Lecco, 12 dicembre 2014   |  

La riconciliazione passa anche attraverso la buona letteratura

di Alberto Comuzzi

“Le braccia del padre”, scritto dal lecchese Giuseppe Arnaboldi Riva, è un inno a quella pacificazione tra italiani di cui si sente tuttora il bisogno a 70 anni dalla fine della guerra

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Alle 17 del 28 Aprile 1945, Bernardino Bernardini, tenente dell'esercito della Repubblica sociale, catturato dai partigiani scrive un ultimo lapidario messaggio poche ore prima di essere fucilato, insieme ad altri quindici commilitoni, nel campo sportivo di Lecco. «Carissima Maria Pia e Mila, catturato dai partigiani insieme ai Colleghi vado a morte tranquillo e certo del perdono di Dio», sono le sue testuali parole. «Non serbare rancore a nessuno ed inculca in Mila l'amor Patrio. Abbraccio tutti. Avverti i miei parenti. Bernardino». Parte da questo lapidario e scarno testamento “Le braccia del padre” (Stefanoni Ed., pp. 114, € 10), il toccante romanzo del lecchese Giuseppe Arnaboldi Riva in distribuzione in questi giorni nelle librerie.

Basato sui tragici eventi dell'epilogo della guerra civile (nella sola Milano tra il 25 e 28 Aprile 1945 furono uccise, senza processo, circa tremila persone accusate di collaborazionismo con il fascismo) il testo di Arnaboldi, in realtà, è un inno alla riconciliazione, dove i veri protagonisti risultano i preti lecchesi preoccupati, dopo avere protetto i partigiani, di salvare la vita ai militari della Repubblica sociale. La figura del tenente Bernardini emerge non tanto per la dignità con cui s'avvia alla morte (dopo essere stato picchiato a sangue), quanto per lo straordinario gesto di perdono cristiano verso i suoi carnefici. Un esempio, il suo, di chi ha assimilato l'evangelico Discorso della Montagna vivendone e testimoniandone i contenuti fino alla morte.

Sullo sfondo delle atrocità commesse dai contendenti (alla feroce dittatura nazifascista si contrappose un'altrettanto spietata guerra partigiana), a riproporre l'immagine e la sostanza del bene a cui l'uomo deve tendere (facendo innanzi tutto un regalo a sé stesso), rimase solo il clero locale capeggiato dal Prevosto di Lecco e dal Rettore del santuario della beata Vergine della Vittoria.

La descrizione della scena in cui Gesù Eucaristia è portato dai preti lecchesi sul luogo della fucilazione perché i condannati ne possano beneficiare per presentarsi al cospetto di Dio riconciliati è il momento più alto del romanzo di Arnaboldi.

L'odio è un sentimento forte ed è (quasi) sempre accompagnato dall'aggettivo “cieco” che lo connota rafforzandone da un lato il significato, ma da un altro svilendone il contenuto. L'odio non costruisce ponti per e tra gli uomini; l'odio divide, genera dolore e sofferenza, sempre.

Nella prefazione annota acutamente il sindaco di Lecco, Virginio Brivio, che «una “riconciliazione”, non superficiale, nelle coscienze può essere un viatico per una “riconciliazione civile” che senza eludere i fatti e la verità, diventi anch'essa fattore di promozione del bene comune». Sembra paradossale, ma questo libro di Arnaboldi è un richiamo alla pacificazione e alla collaborazione “tra tutti gli uomini di buona volontà” di cui si sente l'urgenza anche oggi, a distanza di 70 anni da quei tragici fatti che hanno ispirato il suo libro e per superare i quali, attraverso una salda riconciliazione, la Chiesa locale del tempo s'era tanto adoperata.

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