 

Il lettore a questo punto si chiederà come si fossero evoluti i rapporti tra l’attività sviluppata per il monumento a Manzoni in Lecco e i conflitti – molto seri –  tra le due anime del cattolicesimo italiano, da cui nel 1880 era partito l’Abate nella sua battaglia conciliatorista, con la speranza di avere l’appoggio di Papa Leone XIII. 

Gli anni che vanno dal 1885 alla morte dell’Abate (1 gennaio 1891) sono densi di eventi, che si intrecciano con le vicende del monumento. 

Nel 1886, stante la sostanziale inerzia di Leone XIII di fronte al fuoco di sbarramento degli intransigenti contro i rosminiani, l’Abate avviò una partita difficile. A fronte dei continui attacchi, superficiali e anche volgari, dell’Osservatore Cattolico di Milano, uno degli organi degli ‘intransigenti’, diretto da Don Albertario, l’Abate denunciò il giornale per diffamazione. Nel giugno 1887 (mentre a Lecco si facevano i preparativi per esporre al pubblico i bozzetti predisposti dagli artisti in gara per il monumento), a Milano si celebrò il processo. Dopo parecchie udienze, anche animate, seguite da un folto pubblico appassionato, l’Abate vinse su tutta la linea e il giornale di Don Albertario venne condannato a una pesantissima multa. 

Da alcuni quel processo venne (e viene) presentato in modo folcloristico per il suo aspetto straniante – un sacerdote che denuncia un altro sacerdote al rappresentante di quello stesso Re che aveva abbattuto il potere del Papa, cui entrambi i sacerdoti si riferivano come alla suprema autorità. In realtà il processo fu importantissimo nei sui aspetti generali in quanto affermava de facto e de iure l’autorità dello Stato sui sacerdoti-cittadini. Questa vittoria dell’Abate però determinò una svolta negativa nel suo confronto con gli intransigenti del Vaticano. 

Per lasciare calmare le acque, Stoppani si recò in Russia per una missione scientifica, mentre a Lecco vi fu un nulla di fatto nella scelta dei bozzetti (erano rimasti esposti per due settimane al Teatro della Società). Nessuna delle proposte raggiunse infatti i voti minimi stabiliti nel regolamento del concorso. 

Il 25 settembre 1887 l’Abate tornò dalla Russia e fu accolto alla stazione di Lecco con tutti gli onori dalle Autorità cittadine e dalla popolazione, che lo accompagnò in corteo fino al convento di Pescarenico (lì teneva un piccolo alloggio per i suoi soggiorni lecchesi). 

Le signore portarono cesti ripieni di dolci, frutta, cibo per centinaia di persone. Fino a notte inoltrata vi furono canti e brindisi in onore di Stoppani. La manifestazione fu una risposta inequivocabile della cittadinanza in favore dell’Abate, uscito vittorioso dal conflitto con la parte intransigente del Vaticano.  La buona fortuna di Stoppani era però vicina a lasciarlo. 

Il 14 dicembre 1887 la Congregazione dell’Indice del Vaticano ebbe l’approvazione da parte di Leone XIII del decreto Post obitum con cui si condannavano quaranta proposizioni rosminiane. Era la messa fuori legge, per la Chiesa, delle posizioni cui si rifaceva Stoppani e una consistente parte del clero. 

Nella nuova difficile situazione l’Abate tenne però duro e si impegnò ancora più per la buona riuscita del monumento in Lecco a quel grande rosminiano che era stato Manzoni. Inoltre, quando fu sicuro fossero garantite le necessarie condizioni per la sua buona riuscita – cioè alla fine del 1888 – passò alla seconda fase, lanciando il progetto per il monumento a Rosmini in Milano. 

Queste iniziative dell’Abate, condotte pubblicamente nonostante il Vaticano fosse ormai schierato contro ogni politica ‘conciliatorista’, fecero precipitare la situazione. Nel maggio 1890 anche la rivista diretta dall’Abate – Il Rosmini – venne messa all’Indice e dovette cessare le pubblicazioni. Il sogno dell’Abate di riuscire a influire sulle scelte di fondo di Leone XIII si era definitivamente infranto. 

Ma il monumento a Manzoni in Lecco era ormai in fase di completamento. Per Stoppani – che purtroppo non ne vide l’inaugurazione – si trattò dell’ultima battaglia vinta. La morte gli impedì di condurre l’azione intrapresa per il rinnovamento della Chiesa e le posizioni da lui sostenute – con tanti altri sacerdoti di talento e di cuore nonché da tanti avveduti laici – furono per il momento messe in minoranza. 

Agli occhi della storia, però, solo per un breve momento. Rosmini infatti, il 18 novembre 2007, è stato beatificato, essendo pontefice Benedetto XVI. 

Una proposta al Comune di Lecco di oggi, nel quadro della lungimirante strategia culturale del Comune di ieri 

Come si vede da quanto fin qui detto, le vicende del monumento a Manzoni in Lecco sono molto articolate e ricche di significati. 

Quella bella espressione artistica è una testimonianza forte alla memoria di un grande concittadino poeta. Ma è anche parte di una storia complessa, appassionante, che vide in prima linea l’Abate Stoppani, uno dei lecchesi più eminenti della storia della città, protagonista di momenti importantissimi per la storia del nostro Paese, scienziato geniale, animato da un eccezionale senso della dignità culturale della sua città. 

La nostra proposta 

Nel nome di Manzoni e dell’Abate Stoppani, avanziamo al Comune di Lecco un proposta articolata in due fasi. 

Nel breve periodo – Memoria collettiva sul monumento 

Conferenza pubblica 

Il Comune di Lecco si faccia promotore e organizzatore di una conferenza ben strutturata, dedicata alla storia e ai tanti significati del monumento a Manzoni in Lecco. Si impegni a che la popolazione sia stimolata a parteciparvi. La conferenza potrebbe essere articolata su tre grandi aree concettuali: 

    • Il giovane Manzoni e Lecco. Il Caleotto. Interessi economici e relazioni sociali. 

    • La formazione giovanile di Alessandro Manzoni. 

    • Il monumento a Manzoni in Lecco, attraverso il pensiero e l’azione dell’Abate Stoppani. 

Libro di memoria 

Il Comune di Lecco si faccia promotore e organizzatore della pubblicazione di un libro, importante anche sul piano tecnico-editoriale, che raccolga i materiali documentari, interpretativi, iconografici delle vicende legate al monumento a Manzoni in Lecco e all’azione svolta dall’Abate Stoppani per la sua realizzazione. Ne faccia stampare 10.000 copie e lo metta in vendita a un prezzo accessibile a tutta la cittadinanza, donandolo a chi è sprovvisto di mezzi. 

Conferenze nelle scuole 

Il Comune di Lecco si faccia promotore e organizzatore di un ciclo di conferenze da tenersi nelle scuole della città, che riprenda i temi sopra esposti, adattandoli ai diversi gradi di età e di preparazione degli alunni lecchesi. 

Nel medio-lungo periodo – Lecco centro nazionale della cultura

Il Comune di Lecco si faccia promotore e organizzatore di un programma vasto, in grado di posizionare Lecco ai primi livelli della realtà nazionale. Il programma, alla cui definizione devono essere chiamati cittadini e studiosi italiani e stranieri, potrebbe essere articolato su due grandi aree tematiche: 

La parola come elemento educativo; il valore civile della poesia; le nuove forme di comunicazione; il valore permanente delle garanzie giuridiche; il valore educativo della storia, nel nome di Alessandro Manzoni.

Le scienze della natura; le nuove strategie energetiche; la gestione innovativa del territorio; scienza ed etica; il ruolo dell’uomo nella nostra era; il valore educativo della scienza, nel nome di Antonio Stoppani!

È una proposta che lanciamo nel 125º anniversario del monumento ad Alessandro Manzoni, per costruire a partire da esso un più consapevole e audace futuro per la città. 

Il Comune si impegni.  Gli uomini di buona volontà non mancheranno, oggi come ieri. 

 

 

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